Svanisce a Dubai l’illusione della guerra sempre “altrove”

La città è stata costruita come negazione del conflitto sulla base di un’idea: che il denaro potesse comprare stabilità, che la (presunta) neutralità fosse una polizza assicurativa permanente, che la sicurezza potesse essere trattata come una commodity. Le immagini del conflitto hanno smentito l'equazione
March 6, 2026
Svanisce a Dubai l’illusione della guerra sempre “altrove”
Un proiettile (in alto a destra) attraversa il cielo sopra Dubai il 5 marzo 2026 /Ansa
Per ottant’anni ci siamo raccontati la guerra come una questione periferica. Riguardava Stati fragili, confini lontani, società instabili. Le capitali della finanza globale, gli hub del lusso, i paradisi della mobilità fiscale restavano fuori campo. Le immagini di Dubai incrinano questa geografia mentale: è un cortocircuito visivo prima ancora che politico. Da sempre abbiamo confinato il conflitto in una geografia rassicurante: le guerre stavano altrove, nei Balcani degli anni Novanta, in Medio Oriente, nell’Africa sub-sahariana. Anche quando l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato i carri armati nel cuore d’Europa, il fronte appariva delimitato. L’Occidente e con esso le sue propaggini globalizzate continuavano a percepirsi come uno spazio sostanzialmente immunizzato.
Dubai è stata costruita come negazione del conflitto sulla base di un’idea: che il denaro potesse comprare stabilità, che la (presunta) neutralità fosse una polizza assicurativa permanente, che la sicurezza potesse essere trattata come una commodity. Un’oasi artificiale dove il capitale internazionale si rifugia quando il resto del mondo diventa troppo rumoroso. Lì hanno investito oligarchi, finanzieri, professionisti occidentali in fuga fiscale, élite regionali. Un arcipelago umano accomunato dalla stessa convinzione: il mondo può bruciare, ma qui no.
Non stupisce che lì viva anche una comunità italiana che negli ultimi anni ha popolato i nostri feed con terrazze vista Burj Khalifa e professioni raccontate con un lessico elastico: advisory, trading, consultant. Un universo sospeso tra successo ostentato e narrazione motivazionale. In un’Italia alle prese con salari fermi e crescita intermittente, quella vita instagrammabile ha suscitato più ironia che ammirazione, più scetticismo che empatia. Tanto che oggi, davanti alle sirene e alle incertezze, l’apprensione collettiva non sembra esattamente travolgente. Eppure, il punto non è indulgere in una sottile soddisfazione sociale. Non è questione di ricchi contro poveri, né di regolare conti simbolici con chi ha scelto la fuga dorata. Le immagini di Dubai incrinano un paradigma più profondo: l’idea che la guerra sia il destino dei Paesi fragili, mentre la prosperità garantirebbe una sorta di extraterritorialità dalla storia. È una narrazione comoda, perché separa il mondo in periferie instabili e aree al riparo. La globalizzazione ha prodotto l’effetto opposto. Ha intrecciato economie, infrastrutture energetiche, corridoi finanziari, catene logistiche. Ha trasformato le metropoli del lusso in snodi centrali delle stesse reti che oggi vengono stressate dalle tensioni tra potenze regionali e globali.
Per anni abbiamo associato la guerra alla miseria, alla fragilità istituzionale e all’assenza di sviluppo. Dove c’è ricchezza, c’è pace; dove c’è povertà, c’è conflitto. Le immagini di Dubai smentiscono questa equazione: l’illusione dell’eccezione si è incrinata. La guerra non è un virus che colpisce solo gli Stati “falliti”: è una possibilità strutturale del sistema internazionale. La guerra, quando si avvicina alle piscine a sfioro, non diventa più giusta o più ingiusta: diventa solo più difficile da ignorare. Ci costringe a riconoscere che la sicurezza non è uno status sociale né un indirizzo fiscale: è una condizione politica fragile.
Per molti, l’ultima immagine di vulnerabilità associata a uno skyline simbolo della finanza globale resta quella delle Torri Gemelle a New York. Ma lì si trattò di un attacco terroristico. A Dubai il segnale è diverso: più che l’irruzione improvvisa di un nemico invisibile, riguarda l’avvicinarsi delle faglie di un sistema internazionale che non riconosce eccezioni. È la fine dell’illusione secondo cui basta spostare capitali e residenze per sottrarsi alle turbolenze della storia: il nostro destino è comune. Se le immagini di Dubai ci restituiscono qualcosa, è il duro promemoria che la realtà non ha zone franche. E quando irrompe nella quotidianità, lo fa senza chiedere il reddito di chi la osserva, preoccupato, dalla finestra.

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