Parolin: «La guerra preventiva rischia di infiammare il mondo»
di Matteo Liut
In un'intervista ai media vaticani il segretario di Stato vaticano denuncia il venir meno del diritto internazionale, chiede il ritorno alla diplomazia multilaterale e rilancia l’appello del Papa: «Cessi il rumore delle armi, si torni al negoziato»

Il venir meno del diritto internazionale, sostituito da una «diplomazia della forza», rischia di trascinare «intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti». Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in un’intervista rilasciata ai media vaticani firmata da Andrea Tornielli, richiama con chiarezza la gravità della situazione attuale, segnata dal nuovo fronte di crisi aperto in Medio Oriente dopo l’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza», osserva il porporato. Nell’intervista il porporato parla «con grande dolore» delle ore drammatiche che stanno vivendo i popoli mediorientali, in mezzo ai quali vivono «le già fragili comunità cristiane». Nazioni che ora «sono nuovamente ripiombate nell’orrore della guerra», con il suo carico di morti, distruzioni e instabilità. Le parole del Papa all’Angelus di domenica scorsa – «tragedia di proporzioni enormi», «voragine irreparabile» – risuonano come una diagnosi lucida del rischio che il conflitto assuma dimensioni ingestibili, ricorda il porporato.
Di fronte ai raid conto l’Iran, Parolin ribadisce la posizione costante della Santa Sede: «La pace e la sicurezza devono essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali». Il porporato ricorda lo spirito che animò i fondatori dell’Onu dopo la seconda Guerra mondiale – evitare ai popoli l’orrore già sperimentato – e constata quanto oggi quello sforzo appaia indebolito. «Si va sostituendo una diplomazia della forza», afferma, con Stati o gruppi di alleati che ritengono di poter «perseguire la pace mediante le armi».
Su questo sfondo si colloca il tema della cosiddetta “guerra preventiva”, invocata come motivazione dell’attacco. Parolin rimarca con forza che il ricorso alla forza può essere considerato solo come «ultima e gravissima istanza», dopo aver esaurito ogni canale politico e diplomatico, e sempre all’interno di un quadro multilaterale. Riconoscere agli Stati il diritto a un’azione preventiva significa spalancare la porta a un mondo «in fiamme». «Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza – avverte il cardinale –, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è annientato».
Tra le ferite aperte c’è anche quella delle grandi manifestazioni popolari in Iran, represse nel sangue nelle settimane scorse. Una pagina che non può essere dimenticata, nota il segretario di Stato: «Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano». Ma, suggerisce ancora Parolin, la soluzione non può arrivare «tramite il lancio di missili e bombe».
L’analisi si allarga poi alla crisi profonda che attraversano oggi il diritto internazionale e la diplomazia. Alla base, secondo Parolin, c’è l’indebolimento della consapevolezza che il bene comune è il bene di tutti: la logica degli interessi particolari ha eroso lo spirito che ispirò sia il sistema multilaterale sia progetti politici come l’Unione Europea. Ne deriva la tentazione, da parte degli Stati, di liberarsi dei vincoli legali internazionali per agire in autonomia, imponendo il proprio ordine ed «evitando la drammatica ma nobile fatica della politica, fatta di discussioni, di negoziati». In questo quadro sta emergendo «un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità», con la rimozione progressiva di principi fondamentali come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale e il rispetto del diritto.
Il cardinale denuncia anche un trattamento diseguale delle violazioni del diritto, con «casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente». Un atteggiamento che alimenta divisioni e ingiustizie. «Non ci sono morti di serie A e di serie B», ricorda, e il rispetto del diritto umanitario – in particolare la tutela dei civili, delle abitazioni, delle scuole, degli ospedali e dei luoghi di culto – non può dipendere da interessi militari strategici.
Quali prospettive, allora, per una crisi che rischia di allargarsi? «Spero e prego che l’appello alla responsabilità che papa Leone XIV ha rivolto domenica scorsa venga accolto e possa far breccia nei cuori di chi sta prendendo le decisioni», nota il porporato. Occorre che «cessi il rumore delle armi» e si torni al negoziato, riconoscendo che la diplomazia richiede tempo, pazienza e determinazione. Allo stesso tempo, è necessario «prendere atto che l’ordine internazionale è profondamente cambiato rispetto a quello disegnato ottant’anni fa con l’istituzione dell’Onu. Senza nostalgie per il passato, è necessario contrastare ogni delegittimazione delle istituzioni internazionali e promuovere il consolidamento di norme sovranazionali che aiutino gli Stati a risolvere pacificamente le contese, attraverso la diplomazia e la politica».
La speranza dei cristiani, ricorda infine il segretario di Stato, nasce da Cristo che rifiutò la via della spada e non rispose alla violenza con la violenza. Una speranza alimentata anche dalle tante voci che nel mondo chiedono pace e giustizia. «I nostri popoli chiedono pace!»: questo appello, conclude Parolin, «dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace».
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