Le "fat bike" truccate dei rider che corrono più dei motorini

Bici elettriche "potenziate" per riuscire a fare consegne in velocità ma a scapito del codice della strada e della sicurezza di tutti
February 27, 2026
Le "fat bike" truccate dei rider che corrono più dei motorini
Le fat bike sono i mezzi di trasporto principali dei rider
La logica del cottimo è spingere alla produttività estrema, costi quel che costi in termini di fatica e rispetto delle regole. Nel caso dei rider la produttività si ottiene sfrecciando il più rapidamente possibile sulle strade per tagliare i tempi di consegna. Sta tutto in questo imperativo economico, consegnare di più per guadagnare qualcosa più di una miseria, il fenomeno delle bici dei ciclofattorini che vanno più veloci di quanto dovrebbero. Basta osservale, sono a tutti gli effeti dei motorini irregolari: senza targa, senza assicurazione e senza obbligo di revisione. Si guidano senza casco e senza patente. Le chiamano “fat bike” per lo spessore consistente delle ruote, che dà stabilità anche in caso di pioggia o terreni difficili come i sampietrini, e sono un mezzo di lavoro pagato spesso a caro prezzo. Il range di spesa a Milano varia tra gli ottocento e i duemila euro. In teoria sono delle normali bici elettriche con pedalata assistita e una velocità massima di 25 km orari, in realtà sono degli scooter con batterie aggiuntive, modifiche alla centralina elettrica e altri stratagemmi.
«Non si vendono nei normali negozi di bici, ma si acquistano in genere sul web, spesso già modificate, a prezzi elevati. Possono raggiungere tranquillamente i 45 km all’ora – spiega Angelo Avelli che fa parte della rete Milano Deliverance, sindacato autonomo che dal 2018 sostiene i diritti dei rider –. La questione dei mezzi è una delle principali inadempienze delle piattaforme: dovrebbero fornirli loro ma in realtà non è così. I costi si riversano sui lavoratori che incorrono anche nel rischio di vedersi sequestrati i mezzi in caso di controlli». I ciclofattorini sono spesso stranieri e si fidano di intermediari che procurano loro la bicicletta insieme all’account di registrazione, oppure si attrezzano con trasformazioni fai da-te seguendo video su Youtube. Il rischio principale, spiega Avelli, è quello di incorrere nel sequestro del mezzo da parte della polizia municipale. La multa in questo caso può arrivare sino a 10mila euro. Altrettanto frequente il rischio di furti che è all’ordine del giorno. Un vero e proprio dramma per chi ha investito su un mezzo indispensabile per poter lavorare. In alcuni casi le bici vengono prese in affitto o gestite in condivisione da più rider, senza considerare il costo (in media 70 euro al mese in cortile e garage) per metterle al riparo durante la notte. C’è poi il tema della sicurezza che riguarda sia i rider, che non conoscono il codice della strada, non indossano il casco e non ricevono nessuna formazione dalle società di food delivery, ma anche dei cittadini. Le “fat bike” imboccano strade in contromano, sfrecciano sui marciapiedi, non rispettano i semafori né le strisce pedonali. «Tutte irregolarità che sono legate al ricatto salariale che i rider subiscono da parte delle piattaforme e che si riversa sulla comunità» continua Avelli. Le ultime inchieste della procura di Milano che hanno squarciato il velo su quello sfruttamento sistematico che era sotto gli occhi di tutti eppure invisibile, sono secondo i sindacati autonomi è una buona notizia: forse la Procura potrà giocare in Italia il ruolo che in Spagna ha avuto l’ispettorato del lavoro nel far emergere le irregolarità, anche quelle legate ai mezzi di trasporto.

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