No, la guerra non è un videogioco
Droni, colonne di fumo, jet e tracciati da battaglia navale: ma ciò che non vediamo - o che non ci lasciano vedere - è la realtà atroce del lutto e della morte

Se è vero quel che racconta il Financial Times, e non abbiamo motivi per dubitarne, l’uccisione di Ali Khamenei è l’epilogo di un piano ultraventennale ordito addirittura da Ariel Sharon. I 30 missili lanciati il 28 febbraio ‒ in un istante preciso ‒ a distruggere il complesso governativo dove si trovava la Guida Suprema sono arrivati al termine di un disegno gigantesco, che per anni ha contemplato sabotaggi, hackeraggi sulle telecamere pubbliche di sorveglianza, infiltrazioni di spie, omicidi mirati… Tecnologia e tempo. Intelligence e pazienza. Lo stesso quotidiano ammette che potrebbe essere tutto vero o tutto falso. Il plausibile potrebbe non essere realtà. O la realtà potrebbe non essere plausibile, chissà. Le guerre cancellano la verità; accade dalla notte dei tempi. E la guerra “moderna” la cancella ancora di più.
Certo, vediamo i missili iraniani intercettati sopra Tel Aviv, vediamo le scie dei droni lanciati all’impazzata da Teheran fuori dai confini, vediamo gli incendi provocati dai bombardamenti israeliani in Libano, vediamo i tracciati dei jet americani sui cieli mediorientali. La guerra come “prodotto” sembra essere una faccenda di macerie e di crateri, di colonne di fumo e di edifici sventrati. E poi ci sono le nostre famiglie, quelle che si riabbracciano alla Malpensa dopo giorni di terrore vissuti a Dubai e quelle che fanno la fila ai distributori di benzina in previsione di rincari dei carburanti.
Ma la guerra? Noi non abbiamo visto nulla di quello che sta accadendo, sul serio. L’affondamento di una enorme nave della Marina iraniana, al largo dello Sri Lanka, è testimoniato da un paio di immagini da videogiochi, da battaglia navale sul display di un pc. Uno scafo che si inabissa, in verticale, come in un film. Eppure lì dentro c’erano decine di uomini, in carne e ossa. Noi, gli uomini non li abbiamo visti. È una guerra da joystick, questa che si combatte ormai in tutto il Medio Oriente. Una guerra per noi più immaginaria che reale, si potrebbe dire. Non la rendono più reali i video diffusi dalla Casa Bianca e dall’Idf, le Forze di difesa di Israele. Nel primo, alcuni momenti dell’operazione “Epic Fury” – il decollo dei caccia, le bombe sganciate su Teheran – vengono sottolineati dalle note festose della Macarena (e che non debba passare alla storia come la colonna sonora della Terza Guerra Mondiale… ). Nel secondo, un duello mortale nei cieli di Teheran durante il quale un caccia israeliano abbatte un jet iraniano e celebra vittorioso l’attacco. Negli stessi istanti, una bomba si è abbattuta su una scuola elementare femminile a Minab, nella provincia iraniana di Fars, uccidendo all’istante circa 170 esseri umani, tra cui decine e decine di scolare. Ma noi non abbiamo visto nulla, tranne qualche immagine dei familiari in lutto. E poi ancora, ieri, il video da un minuto postato sull’account X della Casa Bianca con un montaggio di immagini dei raid in Iran alternate con quelle prese dal videogame “Call of Duty”.
È questo non vedere, che ci rende la guerra distante? È con questo descrivere la guerra come potenza, come tecnologia, come sfoggio bellicista, come muscoli e supremazia, addirittura sulle note di un tormentone estivo o sullo sfondo di un videogame, che si vogliono anestetizzare le nostre coscienze? La guerra come un teatro dove il sipario si alza a metà, e manovrato da chi ha interesse a farci vedere solo la sua, di verità. Non che ci serva vedere e toccare, come tanti San Tommaso, il sangue e i corpi dilaniati, per sapere che la guerra è orrore, sempre, o per poter chiedere, uniti a papa Leone XIV, che il Signore «illumini i leader delle nazioni, affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili». No, non ci serve vedere il sangue per sapere che la guerra genera dolore e lutti. Ma che si sia consapevoli, almeno, che dove c’è un joystick che dà il via libera a un missile, ci sono vite che si spengono. Non numeri, come quelli che l’agenzia Reuters computa regolarmente, sebbene non provengano da fonti certe, e di cui diamo conto nelle pagine di cronaca: al sesto giorno di guerra, cioè ieri, almeno 1.230 persone uccise in Iran, 10 in Israele, 77 in Libano, 9 in Kuwait (di cui 6 americani) e così via. Esseri umani, non pedine di un videogioco.
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