Referendum, Schlein e Meloni in campo. E la premier scommette sul Sì

Nostre interviste all'ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo (per il No) e al professore di procedura penale Luca Marafioti (per il Sì)
March 1, 2026
Due foto affiancate della segretaria del Pd Elly Schlein e della presidente del Consiglio GIorgia Meloni
La segretaria del Pd Elly Schlein e la premier Giorgia Meloni / ANSA
A poche settimane dal referendum sulla riforma che separa le carriere dei magistrati, le due leader dei partiti maggiori, la premier e presidente di FdI Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein, scendono in campo con decisione a favore, rispettivamente, del Sì e del No. Per la presidente del Consiglio, «una vittoria del No sarebbe un peccato, perché questa è una nazione che ha bisogno di essere modernizzata», perciò si dice convinta che alla fine sarà il Sì a prevalere. Mentre per Schlein è in gioco l'indipendenza della magistratura e occorre votare NO per  tutelare «i cittadini che non hanno voce per far valere i propri diritti». Di seguito due interviste: la prima di Angelo Picariello al magistrato Gherardo Colombo, sostenitore del No, la seconda di Vincenzo R. Spagnolo a Luca Marafioti, avvocato penalista e ordinario di Diritto processuale penale a Roma Tre.
Manca meno di un mese al referendum e l’agenda di Gherardo Colombo è piena. Tanto defilato lo si ricorda da componente del pool Mani pulite (quando la magistratura era all’apice della popolarità e certe toghe erano vere e proprie star) tanto oggi è esposto in prima linea per il No, con il giudice simbolo di quel pool, Antonio Di Pietro, impegnato invece sul fronte opposto, ora che la magistratura è ai minimi negli indici di popolarità. Il suo libro "La giustizia italiana in 10 risposte", uscito per Garzanti (casa editrice di cui è presidente) è una sorta di best seller. «Fino al 21 marzo avrò in calendario ancora una trentina di incontri, ad altre richieste ho dovuto dire no e le ho radunate in un webinar».
La domanda sorge spontanea. Alla sua non giovane età, perché tanto attivismo?
Già prima non facevo vita da pensionato. Avevo il polso di una cittadinanza estranea a questi temi, piuttosto tecnici, e ora questa percezione è aumentata. Se ho deciso di impegnarmi in prima persona è perché credo nella nostra Costituzione, nel secondo comma dell’articolo 1, in cui si stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questa riforma non sposta nulla sui temi che interessano il cittadino, ossia i tempi e l’efficienza della giustizia, mentre mette in pericolo diritti fondamentali, in primis il diritto di non essere discriminati sancito dall’articolo 3. Quel «hanno pari dignità» da cui consegue che «sono uguali davanti alla legge» comprende il diritto di ognuno di noi a non essere aggrediti da chi ha più potere, diritto che la magistratura è chiamata a garantire. Applicando questo principio, per fare un esempio, l’articolo 36 stabilisce il diritto a una retribuzione sufficiente a garantire una vita libera e dignitosa. Una magistratura più debole, condizionata dal potere economico-finanziario è meno in grado di tutelare diritti come questi.
Il libro era già in cantiere, o è nato in vista del referendum?
È nato anche per via della riforma, alla quale sono dedicati gli ultimi 3 dei 10 capitoli. La riforma apparentemente riguarda la separazione delle carriere, ma l’obiettivo è un altro, indebolire la possibilità della magistratura di verificare se i poteri costituiti o no osservano le regole che ci tutelano. I cittadini sono lontani da questi temi, anche molto tecnici, ed è necessario che siano informati su cos’è l’amministrazione della giustizia, come funziona, e in conseguenza che cosa potrebbe accadere se passasse questa riforma.
E che cosa potrebbe accadere?
In una sorta di eterogenesi dei fini la figura del pubblico ministero invece di essere penalizzata ne uscirebbe più potente, modificando nello stesso tempo la sua natura: più che ricostruire esattamente i fatti, chiedendo di assolvere chi deve essere assolto e di condannare chi va condannato, sarebbe chiamato a interpretare un interesse di parte, l’interesse a ottenere comunque la condanna. Perderebbe cioè la cultura del giudice (non essere parziale) che il Pm deve avere (tanto che è obbligato a cercare anche le prove favorevoli all’indagato), per diventare una sorta di poliziotto, funzione utile, ma molto diversa. E il cittadino sarebbe meno tutelato. Ma non è il solo tema.
