Parolin: «La guerra preventiva rischia di infiammare il mondo»

In un'intervista a i media vaticani il segretario di Stato vaticano denuncia il venir meno del diritto internazionale, chiede il ritorno alla diplomazia multilaterale e rilancia l’appello del Papa: «Cessi il rumore delle armi, si torni al negoziato»
March 4, 2026
Il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin
Il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin / SICILIANI
Il venir meno del diritto internazionale, sostituito da una «diplomazia della forza», rischia di trascinare il mondo in una spirale incontrollabile di violenza. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in un’intervista rilasciata ai media vaticani richiama con chiarezza la gravità dell’ora presente, segnata dal nuovo fronte di crisi aperto in Medio Oriente dopo l’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza», osserva, denunciando un clima internazionale che sembra sempre più fondato sulla legge del più forte.
Il porporato parla con dolore delle ore drammatiche che i popoli mediorientali stanno vivendo: comunità già fragili, comprese quelle cristiane, «sono nuovamente ripiombate nell’orrore della guerra», con il suo carico di morti, distruzioni e instabilità. Le parole del Papa all’Angelus — «tragedia di proporzioni enormi», «voragine irreparabile» — risuonano come una diagnosi lucida del rischio che il conflitto assuma dimensioni ingestibili.
Di fronte ai raid contro l’Iran, Parolin ribadisce la posizione costante della Santa Sede: la pace e la sicurezza non possono essere ricercate con le armi, ma attraverso la diplomazia, soprattutto quella multilaterale. Ricorda lo spirito che animò i fondatori dell’ONU dopo la seconda guerra mondiale — evitare ai popoli l’orrore già sperimentato — e constata quanto oggi quello sforzo appaia indebolito. «Si va sostituendo una diplomazia della forza», afferma, con Stati o gruppi di alleati che ritengono di poter «perseguire la pace mediante le armi».
Su questo sfondo si colloca il tema della cosiddetta “guerra preventiva”, invocata come motivazione dell’attacco. Parolin rimarca con forza che il ricorso alla forza può essere considerato solo come «ultima e gravissima istanza», dopo aver esaurito ogni canale politico e diplomatico, e sempre all’interno di un quadro multilaterale. Riconoscere unilateralmente agli Stati il diritto a un’azione preventiva significa spalancare la porta a un mondo «in fiamme», minato dall’arbitrarietà e dal sospetto. «Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza», avverte, con la convinzione — illusoria — che la pace possa nascere dall’annientamento del nemico.
Tra le ferite aperte c’è anche quella delle grandi manifestazioni popolari in Iran, represse nel sangue nelle settimane scorse. Una pagina che non può essere dimenticata: le aspirazioni dei popoli devono trovare spazio in sistemi politici capaci di garantire libertà di espressione e partecipazione. Ma anche qui il cardinale si chiede se si possa davvero pensare che il lancio di missili e bombe possa offrire una soluzione alle tensioni interne.
L’analisi si allarga poi alla crisi profonda che attraversano oggi il diritto internazionale e la diplomazia. Alla base, secondo Parolin, c’è l’indebolimento della consapevolezza che il bene comune è il bene di tutti: la logica degli interessi particolari ha eroso lo spirito che ispirò sia il sistema multilaterale sia progetti politici come l’Unione Europea. Ne deriva la tentazione, da parte degli Stati, di liberarsi dei vincoli legali internazionali per agire in piena autonomia, imponendo il proprio ordine. In questo quadro sta emergendo «un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità», con la rimozione progressiva di principi fondamentali come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale e il rispetto del diritto umanitario.
Il cardinale denuncia anche un trattamento diseguale delle violazioni del diritto: casi che suscitano indignazione e mobilitazione internazionale e altri che vengono tollerati. Un atteggiamento che alimenta divisioni e ingiustizie. «Non ci sono morti di serie A e di serie B», ricorda, e il rispetto della dignità umana — in particolare la tutela dei civili, delle abitazioni, delle scuole, degli ospedali e dei luoghi di culto — non può dipendere da convenienze strategiche.
Quali prospettive, allora, per una crisi che rischia di allargarsi? Parolin si affida alla speranza che l’appello del Papa alla responsabilità possa raggiungere i cuori di chi prende le decisioni. Occorre che «cessi il rumore delle armi» e si torni al negoziato, riconoscendo che la diplomazia richiede tempo, pazienza e determinazione. Allo stesso tempo, è necessario prendere atto che l’ordine internazionale disegnato ottant’anni fa è mutato profondamente: non si tratta di rimpiangere il passato, ma di rafforzare e rinnovare le istituzioni multilaterali, consolidando norme sovranazionali capaci di promuovere soluzioni pacifiche.
La speranza dei cristiani, ricorda infine il Segretario di Stato, nasce da Cristo che rifiutò la via della spada e attraversò l’orrore della violenza senza rispondere alla violenza. Una speranza alimentata anche dalle tante voci che nel mondo chiedono pace e giustizia. «I nostri popoli chiedono pace!»: un grido che dovrebbe scuotere i governanti e spingerli a moltiplicare gli sforzi perché il diritto torni a prevalere sulla forza.

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