«Possiamo essere oppresse, non distrutte»: le nigeriane guidano la preghiera delle donne
Il 6 marzo la Giornata mondiale di preghiera, iniziativa ecumenica che coinvolge le donne cristiane di tutto il mondo. La riflessione affidata quest'anno alla Nigeria

Voci dalla Nigeria, voci di donne resilienti, che la sofferenza non riesce a spezzare, perché si aiutano reciprocamente e trovano in Cristo la forza e il ristoro. La Giornata mondiale di preghiera (Gmp) che il 6 marzo si celebra in più di 120 Paesi sul tema “Venite... Io vi farò riposare” (Matteo 11, 28-30) è stata preparata dal comitato interconfessionale delle donne nigeriane e ci immerge nelle loro vite. Eccole, «attraversano sentieri insidiosi per raggiungere le loro fattorie, spesso trasportando sia il raccolto che i loro figli: un bambino legato alla schiena, un carico pesante in equilibrio sulla testa». Così le descrive una giovane artista nigeriana, Gift Amarachi Ottah, e così le ha raffigurate nel logo della Giornata. In primo piano, le tre figure in abiti tradizionali rappresentano le diverse culture etniche del territorio. Il Paese, ricco di risorse, fra cui il petrolio e il gas, ha una storia dolorosa. Fra il 1526 e il 1859 2,2 milioni di persone furono vittime della tratta degli schiavi. Il dominio coloniale britannico durò dal 1851 al 1960. Poi ci fu la guerra del Biafra (1967-1970) col suo tragico corteo di distruzione, carestia e morti per fame. Da ultimo, il terrore seminato da Boko Haram e dallo Stato islamico. I cambiamenti climatici e le forti sperequazioni sociali incidono pesantemente sulle condizioni della popolazione.
Tutto questo riecheggia nei sussidi della Gmp che anche quest’anno, come nelle edizioni precedenti, desidera far conoscere alle donne di tutto il mondo la realtà delle donne di un determinato Paese, per accompagnarle con la preghiera e l’aiuto concreto e per ricevere da loro una preziosa testimonianza di vita e di fede. Si creano così autentici legami di sorellanza che attraversano tutti i continenti, nella fedeltà al motto: «Informarsi per pregare, pregare per agire».
Raccontando le loro esperienze, le donne nigeriane sottolineano: «Queste storie non vogliono portarci disperazione. Piuttosto, mostrano come Dio dia veramente riposo anche nelle situazioni più difficili. Che lo Spirito Santo parli attraverso queste testimonianze, ispirandoci ad alzare la voce in preghiera con tutte coloro che nel mondo intero portano pesi gravosi. Siamo un unico corpo in Cristo». Ed invitano a cantare un inno che dice: «Siete affaticate, siete stanche, vi sentite oppresse? “Vieni”, la voce dell’Amore ci invita a trovare riposo. Vi sentite sole, siete in lutto, provate dolore, angoscia? Nella nostra sorellanza di fede sarete benedette».
Come simbolo della Giornata propongono la ciotola “calabash”, un oggetto ricavato da una zucca, che serve nelle zone rurali per raccogliere il cibo e vendere i raccolti. Questo contenitore rappresenta la Provvidenza divina, «il modo con cui Dio fornisce sostentamento, nutrimento e sollievo in mezzo alle lotte della vita».
Le donne nigeriane testimoniano che la sofferenza deve essere affrontata con la forza che viene da Dio, senza passività né rassegnazione. In mezzo alla miseria, Blessing esclama: «Possiamo essere oppressi, ma non distrutti. Continuiamo a lavorare, a sperare, a pregare per la Nigeria e sappiamo che è possibile». Beatrice parla della difficile situazione delle vedove: «Ho faticato a trovare lavoro come madre single. I miei suoceri, che pensavo ci avrebbero sostenuto, mi hanno invece trattato con sospetto e hanno cercato di portarmi via le poche proprietà lasciate da mio marito. C’erano giorni in cui non sapevo come avrei potuto sfamare i miei figli o pagare le loro rette scolastiche. Tuttavia, nei momenti più bui, ho trovato forza nella mia fede e nella comunione con altre vedove».
Nelle parole di Jato palpita il ricordo struggente per Leah Sharibu: «La storia di Leah mi inquieta. Una giovane ragazza, incrollabile nella sua fede, che ha rifiutato di rinnegare Cristo anche di fronte alla prigionia. Sono passati otto anni da quando Boko Haram l’ha rapita e ancora oggi rimane loro prigioniera. Ogni volta che guardo Amina, mia figlia, non posso fare a meno di pensare: “E se fosse stata lei?”». «La nostra forza non deriva dall’aspettativa di una vita facile – continua –. È invece radicata nella consapevolezza che Cristo cammina con noi in ogni difficoltà. Di fronte alle persecuzioni, non aspettiamo semplicemente di essere salvati, ma viviamo attivamente la nostra fede, sapendo che ogni atto di amore e di perdono è una testimonianza della potenza duratura di Cristo nella nostra vita. La storia di Leah ci ricorda il costo di questa fede, ma ci mostra anche il suo potere».
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