Doccia gelata sul deficit ed effetto-guerra: l'economia italiana nel 2026 parte in frenata

Per l'Istat il disavanzo "provvisorio" del 2025 è al 3,1%: non basterebbe per uscire dalla procedura Ue. Gli altri dati parlano di una crescita del Pil solo dello 0,5% e di una pressione fiscale al 43,1%. Il ministro Giorgetti: colpa del superbonus. Le opposizioni: solo scuse
March 2, 2026
Doccia gelata sul deficit ed effetto-guerra: l'economia italiana nel 2026 parte in frenata
Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti
Il più importante obiettivo di politica macroeconomica di Meloni e Giorgetti - il ritorno del deficit sotto il 3% e l’uscita dalla procedura di infrazione europea - non è ancora stato raggiunto. A gelare il Governo i dati Istat comunicati ieri: l’Italia nel 2025 è al 3,1%. Tuttavia, specifica l’istituto, il dato non è definitivo: il “numerino” che sarà comunicato ufficialmente a Bruxelles sarà disponibile in primavera, dopo il conto consolidato delle amministrazioni pubbliche.
La data cerchiata in rosso è il 21 aprile. Ci sono ancora margini per sperare, dunque. E di incassare un risultato che non è soltanto simbolico, perché uscendo dalla procedure per deficit l’Italia potrebbe chiedere la deroga per gli investimenti finalizzati a riarmo e sicurezza, che diversamente dovrebbero essere finanziati - per mantenere i patti stipulati in sede Nato - attraverso tagli e tasse. Non solo: l’uscita dalla procedura Ue libererebbe risorse per affrontare i probabili contraccolpi del conflitto in Medioriente, che preoccupano Governo e Mef soprattutto per l’impatto su bollette di famiglie e imprese e carburante.
Mastica amaro il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «È un dato provvisorio - ricorda il titolare del Mef -, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all'Ue. Cercheremo di capire le valutazioni Istat. Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi». Insomma, per il ministro dell’Economia senza l’onda lunga del 110% varato dal governo Conte il deficit sarebbe già sotto il 3%. Una lettura subito rintuzzata dai pentastellati: «Caro Giancarlo - risponde il vicepresidente M5s Stefano Patuanelli -, come tu ben sai il Superbonus non influisce sul deficit. Significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%. Sapete perché? Perché l'Italia è a crescita zero da quando siete al Governo. Basta scuse puerili, avete portato il Paese sull’orlo del baratro».
Ma più della dialettica interna l’attenzione è rivolta alle reazioni di Bruxelles. Si scrutano i segnali per capire se in primavera i conti italiani saranno analizzati in modo politico - premiando la riduzione del deficit - o numerico. Ma dalla Commissione sono prudenti: «Abbiamo preso atto della diffusione preliminare dei dati sul disavanzo e sul debito pubblico del 2025. Tali dati saranno ora trasmessi a Eurostat, che li valuterà e pubblicherà le statistiche validate sulla finanza pubblica il 22 aprile 2026. La Commissione valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, sulla base dei dati di consuntivo 2025». Il Pacchetto di primavera sarà comunicato il 3 giugno. È come non dire nulla. Intanto la dura replica di Patuanelli è condivisa anche dai colleghi di opposizione. Per il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, i risultati del Governo sono «assolutamente insoddisfacenti, senza il Pnrr l’Italia avrebbe chiuso l’anno in recessione». Misiani insomma parla di «semistagnazione» e di «Paese che arranca».
I dati Istat sul 2025 in effetti hanno più ombre che luci. L’anno scorso il Pil è cresciuto solo dello 0,5%. Mentre la pressione fiscale complessiva è risultata pari al 43,1%, in aumento rispetto all'anno precedente (era al 42,4%), per effetto di una crescita delle entrate fiscali e contributive (+4,2%) superiore a quella del Pil a prezzi correnti (+2,5%). Il tema della pressione fiscale è cavalcato soprattutto da Matteo Renzi, che da mesi chiede conto a Meloni del peso delle tasse e invita la minoranza a mettere in difficoltà il Governo su quello che doveva essere uno dei cavalli di battaglia della legislatura. Non a caso il renziano Faraone parla di «governo Dracula». Ancora il dem Misiani ricorda che a inizio legislatura il Governo ereditò una pressione fiscale del 41,7%: «Di fatto, l'anno passato le famiglie e le imprese italiane hanno versato oltre 31 miliardi di euro di tasse e contributi in più rispetto a quanto avrebbero pagato se la pressione fiscale fosse rimasta al livello di tre anni prima».
Tornando al deficit, il risultato del 3,1% segna un miglioramento rispetto al 2024, quando si fermò al 3,4%. Ciò nonostante, il debito pubblico è salito al 137,1% (era al 134,7% nel 2024). Come detto, è una evoluzione del quadro macroeconomico che potrebbe mettere in discussione l’uscita dalla procedura Ue per deficit eccessivo, rinviando la “normalizzazione” dei conti pubblici al 2027. Un problema anche politico, perché anche la manovra pre-elettorale sarebbe condizionata dall’obiettivo primario di rientrare sotto il 3%. Per il momento le forze di maggioranza provano a vedere il bicchiere mezzo pieno: per Ylenja Lucaselli, viceresponsabile economica di FdI, il dato sul deficit «è una buona notizia per l’Italia e conferma la serietà delle scelte compiute da questo Governo in materia di conti pubblici».
Tornando alla fotografia dell’Istat, in riferimento alla domanda interna l’istituto ha registrato un incremento in volume del 3,5% degli investimenti fissi lordi e dello 0,9% dei consumi finali nazionali rispetto al 2024. Infine capitolo flussi con l'estero: le importazioni di beni e servizi sono salite del 3,6% e le esportazioni dell'1,2%.
L’Istat ieri ha anche rivisto i dati del Pil degli anni precedenti. Il tasso di crescita del 2024 passa +0,7 a +0,8%. Per il 2023 il tasso di crescita è stato invece rivisto al ribasso (da +1 a +0,9%).
Il quadro complessivo preoccupa la Cgil. Per il segretario confederale Christian Ferrari si tratta di «un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale che l’esecutivo ha scelto deliberatamente di non neutralizzare e di non restituire, garantendosi così entrate fiscali da record».
Pochi giorni fa, Confindustria aveva invece preso atto in modo positivo del «segnale» registrato dall’Istat sul recupero del fatturato, con prospettive di miglioramento nel 2026. La doccia gelata sul deficit e la nuova situazione internazionale potrebbero raffreddare anche le aspettative delle imprese.

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