Dall'Iran al Libano fino a Cipro: il fronte della guerra si sta allargando

di Lucia Capuzzi, inviata a Gerusalemme
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Teheran si allarga al Golfo e sfiora la Nato. Trump annuncia una «grande ondata», Londra e Atene rafforzano le difese nel Mediterraneo orientale
March 2, 2026
Bombe e raid sul Libano
Bombe e raid sul Libano
La porta di Damasco è sprangata. Una coppia mostra ripetutamente la carta di identità ai poliziotti. Alla fine li convince: come residenti sono gli unici ad avere accesso alla Città vecchia, considerata un luogo ad alto rischio in quanto priva di rifugi. Il sigillo, in realtà va ben oltre le mura. Israele ha chiuso tutto il chiudibile: scuole, uffici, monumenti. Ad Est come ad Ovest, Gerusalemme è una fila ininterrotta di saracinesche abbassate e strade deserte. Un “déjá vu” di giugno, sperano israeliani e palestinesi. Forse per questo le persone rispondono scaramanticamente che lo stato di emergenza resterà in vigore fino a giovedì prossimo. Dodici giorni, la durata della guerra precedente con l’Iran. A dire il vero, le misure scadono già questo sabato. Ma nessuno, a partire dagli artefici dell’intervento – Benjamin Netanyahu e Donald Trump – crede che sarà così breve. Dopo le dichiarazioni dei comandi di Tel Aviv e del Pentagono, il capo della Casa Bianca, ieri, lo ha detto senza mezzi termini: «Possiamo andare avanti più di quattro settimane». Oltre ad allargarsi a macchia d’olio nella regione – dal Libano a Cipro –, il conflitto sembra destinato ad allungarsi. Sono trascorse 24 ore dalle affermazioni fiduciose del presidente Usa su contatti imminenti con gli ayatollah orfani di Khamenei. Ma pare trascorsa una stagione. «Sono certo che vorranno dialogare con me», aveva detto appena confermata l’uccisione della Guida suprema. Da allora, però, i fatti hanno preso un’altra piega, le vittime sono ormai oltre seicento e la convinzione di ripetere il “modello venezuelano” – decapitazione del vertice e accordo con i successori – sbiadisce, ora dopo ora. Sempre che mai abbia avuto un fondamento. Del resto anche gli obiettivi appaiono confusi. Se a gennaio il tycoon era pronto a correre in aiuto dei cittadini oppressi dalla Repubblica islamica, ora la priorità è di nuovo l’eliminazione della minaccia atomica. «Sono loro a non avere voluto raggiungere un accordo sul programma nucleare», ha detto il presidente. E ha aggiunto che i missili di Teheran avrebbero avuto la capacità di raggiungere l’America o l’Europa. A riprova, gli aerei di Washington e Tel Aviv hanno colpito i siti Ishfan e Natanz: gli stessi che, meno di nove mesi fa, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, Trump aveva assicurato di avere raso al suolo, rimuovendo il pericolo «per generazioni». Forse la sua frase di ieri – «Dicono che mi annoierò della guerra ma non credo» – non è solo una battuta.
Da Teheran, nel frattempo, i superstiti del regime mostrano i muscoli. «Il nemico non sarà più sicuro nemmeno a casa sua», hanno detto le Forze al-Quds, corpo d’élite dei Guardiani della rivoluzione. Prima era stato Ali Larijani, responsabile della sicurezza e i fra i candidati a succedere a Khamaenei, a rilanciare: «Non negozieremo mai, si pentiranno» mentre il regime ha “convocato” la piazza per «mostrare al mondo il proprio sostegno». L’aggressività verbale è accompagnata da quella militare. L'aviazione israeliana ha martellato Teheran mentre gli aerei Usa hanno colpito nel resto del Paese, dove i morti sono arrivati almeno a quota 555, secondo la Mezzaluna rossa. I pasdaran, da parte loro, hanno rivendicato attacchi su «cinquecento obiettivi» legati agli «aggressori» e allargato il raggio d’azione nel Golfo. Nel mirino non sono più solo le basi statunitensi – e perfino quella britannica di Akrotiri a Cipro –, dove sono stati uccisi finora quattro soldati, bensì gli impianti energetici, motore nevralgico della regione. Un drone ha attaccato la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita, una delle più grandi in Medio Oriente, costringendo le autorità del Regno a chiuderla mentre il Qatar ha interrotto la produzione del maggior impianto di gnl a livello globale. Doha ha risposto ai raid abbattendo due caccia di Teheran e le difese aeree del Kuwait, per respingere i velivoli nemici, hanno centrato per errore tre F-15E Strike Eagle Usa. L’equipaggio è riuscito a salvarsi abbandonando le cabine prima dello schianto. La reazione fa temere un’ulteriore escalation: Riad, Manama, Amman, Doha, Kuwait City ed Abu Dhabi, in un documento congiunto con Washington, hanno affermato «il diritto di autodifesa», evocando una «rappresaglia». Hezbollah, ancora provato dalla sconfitta inflitta da Israele nel novembre 2024 e “sotto vigilanza” da parte del governo di Beirut, ha provato a sostenere l’alleato iraniano scagliando una selva di razzi e droni su Haifa e il nord dello Stato ebraico.
Quest’ultimo ha risposto con bombardamenti diffusi nel sud del Libano, nella valle della Bekaa e perfino sulla capitale, con un bilancio di almeno 52 uccisi. Tra questi, il capo dell'intelligence delle milizie sciite, Hussein Makled. Alcune indiscrezioni non confermate danno per morto anche il leader del movimento, Naim Qassem. Il portavoce dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha detto di avere intenzione di continuare ad attaccare fino a quando Hezbollah non deporrà le armi. Nel mentre i militari si stanno preparando per la possibile creazione di una possibile “zona cuscinetto” tra Israele e Libano. Il che significherebbe la riapertura fronte settentrionale con una nuova azione di terra. Prospettiva, del resto, evocata dallo stesso Trump a proposito dell’Iran. Il fantasma di un nuovo Iraq – quella «guerra eterna» tanto criticata dal tycoon in campagna elettorale – aleggia sinistro nella regione. Come il suono dei passi nei vicoli della Città vecchia di Gerusalemme, svuotati ancora una volta dalla guerra. Sembra di essere tornati a giugno. Allora, però, il fuoco non era arrivato così vicino alle sue imponenti mura di pietra. Meno di quarantotto ore fa, frammenti di missile sono caduti a qualche centinaio di metri dalla Porta di Giaffa e dal Muro del Pianto.

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