Il vescovo Martinelli: «Non è una guerra all'islam. Guardiamo al bene dei popoli»

Parla il vicario apostolico dell’Arabia Meridionale che comprende anche gli Emirati Arabi dov’è “sconfinato” il conflitto. «La violenza non porta mai a soluzioni stabili. Dal dialogo fra le religioni un contributo alla riconciliazione. Ogni giorno qui il Rosario per la pace»
March 3, 2026
Il vescovo Martinelli nella visita pastorale in Arabia meridionale / Avosarabia
Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia Meridionale, durante la visita pastorale negli Emirati Arabi Uniti / Avosarabia
«Dobbiamo tornare a guardare il bene dei popoli». Il vescovo Paolo Martinelli lo ripete più volte. Parla dagli Emirati Arabi Uniti, uno dei Paesi dove è “sconfinata” la guerra fra Israele, Stati Uniti e Iran. I missili e i droni di Teheran hanno preso di mira anche la Penisola arabica. Compresa una parte dei territori del vicariato apostolico che Martinelli guida: quello dell’Arabia Meridionale. «Papa Leone – spiega ad Avvenire il vescovo d’origine milanese – invita a promuovere “il bene dei popoli che aspirano ad una coesistenza pacifica”. Questo è importantissimo. Vuol dire guardare in faccia concretamente le nostre famiglie, le persone che ogni giorno devono affrontare i problemi del lavoro, della malattia, della scuola, dei figli. Guardare al bene dei popoli porta subito a riconoscere l’inconsistenza delle contrapposizioni e delle minacce ideologiche».
Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia Meridionale / Avosarabia
Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia Meridionale / Avosarabia

