Evitare l'abisso del bellicismo: la strada che possiamo percorrere
Il tunnel da cui dobbiamo uscire è quello che non prevede alcuna possibilità che non sia quella tra la guerra e la resa. Quando qualcuno vuole convincerci che non ci sono alternative occorre capire meglio e andare a vedere quali sono le alternative che vengono tenute nascoste proprio da coloro che vogliono convincerci dell’assenza di alternative

I tragici avvenimenti di questi giorni destano preoccupazione e fanno presagire mali sempre maggiori e sempre meno circoscrivibili geograficamente. Essi però non sono un cataclisma che arriva all’improvviso, ma sono logica conseguenza di quanto si è andato preparando – sul piano militare, politico, informativo e persino simbolico – negli anni più recenti. Ormai da tempo i venti del bellicismo stanno condizionando i pensieri e le azioni dei governanti. Sordi alle proteste più o meno rumorose della società civile, che sempre più invoca la pace e chiede che si mettano in atto politiche di pace – una società civile quasi totalmente silenziata dai mezzi di informazione –, le élites di governo si fanno guidare dal motto si vis pacem para bellum, nella convinzione, evidentemente difficile da sradicare, che solo preparandosi alla guerra sia possibile garantire la pace e la sicurezza dei popoli. Ed è da questa convinzione che discendono sia la corsa al riarmo, compreso quello nucleare auspicato e sponsorizzato da ultimo dal Presidente francese Macron, sia la discutibile e sempre molto problematica scelta di procedere ad attacchi preventivi, figli assolutamente naturali della logica della deterrenza. Quando infatti la sicurezza è affidata esclusivamente ad un mix esplosivo di paura, minaccia e sfiducia, non si può aspettare che l’altro faccia la prima mossa. È la stessa ricerca della sicurezza a imporre di agire per primi, prima che sia troppo tardi.
Un argomento, quest’ultimo, delicato, rischioso, e soprattutto privo di qualunque possibilità di smentita, nel momento in cui diventa difficile dimostrare la reale consistenza del pericolo che spinge ad agire preventivamente. Un argomento che sconfina nell’irrazionale, quindi, e che andrebbe perciò utilizzato in maniera assai prudente, muovendosi con il massimo della razionalità e della misura. Non solo perché, come nel famoso disegno di Francisco Goya, il «sonno della ragione genera mostri»; ma soprattutto perché, come scriveva Benedetto Croce nel 1914, prima della «inutile strage» denunciata da Benedetto XV, «non perché vi siano pericoli bisogna perdere la testa e precipitarsi nel baratro». All’origine di tutto c’è in ogni caso la convinzione, radicatissima nelle coscienze del nostro tempo, che solo la forza possa rappresentare l’argomento decisivo nelle contese, siano esse individuali o collettive. A maggior ragione quando si tratti di contese tra Stati. Le sciagurate scelte dei governanti, fatte in spregio al diritto internazionale, hanno rafforzato questa convinzione facendo sì che diventasse vero e proprio senso comune. Ma come sempre capita, quando qualcuno vuole convincerci che non ci sono alternative occorre capire meglio e andare a vedere quali sono le alternative che vengono tenute nascoste proprio da coloro che vogliono convincerci dell’assenza di alternative.
Il tunnel da cui dobbiamo uscire, in altre parole, è quello che non prevede alcuna possibilità che non sia quella tra la guerra e la resa. Nel caso specifico di quanto sta succedendo in Iran non è accettabile l’alternativa tra il massacro dei cittadini iraniani compiuto da governanti sanguinari e il massacro degli stessi cittadini iraniani compiuto da chi li bombarda per liberarli. La comunità internazionale non è affatto priva di strumenti di intervento davanti allo scempio del diritto che viene compiuto in molti stati autoritari. Certo, a furia di girarci dall’altra parte, come abbiamo fatto per troppo tempo, si finisce per pensare che solo la forza e la violenza possano essere efficaci per difendere la libertà e i diritti. Ma non c’è nulla di più sbagliato, e non solo per le conseguenze dolorose che che ne derivano per chi subisce perdite e lutti. È sbagliato perché dalla violenza non può che generarsi altra violenza; è sbagliato perché quando si persegue un valore non lo si può fare con mezzi che lo negano; è sbagliato perché da questa adorazione della forza discende necessariamente lo svilimento dell’unico strumento capace di risolvere i conflitti senza spargimenti di sangue, e cioè il diritto.
Insistere sul dialogo, sulla diplomazia, sulla politica intesa non come logica amico/nemico ma esattamente come sua negazione: è solo un lato della medaglia. Se si vuole evitare di intervenire con la forza e si ha davvero l’intenzione di aiutare i popoli oppressi in nome dei valori in cui diciamo di credere, occorrono anche altri strumenti, che però contrastano con la nostra politica muscolare basata sul modello della fortezza assediata. Occorre lavorare sull’aiuto alle opposizioni dei tiranni, occorre agevolare la circolazione delle persone che cercano rifugio; occorre far sentire tutto il nostro sostegno a chi lavora per la libertà e la democrazia. Occorre più di tutto insistere sul valore e sul lavoro delle istituzioni internazionali come unica risorsa per evitare che alla fine del tunnel non ci sia altro che il baratro.
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