Commercio e propaganda. La Cina avanza nell'Asia centrale

Il Dragone riempie il vuoto tra Russia e Occidente e punta a fare affari nelle cinque ex repubbliche dell’Unione Sovietica. Dietro la crescita degli accordi e dei progetti, resta la diffidenza di una parte dell’opinione pubblica regionale
March 6, 2026
Commercio e propaganda. La Cina avanza nell'Asia centrale
Xi Jinping con i leader dell’Asia centrale al vertice Asia Centrale-Cina ad Astana, Kazakistan, il 17 giugno 2025 /Ansa
Le minacce del presidente americano, Donald Trump e l’atteggiamento sempre più guardingo dell’Unione Europea hanno convinto la Cina a guardare con convinzione all’Asia Centrale. Economie in crescita, ottanta milioni di abitanti e, in teoria, terre sufficientemente inesplorate da consentire a Pechino di dettare le regole del gioco. Non senza qualche rischio e qualche malumore che potrebbe essere ben più problematico di quanto vorrebbe fare credere, tanto che il Dragone negli ultimi mesi ha investito parecchio per “rifarsi il look”. Partendo dall’apparenza, secondo il sito eurasia.net, che ha rielaborato dati ufficiali, nel 2025 i volumi di scambi con le cinque repubbliche dell’Asia centrale, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, sono aumentati in modo significativo. In testa c’è il Kirghizistan che ha registrato l’incremento più marcato, passando da 17,4 miliardi a 23,6 miliardi di dollari nei primi dieci mesi dell’anno. Il Kazakistan, peso massimo economico della regione, ha visto il commercio salire a 39,8 miliardi di dollari, mentre l’Uzbekistan ha raggiunto 12,9 miliardi di dollari. Si tratta soprattutto di macchinari, apparecchi elettronici e beni di consumo, parte di quelli, per la precisione, che Pechino fa più fatica a esportare nel Vecchio Continente e che adesso hanno trovato una ragione dinamica e molto più vicina, dunque meno costosa, da raggiungere. 
Nel 2024, il numero di imprese cinesi registrate ha superato per la prima volta quello della Russia, che, per motivi storici e di influenza, ha sempre considerato il territorio di sua pertinenza pressoché esclusiva. Una visione che non tiene conto degli ultimi 10-20 anni. Attualmente le aziende del Dragone sono intorno a 8.000, di cui solo 1.000 aperte nell’anno appena concluso. Un risultato reso possibile anche dalle tanto vituperate e considerate inutili sanzioni dell’Unione Europea. In Asia Centrale hanno spalancato le porte a Pechino, anche per evitare conseguenze derivanti dal fare troppi affari con Mosca. Una delle caratteristiche della Cina, poi, è quello di operare una colonizzazione silenziosa, “ricambiando” le posizioni che acquisisce con investimenti che spesso cambiano il volto dei Paesi in cui opera. L’Asia Centrale non fa eccezione. Secondo le stime disponibili, tra il 2016 e il 2025 lo stock di IDE (investimenti esteri diretti) in Asia centrale è cresciuto da circa 19,6 a quasi 36 miliardi di dollari. Gli stanziamenti sono concentrati soprattutto sulle infrastrutture e nel settore energetico. La Cina con la Belt and Road Initiative, la colossale mappa di ferrovie con cui ridisegna le connessioni del mondo, unisce territori sterminati nelle steppe asiatiche in poche ore, permette il traffico di persone e merci, e, in cambio, controlla i movimenti e quello che trasportano tutti gli altri.
