La guerra adesso è diventata preventiva. Cosa può succedere dopo l'Iran?
Aprire il vaso di Pandora di un aggressione, quando non è puramente difensiva, rappresenta sempre una responsabilità grave che ci si assume: per le vite che si perdono, le distruzioni che si producono, gli odi che si alimentano

È stato come lanciare i dadi, ha commentato a caldo un esperto americano. E certamente sarà il risultato a orientare a posteriori il giudizio politico sull’attacco israeliano-statunitense contro l’Iran. Se, dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, il programma nucleare sarà messo fuori uso del tutto e depotenziata la macchina bellica, molti in Occidente loderanno l’operazione quale tassello risolutivo per ridisegnare un Medio Oriente meno conflittuale. In caso contrario, si avranno ulteriori macerie fisiche e geopolitiche con cui misurarsi. La valutazione etica e giuridica, invece, non potrà prescindere anche dalle modalità di esecuzione. Quello lanciato l’altra notte è infatti un blitz massiccio, che si può definire preventivo, perché non sembra trovare motivazioni in una minaccia attuale di Teheran allo Stato ebraico o agli interessi Usa in Medio Oriente. Arriva durante i negoziati in corso a Ginevra, dopo una palese preparazione che ha fatto intuire come imminente l’azione militare, quali che fossero le conclusioni dei colloqui. Washington e Tel Aviv denunciano un pericolo imminente ai sensi dell’articolo 51 della Carta Onu, condizione che resta però controversa, legata in particolare all’effettiva possibilità e volontà degli ayatollah di dotarsi a breve di un’arma nucleare in violazione degli obblighi internazionali. Nessuno può considerare il regime iraniano l’espressione della volontà popolare maggioritaria nel Paese e, per quanto silenziate siano state le comunicazioni, sono certi i massacri dei manifestanti compiuti dalle milizie nei primi giorni dell’anno, anche se non risulta appurato il numero delle vittime. Inoltre, il governo sciita è da decenni attivo promotore di movimenti fratelli che hanno seminato instabilità e violenza dal Libano a Gaza. Tuttavia, sia Hezbollah sia Hamas sono attualmente in un momento di estrema debolezza in seguito alle campagne martellanti condotte da Israele a partire dal 7 ottobre 2023. Che cosa si vuole allora ottenere? È chiara la spinta di Benjamin Netanyahu a sbarazzarsi del vicino più scomodo e potenzialmente più pericoloso, ridisegnando di fatto la mappa del potere nella regione. Il frangente risulta favorevole sia per le difficoltà interne a Teheran, già indebolita dai dodici giorni di bombardamenti del giugno scorso, sia per il contesto internazionale frammentato, nel quale spicca l’appoggio dell’Amministrazione Trump alla linea dura di Tel Aviv. Il presidente americano ha oscillato tra la “punizione” di Ali Khamenei per le stragi di civili e la trattativa in modo da evitare il coinvolgimento in un’altra guerra. Alla fine, hanno prevalso i falchi della Casa Bianca, tra cui il numero due JD Vance. Gli Usa sperano che il regime imploda, la popolazione si sollevi e un Iran democratico emerga dal caos, con il quale fare affari e gestire il mercato globale dell’energia dopo la mossa già compiuta in Venezuela. I giacimenti di idrocarburi nel Paese asiatico sono immensi, controllarli anche indirettamente significherebbe disporre di un’importante leva da usare soprattutto con la Cina, dipendente dal petrolio mediorientale.
Non è l’America gendarme del mondo o esportatrice di libertà e diritti. Si tratta piuttosto di una strategia orientata a riaffermare la propria potenza e i propri interessi, secondo lo slogan Maga, rifare grande la nazione a stelle e strisce. A un’analisi attenta emerge che nessuno ha cercato davvero di fermare questa escalation. Pechino e Mosca, alleate e finanziatrici della teocrazia degli ayatollah, hanno speso soltanto parole aspre, nei fatti si sono defilate. L’Europa è rimasta a guardare, senza un’idea o un piano. Il post pubblicato ieri dalla presidente del Parlamento di Strasburgo Roberta Metsola si segnala per la sola condanna dei missili iraniani sulle basi Usa, atti «inescusabili e ingiustificabili», mentre molti commenti che l’accompagnano sui social media affermano che il Diritto internazionale è stato violato dall’attacco congiunto in assenza di un mandato delle Nazioni Unite. Un’istituzione quest’ultima ormai messa in ombra dai veti incrociati e dal Board of Peace, il cui atto “inaugurale”, a onta del suo nome, di fatto consiste in un’azione di guerra.
Dire che cosa succederà, eliminata la Guida Suprema e dopo alcune giornate di raid aerei su installazioni militari, siti di arricchimento dell’uranio e bunker in cui sono nascosti i vertici dello Stato è, come detto, una previsione impossibile, dato che lo stesso attacco costituisce una scommessa dagli esiti incerti. Da lontano è difficile guidare la transizione ordinata di un Paese di novanta milioni di abitanti, privo di un’opposizione organizzata e coesa. Una parte della popolazione saluterebbe senz’altro l’uscita di scena degli oppressori ma, purtroppo, è difficile immaginare che i soldati metteranno fiori nei loro fucili e che si apra una pagina nuova di storia senza frizioni né vendette. Non è poi escluso che un intervento esterno rafforzi temporaneamente il consenso nazionalista attorno alla classe dirigente, rendendo più difficile una sua caduta immediata. Resta inoltre da valutare la risposta indiretta di Teheran, attraverso forze alleate o azioni asimmetriche che potrebbero allargare lo scontro ben oltre i suoi confini.
C’è chi suggerisce di riconoscere subito Reza Pahlavi, il figlio espatriato dell’ultimo scià detronizzato dalla rivoluzione di Khomeini nel 1979, come nuovo leader e di organizzare con lui un passaggio di poteri da confermare con successive elezioni. Molte volte, anche di recente, abbiamo visto che non tutto va secondo le aspettative razionali di noi occidentali, in particolare quando le trasformazioni radicali sono portate prima con le armi che con la cooperazione e gli aiuti concordati. Le figure già designate a succedere a Khamenei potrebbero avviare un percorso di apertura alle richieste di Trump, sufficiente a fare fermare gli attacchi ma non a mutare di molto la sostanza del regime, come sta avvenendo oggi a Caracas. Ciò significherebbe che non è il bene degli iraniani lo scopo principale della manovra bellica e che la violazione dei principi della “guerra giusta” non è servita a un obiettivo di miglioramento sostanziale che possa perlomeno mitigare le preoccupazioni morali e legali sui mezzi usati. Aprire il vaso di Pandora della guerra, quando non è puramente difensiva, rappresenta sempre una responsabilità grave che ci si assume: per le vite che si perdono, le distruzioni che si producono, gli odi che si alimentano. Il governo britannico ha voluto prenderne le distanze escludendo l’uso delle proprie basi aeree. Una scelta che induce a riflettere su quale atteggiamento dovrebbero prendere tutti gli attori internazionali, Italia compresa, all’evolversi della crisi.
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