L'Europa esca dalla palude in cui si è arenata

Il Vecchio continente può uscire dalla palude solo ripartendo dalle risoluzioni votate a larga maggioranza dall’Europarlamento e da ciò che si potrebbe fare insieme in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu
March 3, 2026
L'Europa esca dalla palude in cui si è arenata
La sede dell'europarlamento di Strasburgo
Il caos calmo che sta attraversando l’Europa nei primi giorni della nuova guerra era purtroppo un elemento da mettere in conto. Sta infatti succedendo di tutto nel mondo, ma è come se a Bruxelles non succedesse nulla. L’impossibilità di fare sintesi sta portando a fughe in avanti, timidezze e omissioni. In ordine sparso, ovviamente. Ci sono silenzi, imbarazzi e retorica da una parte, quella nazional-populista di cui fa parte anche il nostro governo, che si è sentita tradita e tagliata fuori dall’azzardo israelo-americano, fatto in spregio al diritto e alle istituzioni internazionali. C’è all’opposto un mostrar muscoli e voglia di riarmarsi, che sta animando quel che resta del “nocciolo duro” della costruzione continentale: intorno al piano nucleare lanciato dal presidente francese Emmanuel Macron lunedì, infatti, si sono riuniti già otto Paesi, a partire dalla Germania.
Nella confusione complessiva, né l’una né l’altra via paiono efficaci. Da un lato si rischia di confermare la percezione di sudditanza verso gli Stati Uniti in versione Trump senza riuscire a condannare l’illegale intervento armato e neppure a offrire una sponda a quel vasto movimento di dissidenza iraniana che combatte dall’esterno il regime fondamentalista. D’altro canto, la postura militarista scelta da Parigi e Berlino per poter nuovamente contare negli assetti internazionali, sia pur comprensibile dato il momento storico, va in direzione opposta alla vocazione originaria dell’Europa, nata come terra di pace in risposta proprio ai totalitarismi e alle macerie dei conflitti mondiali. Questa vocazione alla pace è tanto più attuale in tempi di guerra permanente. Come tradurla, però, senza che ciò appaia inevitabile utopia?
La minaccia ai confini per ora non c’è, come invece era accaduto quattro anni fa con l’aggressione militare della Russia all’Ucraina. Eppure dall’Iran sotto le bombe di questi giorni, devono aver intuito la debolezza strategica dell’Unione europea se ieri è partito addirittura un avviso, in direzione Bruxelles: «Considereremo qualsiasi azione militare europea come un atto di guerra che richiede una risposta» ha detto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Ricompattarsi è forse più facile se il rumore dei nemici è a pochi chilometri dal proprio giardino di casa? E dunque sull’Iran i Ventisette faranno la fine che hanno fatto su Gaza, restando imprigionati dai veti reciproci e mostrandosi incapaci di trovare un’onorevole mediazione? Non era questo il sogno dei padri fondatori, che immaginavano una pace costruita sì sui valori comuni ma anche assai concreta. Vale la pena ricordare, da questo punto di vista, che Robert Schuman, nel primo atto istitutivo della Comunità economica del carbone e dell’acciaio, nel 1950, evocava una «solidarietà di produzione» tra Francia e Germania, pensata al fine «che una qualsiasi guerra» tra i due Paesi sin lì nemici, «diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile».
La pace è dunque compito molto concreto, è «una nuova visione dell’Europa come progetto condiviso di civiltà» hanno sottolineato i firmatari del Codice per una nuova Camaldoli, nato su impulso del cardinale Matteo Zuppi. Tante proposte concrete sono possibili, a partire ad esempio dall’istituzione di un Commissario europeo per la pace, dotato di adeguati strumenti di intervento. Quanto alla situazione contingente, il Vecchio continente può uscire dalla palude che lo rende inesistente nello scenario mondiale, solo ripartendo dalle risoluzioni votate a larga maggioranza dall’Europarlamento (quella di gennaio condannava le brutalità del regime degli ayatollah e sosteneva il movimento “Donna, vita e libertà”) e da ciò che si potrebbe fare insieme, sia pur tardivamente, in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Spetta alla Commissione e al Consiglio europeo, fino ad ora apparsi deboli e riluttanti, fare un salto di qualità decisivo. Spostare il dibattito nella sede più appropriata, le Nazioni Unite, come si fece ad esempio nel 2003 per la guerra in Iraq, sarebbe un modo per andare oltre le pesanti divisioni del momento e insieme per ridare centralità e legittimità alla diplomazia, ai cui buoni consigli bisognerà prima o poi decidersi di tornare.

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