L’esperienza del Regno inizia già in questa vita che ci è dato di vivere

Dobbiamo amare fino in fondo, e non disprezzare, l’esistenza terrena, perché destinata alla pienezza. Ed essere consapevoli che se siamo legati a Cristo, viviamo già, qui sulla terra, l’eternità di Dio
March 4, 2026
L’esperienza del Regno inizia già in questa vita che ci è dato di vivere
Gesù risorto e gli apostoli in Galilea, scultura policroma del XIV secolo, coro della cattedrale di Notre- Dame, Parigi/ SICILIANI
Il cristianesimo non è la religione di un aldilà che con la morte consegna questa nostra vita sulla terra alla sua definitiva rottamazione. Ne abbiamo già parlato negli articoli precedenti. E i Vangeli stessi ci dicono con chiarezza che per i discepoli di Gesù, la vita sulla terra – quella dell’aldiquà – si apre già sull’aldilà. Ecco perché non dobbiamo seguire la strada del disprezzo di questa vita. Al contrario, dobbiamo amarla e sostenerla perché destinata alla pienezza. La prima generazione cristiana credeva a tal punto nella piena risoluzione della vita che il Signore ha promesso con il suo ritorno, che si fece prendere dall’eccitazione di contare i giorni e le ore che la separavano dal ritorno del Risorto.
Sbagliavano nel tradurre l’imminenza del Regno di Dio in termini di scadenza temporale. Ma non si ingannavano sul contenuto: con Gesù risorto, la vita terrena è già lievitata di eternità. Lo svelamento di questa trasformazione, dunque, per quei primi cristiani, era solo questione di tempo. Ma la metamorfosi era comunque già iniziata. Paolo dovette moderare l’eccitazione dei suoi, focalizzando l’attesa del Signore nell’orizzonte totale della storia umana. Se anche il Signore dovesse arrivare – scrive Paolo – quando alcuni di noi saranno ancora vivi, tutte le creature umane, comunque dovranno essere trasformate in creature nuove, adatte alla vita nel Regno di Dio promesso. Il Regno di Dio, infatti, non incomincia di nuovo dal nulla. No, è la stessa storia umana che viene trasfigurata dall’inabitazione dello Spirito di Dio, che rinnova tutte le cose che formano la vita umana e, segnandone la storia hanno abbozzato la singolarità di ogni persona.
Lo Spirito redime i fallimenti e le contraddizioni che hanno pesato su questa storia, dando forza e valore all’intenzione contraria: che però non è in grado, con le sue deboli forze, fisiche, morali, spirituali, di sottrarre la creatura alle ferite della vita e alle offese del male. Lo Spirito compie il miracolo: restituisce alla creatura umana una vita e un mondo adatti al suo sincero desiderio di bene. Questo adattamento, ad opera dello Spirito, darà alla nostra vita una coerenza che essa non è in grado di darsi: noi non possiamo fare un mondo a immagine e somiglianza della creazione che sta ben ferma nella mente di Dio. E nemmeno a immagine e somiglianza del desiderio di bene che sta nel profondo del cuore dell’uomo. Però, possiamo abitare l’imperfezione della nostra vita con la passione della bellezza alla quale lo Spirito di Dio vuole portarla. Questo significa che noi ameremo questa terra e questa vita che Dio ci ha dato, sintonizzando la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore come la divina passione del suo definitivo riscatto.
Non desidereremo di abbandonarla al suo destino di corruzione e di morte. Non saremo impazienti di liberarci di essa: piuttosto, la abiteremo impazienti di portarla, con il Signore, nel Regno di Dio. Il legame della nostra vita con quella stessa di Dio cresce in noi già da ora: dentro il cuore, certo, ma anche dentro la nostra casa, nel nostro campo, nel nostro lavoro, nei nostri affetti, come Gesù ha esemplificato nelle sue parabole. Il Regno di Dio cresce nella vita che ci è dato di vivere. E fa persino miracoli che spostano le montagne, se abbiamo fede bastante. Anche miracoli, quando accettiamo di lasciarci fermentare dal Vangelo.
