Concorrenza ridotta e nuovi flussi: il gas americano sta già capitalizzando la crisi

Gli attacchi iraniani sull’impianto qatarino di Ras Laffan e le tensioni nello Stretto di Hormuz riaccendono lo spettro di uno choc energetico mondiale
March 4, 2026
Concorrenza ridotta e nuovi flussi: il gas americano sta già capitalizzando la crisi
/ REUTERS
Il mercato del gas non ha ancora assorbito lo choc degli attacchi iraniani in Qatar, ma c’è già qualcuno che capitalizza sulla nuova turbolenza. Mentre l’enorme impianto qatarino di Ras Laffan si ferma per gli attacchi iraniani e l’Europa osserva un balzo dei prezzi, gli esportatori statunitensi di Gas naturale liquefatto (Gnl) hanno immediatamente visto crescere valutazioni e margini: il caos nel Golfo, per loro, è un’opportunità. I due colossi Usa Venture Global e Cheniere hanno registrato rialzi lampo in Borsa e una corsa alla riallocazione dei carichi, segnale inequivocabile che la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. La situazione nel Golfo Persico apre infatti un doppio fronte: da un lato la vulnerabilità strutturale delle forniture globali, dall’altro l’emergere di chi è pronto a monetizzare ogni crepa del sistema.
Il blocco di Ras Laffan, cuore pulsante della produzione di Gnl del Qatar, e la paralisi del traffico nello Stretto di Hormuz hanno riaperto uno spettro che l’Europa e l’Asia speravano di aver confinato al 2022: un nuovo choc energetico globale. Questa volta, però, la combinazione tra rischio geopolitico e dinamiche speculative potrebbe rendere il contraccolpo ancora più complesso da gestire, mentre il prezzo del gas europeo è volato oggi oltre i 60 euro al megawattora sul mercato di Amsterdam, ai massimi da un anno. Ancora più forte l’onda d’urto in Asia, dove gli acquirenti tradizionali del Gnl qatarino – Cina, India, Corea del Sud – si sono precipitati a cercare carichi alternativi, alimentando una competizione serrata con gli importatori europei. Sullo sfondo, la minaccia di un blocco duraturo di Hormuz, passaggio obbligato per un quinto del Gnl mondiale, agita i mercati. Il primo effetto visibile della crisi è stato proprio l’improvviso balzo in Borsa delle società americane del Gnl. Venture Global, che vende oltre il 30% della propria produzione a prezzo spot, lunedì ha guadagnato in una sola seduta quasi il 20%; Cheniere Energy, più legata a contratti di lungo termine, è avanzata del 5,6%. È la diretta conseguenza di un dato ormai acquisito: gli Stati Uniti, oggi primo esportatore mondiale di gas liquefatto, rappresentano l’unica fonte di flessibilità immediata per i mercati internazionali.
Ma l’entusiasmo di Wall Street non deve trarre in inganno. Come spiegano diversi analisti, la capacità inutilizzata americana è limitata. Gli impianti della costa del Golfo viaggiano già quasi al massimo, e i nuovi terminal – come il colossale Golden Pass in Texas - entreranno in funzione solo nei prossimi mesi. Washington non può dunque compensare un’interruzione prolungata della produzione qatarina, che da sola vale il 20% del Gnl mondiale. È proprio questo mismatch tra domanda e offerta potenziale ad aprire la porta a un’impennata speculativa. Nelle ultime sedute, diversi trader hanno iniziato a deviare carichi di Gnl americano verso l’Asia, attratti da prezzi spot cresciuti fino al 50%. Le grandi case di trading, dotate di flotte proprie e contratti flessibili, possono ottenere margini immediati rivendendo gli stessi carichi su mercati più affamati, drenando ulteriormente volumi dall’Europa. Il risultato è una spirale che ricorda da vicino quella vissuta nel 2022: un impatto reale, legato alla riduzione delle forniture, amplificato da una corsa speculativa che sconta scenari estremi. Le analisi elaborate dall’Oxford Institute for Energy Studies mostrano cosa succederebbe in caso di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz: una perdita potenziale fino a 110 miliardi di metri cubi di Gnl dal Medio Oriente e un aumento dei prezzi fino a quasi 30 dollari per Mmbtu, livelli paragonabili ai picchi della crisi post-invasione russa.
In questo scenario, l’Italia vive un paradossale momento di tregua. Grazie alle partenze anticipate da Ras Laffan, quattro grandi metaniere dirette al rigassificatore di Adriatic LNG hanno già superato Hormuz. Si tratta di circa mezzo miliardo di metri cubi di Gnl destinati alle forniture di marzo, legati al contratto di lungo termine tra Edison e QatarEnergy. Ma la tranquillità è solo temporanea. Alcune navi partite a fine febbraio sarebbero già tornate indietro dopo gli attacchi, il che rende il mese di aprile il primo vero banco di prova. Situazione complicata dal fatto che l’Italia resta tra i Paesi europei più esposti al Gnl qatarino: circa un terzo della quota europea di importazioni da Doha.
La crisi in corso conferma che la dipendenza europea da flussi di gas globali resterà elevata per anni. La competizione con l’Asia rischia di trasformare ogni crisi geopolitica in una guerra commerciale per accaparrarsi i carichi disponibili. E la speculazione, favorita da una crescente finanziarizzazione delle commodities energetiche, rappresenta un acceleratore di volatilità. Per l’Europa e per l’Italia la sfida non sarà solo trovare nuove fonti, ma costruire una strategia capace di resistere a un mondo dove gli stretti marittimi sono diventati barometri di rischio finanziario.

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