La fratellanza tra Cristianesimo e Islam è messa a dura prova

Ha ancora valore, e cosa dice, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, ad Abu Dhabi?
March 6, 2026
La fratellanza tra Cristianesimo e Islam è messa a dura prova
Papa Francesco firma il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune assieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019
Quale valore spirituale, profetico, simbolico e anche politico può avere oggi il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti e dell’omonimo Emirato? La domanda è più che legittima alla luce di quanto sta accadendo in Iran, come in Libano e in Israele e in altri Paesi arabi, in seguito all’attacco americano e all’uccisione della “guida suprema”, l’ayatollah Ali Khamenei, da oltre trentasei anni al potere pressoché assoluto nel suo Paese. Si può ancora dire che il consenso fra Cristianesimo e Islam, espresso nel Documento citato, costituisca un motivo di speranza e una promessa di pace possibile, costruita nella giustizia e nella verità? Per provare a dare una risposta a questo interrogativo evidenzio alcuni principi ispiratori del testo, affermati con enfasi e - mi sembra - messi pericolosamente in questione da quanto sta avvenendo.
Il primo di questi principi è quello della solidarietà universale fra gli esseri umani davanti all’unico Dio: «La fede ‒ afferma in apertura il Documento ‒ porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». Se i cristiani possono riconoscere in queste parole il cuore del “comandamento nuovo” di Gesù, i credenti islamici vi potranno avvertire l’eco dei caratteri di Colui che è «il clemente e il misericordioso», come afferma l’inizio del Corano riferendosi a Dio. Importantissima è la conseguenza di questo principio: «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera». Non poteva essere più netta la condanna di ogni forma di violenza, eco dell’imperativo del “Non uccidere”, comune alle due fedi (cf. Es 20,13 e Mt 5,21-22, e nel Corano il versetto 32 della Sura 5).
A ispirare il testo di Abu Dabi è poi quel principio dialogico, che sta alla base della concezione del rapporto Chiesa - mondo alla luce del Concilio Vaticano II: cattolici e musulmani «dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Certamente da entrambi è rifiutata ogni forma di irenismo ingenuo o dai secondi fini, né si ignora quanto le violenze compiute nella storia in nome di Dio abbiano disatteso il comandamento divino. Proprio per questo, però, è tanto più significativo che si affermi: «Noi - credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio -, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, attraverso questo Documento chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace».
Il testo afferma quindi in riferimento alla dimensione etica e spirituale della vita: «Noi, pur riconoscendo i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere, in particolare nei Paesi sviluppati, sottolineiamo che, insieme a tali progressi storici, grandi e apprezzati, si verifica un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva». Si tratta di un’affermazione forte, che mette in guardia dal rischio sempre in agguato per ogni essere umano di abbandonare l’orizzonte ultimo, per ripiegarsi sulle misure corte dell’avidità o della sete di potere. L’antidoto a tutto questo è così espresso nel Documento: «Attestiamo l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni, tramite l’educazione sana e l’adesione ai valori morali e ai giusti insegnamenti religiosi, per fronteggiare le tendenze individualistiche, egoistiche, conflittuali, il radicalismo e l’estremismo cieco in tutte le sue forme e manifestazioni».
Il testo prosegue affermando con decisione: «Condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo». Netta è l’affermazione che impone di separare il nome di Dio e la fede in Lui da ogni forma di violenza: «Noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio». Al no radicale alla violenza perpetrata in nome della religione il testo congiunge il sì alla libertà religiosa e di coscienza come “diritto di ogni persona”. Affermazioni fatte - dice il testo - dando voce «ai cattolici e ai musulmani d’Oriente e d’Occidente» e rivolte non solo ai credenti, ma ad ogni persona che si voglia pienamente umana. È quanto ha fatto in Iran l’assolutismo di Khamenei e dei suoi adepti? Ed è quanto l’operazione militare in corso - con l’uccisione di tanti innocenti dalle due parti - sta facendo? La risposta mi sembra tanto evidente, quanto drammatica. Leone XIV, rivolgendosi al mondo nell’Angelus del 1 marzo, ha affermato: «Di fronte al rischio di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo un fervido appello alle parti coinvolte affinché assumano la responsabilità morale di fermare la spirale di violenza prima che si trasformi in un abisso irreparabile». Chi - fra cristiani e musulmani - avrà il coraggio di operare per arrivare a una pace che corrisponda all’accorato allarme del Successore di Pietro?
Arcivescovo di Chieti-Vasto

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