Dall'Iran al Libano fino a Cipro: il fronte della guerra si sta allargando
di Redazione
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Teheran si allarga al Golfo e sfiora la Nato. Trump annuncia una «grande ondata», Londra e Atene rafforzano le difese nel Mediterraneo orientale

«Li stiamo massacrando. Penso che stia andando molto bene». Con queste parole, pronunciate alla Cnn, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rivendicato l’andamento delle operazioni contro l’Iran, aggiungendo che «non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente» e che «la grande ondata arriverà presto». Una dichiarazione che non si limita a fotografare l’escalation in corso, ma ne preannuncia un possibile salto ulteriore, con effetti difficilmente circoscrivibili. Dopo la rappresaglia iraniana nei confronti dei Paesi del Golfo, scatta la controffensiva degli Stati colpiti. Le monarchie arabe alleate di Washington si sono dette unite nel «valutare l’ipotesi di una risposta militare all’Iran in nome del diritto all’autodifesa». A riferirlo è stata la tv panaraba Al Jazeera, riportando le parole del portavoce del ministero degli Esteri del Qatar: gli attacchi «non possono essere lasciati senza rappresaglia». In un documento congiunto, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti affermano «il diritto di autodifesa» per «difendere i nostri cittadini». Sullo sfondo, l’ipotesi più temuta: un attacco iraniano concertato contro le infrastrutture petrolifere saudite. Secondo una fonte vicina al governo di Riad, citata dall’Afp, un’offensiva contro Saudi Aramco provocherebbe una risposta speculare contro impianti iraniani, con inevitabili ripercussioni sui mercati energetici globali.
Il conflitto lambisce l’Europa
Nelle ultime ore la guerra ha oltrepassato una soglia ulteriore, sfiorando direttamente l’Unione europea e la Nato. La base militare britannica di Akrotiri, a Cipro, territorio d’oltremare del Regno Unito, è stata attaccata da droni lanciati da milizie filo-iraniane attive in Libano. Non si registrano vittime, ma la pista della RAF è stata colpita da un velivolo identificato come uno Shahed. L’area è stata evacuata, così come l’aeroporto civile di Paphos; oltre 60 voli sono stati cancellati negli scali di Larnaca e Paphos prima del ripristino delle operazioni. L’allarme è scattato poche ore dopo che il primo ministro britannico Keir Starmer aveva accettato la richiesta statunitense di utilizzare le basi britanniche per scopi «specifici e limitati di difesa» nel contesto del conflitto. Londra ha parlato di danni «minimi» e nessuna vittima, ma il segnale politico e strategico è evidente: una struttura chiave nel Mediterraneo orientale è diventata bersaglio diretto. Atene ha annunciato l’invio a Cipro di due fregate e due caccia F-16; il ministro della Difesa greco Nikos Dendias è atteso sull’isola per consultazioni. Il governo britannico insiste che il Regno Unito «non è in guerra», pur avendo concesso l’uso delle basi per operazioni difensive. Starmer, intervenendo in Parlamento, ha rivendicato la scelta di non partecipare ai primi attacchi contro Teheran, sostenendo che Londra ha imparato le lezioni dell’Iraq e che ogni azione militare deve poggiare su una base legale e un piano chiaro. Una prudenza che, secondo indiscrezioni, avrebbe «deluso» Trump. Da Roma, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di «salto di qualità» nel conflitto, avvertendo che «l’attacco a Cipro ha un significato superiore a quello che gli abbiamo dato». In una guerra in cui una delle parti «sembra non avere nulla da perdere», ha aggiunto, la possibilità di azioni ritenute folli è «superiore alla nostra capacità di immaginazione».
Il fronte libanese
Nella notte l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi nel sud del Libano, in risposta al lancio di razzi e droni verso il nord di Israele. Il bilancio fornito dal ministero della Salute libanese parla di 31 morti e 149 feriti. Hezbollah ha rivendicato l’azione come «rappresaglia per il sangue innocente di Ali Khamenei». Ordini di evacuazione hanno interessato 55 villaggi e città. Migliaia di persone hanno lasciato il sobborgo di Dahieh, a Beirut, tra colonne di auto e distributori presi d’assalto; le strade verso nord risultano congestionate. Il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha parlato di una campagna offensiva destinata a durare «molti giorni».
Cosa accade a Teheran
Almeno tre persone sono morte nell’ovest dell’Iran, secondo i media statali. A Sanandaj edifici residenziali sono stati colpiti da attacchi aerei. Trump ha affermato che «48 leader iraniani» sarebbero stati uccisi in un unico colpo, annunciando colloqui con «la nuova leadership» su loro richiesta; una versione smentita dal capo della sicurezza iraniana Larijani. L’Idf ha dichiarato di aver sganciato 1.200 bombe su obiettivi iraniani e di aver richiamato 100 mila riservisti. Almeno otto persone sono morte in Israele per l’impatto di un missile iraniano su un edificio nel centro del Paese; tre le vittime statunitensi finora confermate. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme, Dubai, Abu Dhabi e Doha. Il Bahrain ha annunciato un morto negli attacchi iraniani.Tre caccia Usa abbattuti: «Fuoco amico». In Kuwait una colonna di fumo è stata osservata nei pressi dell’ambasciata statunitense, mentre sirene ed esplosioni hanno scandito il terzo giorno consecutivo di tensione. Il Comando centrale americano ha confermato che tre F-15E Strike Eagle, impegnati nell’operazione “Epic Fury”, sono precipitati «a causa di un apparente incidente di fuoco amico»: durante il combattimento attivo, i velivoli sarebbero stati abbattuti per errore dalle difese aeree kuwaitiane. I sei membri degli equipaggi si sono eiettati e sono stati recuperati in condizioni stabili. Un’inchiesta è in corso. Il conflitto, nato come scontro diretto tra Washington, Gerusalemme e Teheran, assume così un profilo sempre più sistemico: coinvolge monarchie del Golfo, lambisce basi Nato nel Mediterraneo, mette alla prova la coesione europea e solleva interrogativi sulla tenuta di un ordine regionale che, fino a poche settimane fa, sembrava fragile ma ancora governabile. Ora, sotto l’ombra della «grande ondata» evocata da Trump, l’orizzonte appare decisamente più incerto.
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