La linea di Sanchez divide l’Europa. Così si è arrivati allo scontro con la Casa Bianca
Il premier spagnolo ribadisce il suo no alla guerra: così iniziano i disastri dell’umanità. Smentita la cooperazione con gli Usa.
Poi incassa la solidarietà da Ue, Starmer («Abbiamo appreso la lezione dall’Iraq») e Macron, sorpresa per il silenzio di Merz. Italia non citata

Il muro di Pedro Sanchez contro la guerra di Washington regge, nonostante i colpi assestati dalla Casa Bianca. L’ultimo nella tarda serata di mercoledì, quando la portavoce del governo degli Stati Uniti, Karoline Leavitt, si è detta sicura che Madrid «collaborerà» con l’esercito americano, dopo aver recepito «forte e chiaro il messaggio del presidente». Peccato che la smentita del ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares sia arrivata nel giro di pochi minuti: «L'accordo è molto chiaro, le basi richieste sono di sovranità spagnola» e «la nostra posizione resta invariata». Una postura granitica che proietta Sanchez ai vertici dell’antitrumpismo internazionale.
Dunque la tensione sull’asse Washington-Madrid non accenna a dissiparsi e al di là delle dichiarazioni resta un dato di fatto: la linea di Sanchez ha sparigliato gli equilibri di Bruxelles, conquistando gran parte dell’Europa che conta - esclusa la Germania - e alimentando lo stallo italiano (vedi articolo sotto). Merito, si fa per dire, delle minacce di Donald Trump, che dopo il no del premier socialista all’uso delle basi spagnole ha ipotizzato di bloccare le relazioni commerciali con Madrid.
Un attacco dopo il quale Sanchez ha incassato la solidarietà dei vertici Ue, a cominciare dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e da quello del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Ma anche Emmanuel Macron e Keir Starmer si sono fatti sentire esprimendo la loro vicinanza. Il bottino raccolto ha spinto il presidente spagnolo a rilanciare. Il suo intervento pubblico dal Palazzo della Moncloa non poteva essere più perentorio: «La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra». Il punto, per Sanchez, è che «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra», perché «è così che iniziano i disastri dell’umanità». Quindi l’unica strada percorribile resta la «cessazione immediata delle ostilità», in modo da arrivare quanto prima a «una soluzione diplomatica e politica». Il premier spagnolo ha auspicato una risposta coordinata degli alleati dell’Unione Europea e non ha rinunciato a una replica diretta al presidente Usa (che lo ha definito un «alleato terribile»): la Spagna, ha scandito, è un membro a pieno titolo dell’Ue, della Nato e della comunità internazionale ed è proprio per questo che «chiede a Stati Uniti e Iran di fermarsi prima che sia troppo tardi». Insomma, Madrid non sarà complice di «qualcosa che è male per il mondo», di certo non «per paura di rappresaglie». Anche perché l’esperienza insegna e già ventitré anni fa, ha ricordato rievocando l’Iraq, «un'altra amministrazione ci portò a una guerra ingiusta» e «il risultato fu più terrorismo, più instabilità e una vita peggiore». Ovviamente tutto questo non vuol dire che la Spagna appoggi un regime «che uccide i suoi cittadini e soprattutto le donne», ma pensare che la soluzione sia la violenza «è ingenuo».
Come detto, sia Macron sia Starmer hanno espresso tutta la loro vicinanza al collega spagnolo. Anche se il caso del Regno Unito è oggetto di un piccolo giallo. Anche ieri il premier inglese ha chiarito di voler «tenere fuori il Regno dalla guerra», almeno finché non ci saranno solide «basi legali» e «obiettivi certi». Pure lui, peraltro, ha tirato in ballo la precedente guerra in Iraq («Abbiamo imparato la lezione», le sue parole), spiegando di voler agire «con chiarezza, determinazione e sangue freddo» e «nell’interesse esclusivo dei cittadini britannici». Tuttavia, il Guardian, citando un briefing con un non meglio qualificato «alto funzionario occidentale», ha rivelato che la possibilità di un coinvolgimento inglese in futuri attacchi contro «piattaforme missilistiche iraniane» è tutt’altro che esclusa. Di più, nei prossimi giorni alcuni bombardieri statunitensi raggiungeranno le basi britanniche Diego Garcia, nelle isole Chagos, e Fairford, nel Gloucestershire, da dove dovrebbero attaccare le «città missilistiche» sotterranee dell'Iran.
Tornando alla Spagna, il caso Sanchez chiama in causa la Germania, citata nella conferenza stampa di martedì di Trump come esempio virtuoso di alleato e unico dei grandi Paesi europei a non aver espresso la sua solidarietà a Madrid. Circostanza che Manuel Albares ha puntualmente sottolineato, ma senza mai citare l’Italia, altrettanto silente. Albares ha espresso «sorpresa» per la mancanza del cancelliere tedesco Friedrich Merz, come pure per le parole del cancelliere sul fatto che la Spagna sia «l'unico Paese» tra gli alleati Nato che non accetta di alzare al 5% del Pil la spesa militare. Merz ha cercato di correre ai ripari ingaggiando il portavoce del suo governo, Stefan Kornelius: «Il cancelliere ha poi chiarito che, sulle questioni commerciali l'Europa agisce come un'unità e serra i ranghi contro le minacce tariffarie e di altro tipo», ha detto in una conferenza stampa, pur ammettendo che tra Merz e Sanchez «non ci sono stati contatti» e certamente senza sanare la frattura che il “no” della Spagna ha ormai aperto anche in Europa.
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