Sfratti: quando perdere la casa significa perdere la vita

Una sequenza di suicidi riporta al centro un’emergenza sociale rimossa. Dietro i numeri, tragedie personali e morosità incolpevoli
March 1, 2026
Sfratti: quando perdere la casa significa perdere la vita
/Foto Siciliani
Mauro 56 anni, ex operaio di Casalmoro, nel Mantovano, senza lavoro e sotto sfratto, ha finalmente liberato la casa in cui viveva in affitto. «Ho trovato un’altra sistemazione», aveva detto recentemente. Lo ha fatto togliendosi la vita. Come lui sono stati almeno cinque da ottobre scorso. L’8 ottobre a Sesto San Giovanni, un settantenne si getta dal sesto piano nel corso dello sfratto. «Non ce la faccio più», lascia scritto. Il 13 novembre, a Grosseto, un 37enne, si impicca nel giorno dello sfratto. «Non è morto ieri, è morto giorno dopo giorno», commentano gli amici. Il 9 dicembre, a Barberino di Mugello, un altro settantenne si uccide facendo esplodere l’appartamento pochi giorni prima dell’esecuzione dello sfratto. Il 5 febbraio 2025 a Sarzana, un uomo di 64 anni si uccide con un coltello all’arrivo dell’ufficiale giudiziario. Il 26 febbraio a Caivano, un quarantenne offre un caffè all’ufficiale giudiziario e poi si butta dal settimo piano. Drammi personali di una condizione drammatica vastissima. Secondo i dati del ministero dell’Interno nel 2024 sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto. Le richieste di esecuzione hanno toccato quota 40.158. Gli sfratti eseguiti 21.337.
La causa principale è la morosità delle famiglie, molto spesso incolpevole. Ma in forte aumento è la “finita locazione” per destinare l’immobile all’affitto breve, ai B&B. Ma dietro questi numeri ci sono vite, ci sono persone che non poche volte scelgono il rifiuto della vita. «Promuovere politiche pubbliche, affinché, lavorando tutti insieme, sia possibile offrire alla popolazione più bisognosa miglioramenti significativi nelle condizioni abitative», è stato il recentissimo appello di papa Leone. E lo ha fatto citando l’enciclica Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II. «La mancanza di abitazioni – scriveva Wojtyla – è da considerare segno e sintesi di tutta una serie di insufficienze economiche, sociali, culturali o semplicemente umane».
Gli sfratti non sono solo drammi economici. La casa è simbolo di vita e di speranza. L’ho letto recentemente negli occhi di due miei figli dopo l’acquisto della prima casa, luogo della famiglia, dove costruire presente e futuro. Ma l’attuale situazione, dopo decenni di abbandono alle sole regole del libero mercato, impedisce ai giovani di costruire presente e futuro in solide e sicure mura. Ma poi provoca anche sofferenze intollerabili. Perdere la propria casa è perdere una parte di sé stessi, luoghi di memoria, volti di persone, colori, luci, odori. Dolore, dunque, ma anche vergogna. La vergogna di un fallimento di una vita sperata, vissuta e ora naufragata. Dolore e vergogna spesso vissuti in solitudine. «Non ci eravamo accorti di nulla», è il commento che accompagna sempre questi gesti disperati. Per un attimo riportano al centro il tema della casa ma poi si volta pagina. La Diocesi di Roma, ispirata dal suo vescovo Francesco, propose la moratoria degli sfratti durante il Giubileo. A parole tutti d’accordo, istituzioni in testa. Risultati concreti? Nessuno, confermano alla Caritas diocesana. Ne è esempio il Quarticciolo dove è sarà oggi Leone XIV in visita alla parrocchia dell’Ascensione. Nel quartiere gli appartamenti Ater, l’Agenzia regionale per la casa, sono 2.050, di questi 500 sono occupati abusivamente, 250 in procedura di sanatoria. Sono 79 gli sfratti esecutivi, 6 eseguiti nei giorni scorsi, tra i quali una famiglia con bambini e una donna disabile. Ma al loro posto non è andato nessuno. Non gli unici. Nel quartiere sono 172 gli appartamenti vuoti, perché degradati, l’Ater non li sistema e le famiglie assegnatarie non hanno i soldi per farlo. Sfratti e case vuote (200mila solo a Roma). Anche così nascono gli inaccettabili drammi.

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