Accanto a questo, offre le competenze maturate in un settore dove ormai è un leader mondiale, ossia quello delle energie rinnovabili, con buona pace del fatto che, nelle classifiche ufficiali, è ancora il Paese numero uno al mondo per emissioni di CO2. In Kyrgyzstan, aziende cinesi hanno firmato accordi per costruire un impianto solare da 250 MW nel sud del Paese nel 2025. In Kazakhstan, una società cinese ha annunciato investimenti superiori a 1 miliardo di dollari per la costruzione di centrali solari e eoliche da 300 MW e 500 MW. Secondo un report del Foreign Policy Research Institute, Energy China in Uzbekistan ha promesso investimenti per oltre 2 miliardi di dollari in progetti solari. Durante l’ultima riunione della Sco, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, considerata un po’ il G7 della parte di mondo più vicina a Pechino, il numero uno del Dragone Xi Jinping, ha riservato un’accoglienza particolarmente calorosa al presidente del Kazakhstan, Qasym-Jomart Toqaev e a quello uzbeko, Shavkat Miromonovich Mirziyoyev. Il motivo è presto detto, il primo è il “peso massimo” economico e politico della regione, quello che, in qualche modo ne guida gli orientamenti. Il secondo è il Paese in cui la Cina investe di più. Toqaev ha firmato 70 nuovi accordi commerciali per un valore totale di 15 miliardi di dollari. Mirziyoyev, oltre a firmare accordi, ha anche incontrato Shen Yanfeng, presidente della China National Nuclear Corporation, per discutere di un progetto dal valore di cinque miliardi di dollari per aumentare la cooperazione fra i due Paesi (l’Uzbekistan è uno dei principali produttori al mondo di uranio). Il tutto a margine della scenografica manifestazione in piazza Tienanmen e mentre il numero uno del Cremlino, Vladimir Putin, veniva trattato come ospite d’onore, ma in pratica non toccava palla.
Eppure, anche i migliori idilli nascondono lati oscuri. Negli ultimi mesi del 2025, la Cina ha avviato una massiccia campagna in tutti i Paesi dell’area, volta a descrivere Pechino come un partner “benevolo e portatore di prosperità”, e, al contrario, gli Stati Uniti e l’Unione Europea come portatori di guai e tendenze predatorie. A fronte di una Russia ormai manovrabile e di una Turchia ampiamente gestibile, l’Occidente viene ancora visto come un competitor pericoloso. E il Dragone non vuole intromissioni troppo pesanti in una regione che considera altamente strategica. Per questo, un comunicato dell’ambasciata cinese ad Astana, lo scorso 4 gennaio ha citato un vecchio proverbio cinese che recita «Un vicino di casa stretto è meglio di un parente lontano» per fare capire al Kazakhstan e, per estensione gli altri Paesi dell’area, che guardare troppo lontano non conviene, lasciando intendere che può essere persino controproducente. Siti kazaki si sono riempiti di articoli in cui si elogia la sinergia scientifica con Pechino. Stesso copione in Uzbekistan, dove sulla tv statale e sui principali quotidiani i contenuti sull’effetto positivo della cooperazione con la Cina si contano a decine, e in Kirghizistan, dove l’articolo sul quotidiano Vecherniy Bishkek, che ospitava un’intervista all’ambasciatrice cinese, è stato diffuso sul web milioni di volte.
I risultati di un sondaggio indicano che dietro ci sia qualcosa di più della propaganda e che le popolazioni dell’Asia Centrale vadano in qualche modo “convinte”. L’analisi approfondita di un sondaggio condotto da ACCWS, organismo statale cinese incaricato della promozione dell’immagine e delle narrative della Cina all’estero, ha mostrato che le opinioni pubbliche sull’influenza del Dragone non siano poi così positive come Pechino vorrebbe far credere. È vero che molti intervistati concordano con affermazioni sui benefici economici delle imprese cinesi e sulla sostenibilità del modello di crescita tecnologica della Cina. Tuttavia, i grafici mostrano che consensi e dissensi si attestano entrambi intorno al 40%, con circa un 20% di risposte “neutrali”. In Asia centrale, dove il dissenso è culturalmente scoraggiato e talvolta rischioso, la neutralità può mascherare un disaccordo latente. Ne emerge un quadro in cui scetticismo e opposizione verso la Cina sono almeno pari al sostegno dichiarato. Tutti elementi che suggeriscono come questa alleanza possa essere definita entusiasta ai piani alti, più tiepida a quelli intermedi e molto prudente in quelli bassi.

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