La centralità della passione per l’ingresso nel Regno di Dio che viene, centro della predicazione di Gesù e cardine della promessa di Dio, purtroppo, è stato come smarrito nella coscienza dei cristiani. La nostra operosa sintonia con il Regno di Dio è semplicemente il modo in cui dobbiamo “prendere la vita” che viviamo. Gesù lo disse persino ai farisei: «Ecco, il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17, 21). Questa parola (“regno”), che sintetizza l’annuncio di Gesù, è il centro della sua rivelazione. Il solo calcolo numerico mette in evidenza la centralità del messaggio: il termine “regno” compare 162 volte nel Nuovo Testamento (di cui 121 nei Vangeli sinottici: 51 in Matteo, 14 in Marco e 39 in Luca). Il Regno di Dio, non si risolve nella salvezza della propria anima, come un superficiale catechismo suggeriva. È, in realtà, il mondo nuovo che Gesù inaugura sulla terra, i cui primi abitanti sono i poveri; è il mondo ove regna l’amore di Dio, perché Dio vuole essere amato come una promessa, non subito come una condanna. Nello stesso tempo, il cristianesimo non è una consolazione a poco prezzo, che fa della retorica sul dolore altrui per garantirsi una coscienza pacificata a poco prezzo. Mi hanno fatto sempre impressione queste parole di un cristiano rumeno che ha passato lunghi anni nelle prigioni comuniste a motive della sua fede: «Vado su tutte le furie quando vedo in che modo il cristianesimo è confuso con la stupidità, come una specie di devozione idiota e vigliacca… come se il destino del cristianesimo non fosse altro che commuoversi per l’umanità beffata dal male…».
L’amore e la fede sono forze di cambiamento della storia, così come il seme che, secondo la parabola di Gesù, una volta seminato, inizia la sua crescita. È il granello di senape, il più piccolo dei semi che «appena seminato – dice Gesù – cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Mc 4,32). O anche come il lievito – è l’altra parabola – che messo nella pasta la fermenta tutta. È l’azione stessa di Gesù. Nel caos della Palestina impoverita e dominata, indebolita dalle fazioni politiche e religiose, tentata di trovare un’identità sostitutiva all’adorazione di Dio in spirito e verità e all’amore del prossimo, nel fondamentalismo della legge sacra o nella esasperazione della violenza politica, Gesù ha seminato un seme destinato a far crescere tessiture di riconciliazione e a creare spazi di vita compassionevole su ogni terra e sotto ogni cielo.
Perché nessuno si ritenesse sicuramente più degno, e nessuno fosse ritenuto indegno dell’amore di Dio che riscatta la vita, si rivolgeva a poveri e peccatori emarginati dalla comunità, gente impura a cui era inaccessibile il tempio. Il dominio di Cesare, la prepotenza dei ricchi, il puritanesimo dei farisei, il disprezzo dei diversi, non possono nulla a riguardo della conquista del Regno di Dio, né hanno il potere di decretarne l’esclusione. Questo fermento della storia – nei venti secoli che sono passati – ha rinnovato i mondi e sollevato i continenti. Dobbiamo chiederci: chi vive, oggi, questa semina, cercando terreni fertili nascosti dai detriti di politiche folli? Chi mette il lievito della fraternità in questo mondo iperindividualista? Dio non si arrende a un mondo di peccatori. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Ci è chiesto di amare il mondo – ossia gli otto miliardi di persone che sono sulla terra – promuovendo una fraternità universale. Dobbiamo essere consapevoli che se restiamo legati a Cristo, viviamo già, qui sulla terra, l’eternità di Dio. Non disse Gesù ai discepoli: «Chi crede in me anche se muore, vivrà»?
Con la fede, l’eternità è già entrata nella storia. I cristiani, oggi, non possono sbagliarsi su ciò che è decisivo nella storia. A Marta, che diceva di credere nella risurrezione alla fine dei tempi, Gesù risponde: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). La vita “eterna” fiorisce già da ora: la risurrezione ne sarà il frutto maturo. Nella fede, Gesù semina in noi, già ora, la vita eterna. Il giovane teologo Joseph Ratzinger così scriveva per spiegare la visione della risurrezione propria dell’evangelista Giovanni: «Il proiettarsi in Cristo, ossia l’aver fede, diventa in senso specifico un addentrarsi in quell’esser conosciuti ed amati da Dio stesso, che costituisce davvero l’immortalità» (Introduzione al cristianesimo, p.191). Nell’amore, tempo ed eternità già coincidono.

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