Assassinio politico o legittima azione di guerra? La fine di Khamenei interpella l'America
Esistono due ordini esecutivi, emanati dai presidenti repubblicani Ford e Reagan, che sembrano vietare l’eliminazione di esponenti politici in azioni di intelligence. Il Congresso o un giudice potrebbero finire con l'intervenire

Mentre si discute sulla legittimità all’interno del diritto internazionale, segnatamente in riferimento alla Carta Onu, dell’attacco congiunto israelo-americano all’Iran, una questione più specifica concernente l’ordinamento americano, e assai interessante, riguarda l’uccisione della Guida Suprema di Teheran. Esistono infatti due ordini esecutivi, emanati da presidenti repubblicani, che sembrano vietare l’eliminazione di esponenti politici in azioni di intelligence. Negli anni Settanta del secolo scorso, lo scandalo del Watergate, che condusse alle dimissioni di Richard Nixon, portò alla luce pratiche opache di potere, in particolare lo spionaggio ai danni degli avversari. Poco dopo, il Church Committee, istituito dal Congresso, rivelò al pubblico ciò che per anni era rimasto confinato nei circuiti segreti della Guerra fredda, ovvero che la Cia aveva pianificato o sostenuto operazioni per eliminare fisicamente leader stranieri ritenuti ostili agli interessi americani nel mondo. I casi emersi – il cubano Fidel Castro, il congolese Patrice Lumumba, fino alle manovre contro Salvador Allende in Cile – rappresentavano espressioni di una concezione in cui la ragion di Stato poteva spingersi fino al tentativo di sopprimere nemici politici. L’effetto, com’è ovvio, fu dirompente. Nel 1976, Gerald Ford firmò alla Casa Bianca l’Executive Order 11905. La prescrizione era netta: «No employee of the United States Government shall engage in, or conspire to engage in, political assassination» (nessun dipendente del governo degli Stati Uniti deve partecipare, né cospirare per partecipare, a un assassinio politico). Per la prima volta, un presidente statunitense vietava esplicitamente l’uccisione volontaria di un leader politico come strumento di politica estera. Cinque anni dopo, in un contesto geopolitico mutato, Ronald Reagan approvò l’Executive Order 12333. La clausola sull’assassinio venne mantenuta con formulazione leggermente diversa. Ma il decreto (che non è una legge) rimane vago su che cosa si intenda per assassination, non distingue tra tempo di pace e tempo di guerra né chiarisce se la regola si applichi alle operazioni militari convenzionali.
Gli ordini esecutivi di Ford e Reagan nascevano per impedire complotti clandestini e omicidi condotti al di fuori di un quadro di guerra. Ma un attacco mirato contro un leader nemico durante un conflitto armato costituisce un «assassinio» oppure un atto di guerra legittimo? La domanda non riguarda le qualità morali di Ali Khamenei, ai nostri occhi infime, eppure irrilevanti sul punto specifico. Con la “guerra al terrorismo” dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’interpretazione dell’Executive Order 12333 è mutata. Le Amministrazioni sostengono che in presenza di uno scontro aperto con un nemico identificato, l’uccisione mirata, targeted killing, di un comandante o leader operativo non configura un «assassination». E tuttavia la proibizione resta in vigore. L’azione contro il bunker di Khamenei sembra sia stata preparata dai servizi americani e israeliani prima che si aprissero le ostilità sul campo. Anzi, varie fonti affermano che l’attacco sia scattato proprio quando si è avuta la certezza di potere colpire il vertice settimanale alla presenza della Guida Suprema. Il bombardamento pare avvenuto a opera delle Forze armate dello Stato ebraico, forse proprio per evitare controversie interne negli Usa, con partecipazione americana, però, piena e operativa. Ci si muove quindi in una zona giuridica di confine, dove le interpretazioni sono aperte e divergenti. Non è escluso che il Congresso (o un giudice) voglia provare a dipanare la matassa.
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