Frate minore cappuccino, 67 anni, è dal 2022 vicario apostolico in un’area che comprende Emirati Arabi, Oman e Yemen. Gli attacchi su Abu Dhabi e Dubai sono proseguiti anche ieri. «Resto in costante contatto con i sacerdoti, in particolare i parroci – racconta il vescovo –. Ho anche scritto un breve messaggio ai fedeli, esortandoli a rimanere calmi e a confidare nel Signore. Soprattutto ho chiesto di pregare ogni giorno il Rosario per la pace ed essere solidali nell’aiuto vicendevole. Le Messe domenicali si sono svolte regolarmente nelle nostre parrocchie e ogni giorno preghiamo per il dono della pace nelle nostre assemblee». Nel conflitto è già entrata la dimensione religiosa: sia per la presenza di Israele, sia per le dichiarazioni di Teheran che ha definito l’uccisione dei leader iraniani una «guerra all’islam». «Non credo che si possa parlare di “guerra all’islam” – risponde Martinelli –. C’è sempre il grande rischio di strumentalizzare la religione per interessi di parte. Soprattutto c’è il rischio dell’uso nazionalistico della religione che ne minaccia il senso vero. Occorre continuare a promuovere il dialogo tra persone di fedi diverse e mostrare come insieme le religioni possano contribuire alla promozione dell’umano e della fratellanza».
Eccellenza, la guerra si è allargata ai Paesi arabi. Che cosa succede negli Emirati Arabi?
«La situazione è molto diversificata sul territorio. Nelle grandi città come Abu Dhabi e Dubai, dove ci sono stati diversi attacchi, c’è maggiore timore e preoccupazione. Al tempo stesso la percezione tra la gente è che il Paese abbia risposto bene – sostanzialmente tutti gli attacchi sono stati respinti – e sia in grado di proteggere la popolazione. In altre parti del Paese, non toccate da vicino, la situazione è percepita in modo meno drammatico».
A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, l’attacco a un edificio nella zona di Palm Jumeirah che ha causato quattro feriti / Ansa
A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, l’attacco a un edificio nella zona di Palm Jumeirah che ha causato quattro feriti / Ansa
Siamo di fronte a una «voragine irreparabile», per usare le parole di Leone XIV domenica all’Angelus?
«Il Papa chiede con voce ferma a tutte le parti di assumere la responsabilità morale di fermare questa spirale di violenza. Dobbiamo evitare di giungere a un punto di non ritorno dove tutti hanno solo da perdere e nulla da guadagnare».
Il Papa ha rilanciato l’urgenza del dialogo. Via possibile o è il tempo della debolezza della diplomazia?
«C’è una crisi lampante del dialogo e della diplomazia. Soprattutto scorgo una crisi degli organismi internazionali deputati a questo tipo di confronto. Tuttavia, è ancora più evidente la loro necessità. Non c’è alternativa. La violenza non porta mai a soluzioni stabili, come ha ricordato ancora papa Leone: “Stabilità e pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi…, ma solo con un dialogo ragionevole e responsabile”».
Come i Paesi del Golfo possono contribuire al dialogo?
«Diversi Paesi hanno una significativa tradizione multiculturale e multireligiosa. Penso in particolare agli Emirati Arabi Uniti, al documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar, alla pratica di dialogo tra persone di fedi diverse. Queste realtà sono una risorsa decisiva, una testimonianza che è possibile la coesistenza pacifica tra le differenze».
Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia Meridionale, durante la visita pastorale negli Emirati Arabi Uniti / Avosarabia
Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia Meridionale, durante la visita pastorale negli Emirati Arabi Uniti / Avosarabia
Più volte Leone XIV ha denunciato la corsa alle armi e il pericolo nucleare. Vale anche in questa guerra?
«È una costante dell’insegnamento della Chiesa la condanna della corsa alle armi, che effettivamente può concorrere ad alimentare l’idea che i problemi possano essere risolti solo con la forza. Ciò è profondamente sbagliato».
Papa Leone ha detto che ci sono guerre frutto di fake news. Anche nell’attacco all’Iran?
«È certamente vero che le fake news possono oggi incidere pesantemente sulle relazioni tra popoli e tra poteri. Per questo occorre sviluppare una forte capacità di discernimento. In questo caso, la complessità della situazione mediorientale e del Golfo non permette semplificazioni. Non si tratta solo di scoprire fake news. Penso che il nostro compito come cristiani sia di entrare con coraggio in problematiche intrecciate e contorte, frutto di decenni di incomprensioni e cercare finalmente “il bene dei popoli”».
La colonna di fumo si alza dal porto di Jebel Ali dopo un attacco iraniano a Dubai negli Emirati Arabi Uniti / AFP
La colonna di fumo si alza dal porto di Jebel Ali dopo un attacco iraniano a Dubai negli Emirati Arabi Uniti / AFP
Teme che questa guerra possa avere effetti sui cristiani della regione?
«Non siamo ancora in grado di capire cosa potrà accadere nelle prossime settimane. Dobbiamo aspettare che si chiariscano i termini della questione. In genere, tradizionalmente, i cristiani nel Medio Oriente hanno un ruolo di mediazione. Mi auguro che possiamo dare un contributo per l’incontro tra le parti e il superamento delle incomprensioni. Seguendo una nota preghiera attribuita a san Francesco, che noi recitiamo molto spesso con i nostri fedeli, chiediamo: “Signore fa’ di me uno strumento della tua pace”».
Dal Libano Leone XIV ha chiesto alle religioni di incontrarsi come segno di pace nel mondo.
«L’incontro tra persone di fedi diverse è essenziale al processo di pace. Ormai abbiamo una tradizione di questi “dialoghi” che ne confermano la bontà. Quest’anno celebriamo il 40° anniversario dell’incontro di Assisi promosso da Giovanni Paolo II nel 1986; fu il primo incontro di questo tipo, che ha inaugurato uno stile che oggi chiamiamo “Spirito di Assisi” sulle orme di san Francesco. Benedetto XVI commemorò in modo speciale nel 2011 il 25° anniversario dell’evento invitando persino esponenti del mondo dei non credenti, mettendo in evidenza la dimensione antropologica e spirituale di ogni religione. E pensiamo al viaggio di papa Francesco ad Abu Dhabi nel 2019 culminato nella firma del Documento sulla fratellanza umana. Sono tutte pietre miliari per il dialogo interreligioso e la pace, nonostante le difficoltà che possiamo ancora sperimentare».
Si può ripartire dal testo di Abu Dhabi?
«Il Documento sulla fratellanza umana segna un passo nuovo nella relazione tra le religioni perché mette a tema la centralità di Dio legandola al rapporto tra le persone umane. Le diverse fedi ci portano a considerare ogni persona come fratello o sorella, così si afferma nell’introduzione. Le religioni insieme per edificare l’umano: questo è il passo nuovo. Ed è ciò di cui abbiamo bisogno».

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