C’è anche il ruolo e il funzionamento del Csm.
Trovo davvero incomprensibile e mortificante il sorteggio per i componenti togati del Csm. Che viene giustificato con il criminalizzare pregiudizialmente le correnti: associazioni trasparenti, munite di statuto, che tengono i loro congressi pubblicamente. Sono espressioni culturali, il loro dibattito ha contribuito ad adeguare alla Costituzione un sistema di norme arrivatoci dal fascismo. Peraltro, non è che una volta sorteggiati i magistrati perderebbero l’appartenenza alla loro corrente, per cui il rimedio alle “correnti criminali” non funzionerebbe per nulla. E creerebbe invece una palese disparità di legittimazione con i componenti laici, i quali vengono, sì, sorteggiati, ma solo dopo essere stati eletti dal Parlamento. Prima si eleggono, si inseriscono in un elenco, e poi si sorteggiano dall’elenco degli eletti! Eletti in base alla competenza (e alla fedeltà), competenza che i togati solo per caso possono avere, essendo sorteggiati. È chiaro che in queste condizioni i componenti di nomina politica prevarrebbero sui magistrati, anche se in numero minore.
Parlando di disciplina, dell’Alta corte che idea si è fatto?
Si insiste tanto sulla separazione delle carriere, poi nell’Alta corte tornano insieme giudici e Pm: questa è una cosa davvero incomprensibile.
Ma la separazione delle carriere non può giovare a una maggiore imparzialità del giudice terzo?
I processi si risolvono in condanne 50 volte su 100. Non è già segno di imparzialità, questo?
Si dice che la riforma Vassalli del processo penale del 1989 presupponeva questo passaggio ulteriore.
C’è su Facebook un’intervista al professor Vassalli, la guardi e vedrà, con estrema chiarezza, quale fosse il suo pensiero sulle riforme della Costituzione.
«Da giurista, ai cittadini dico: non abbiate paura di votare Sì alla riforma che separa le carriere in magistratura, nonostante le fandonie e i toni apocalittici a cui ricorrono i sostenitori del No. È una riforma costituzionale necessaria, anzi indispensabile, anche per il miglior funzionamento della giustizia». Avvocato e professore ordinario di Diritto processuale penale all’Università Roma Tre, Luca Marafioti espone le proprie argomentazioni una dopo l’altra. «La prima è di ordine storico: pochi ricordano gli scritti di giuristi cattolici come Giuseppe Bettiol, all’epoca della Costituente, o ancor prima le parole del socialista Giacomo Matteotti, che riteneva necessario tenere “lontano” il pubblico ministero, in quanto parte del processo, dal giudice. Noi dobbiamo colmare un ritardo di ottant’anni rispetto all'approvazione della Costituzione e di quasi quaranta rispetto all'approvazione del Codice di procedura penale elaborato da Giuliano Vassalli. All’estero, in tutti i sistemi processuali accusatori validi, le carriere di giudice e Pm sono state divise».
Dove, professore?
Dappertutto. Per restare all’area europea, Italia a parte, la separazione non c’è in Bulgaria o in Turchia. Da poco sono stato in Portogallo: nel 1974, quando cadde la dittatura, una delle prime riforme fu quella di modernizzare le carriere, con due percorsi distinti per giudicanti e requirenti e due Consigli superiori della magistratura. Esattamente lo schema della riforma Nordio, che lì è in vigore da mezzo secolo senza che nessuno abbia gridato all'attentato alla Costituzione. Ed è una riforma progressista, voluta da partiti di sinistra che rovesciarono Salazar durante la “rivoluzione dei garofani”.
Ma il limite della legge Cartabia, ossia un solo passaggio fra funzioni, non bastava?
No. Il “giusto processo” scolpito nella nostra Costituzione necessita di giudici imparziali. E un giudice può essere davvero “terzo” se il suo percorso professionale matura in modo separato da quello del pubblico ministero, se non frequenta gli stessi uffici, se sulla sua carriera non decide il medesimo Csm. Oggi nessuno ammetterà mai che Pm e giudice possano influenzarsi a vicenda, ma come escluderlo?
L’Associazione nazionale magistrati considera «punitivo» il sorteggio puro per i membri togati dei due ipotetici Csm. E lei?
No, non lo trovo penalizzante: se si supera un concorso pubblico difficile e si esercitano funzioni così rilevanti, si è in grado di esercitare i compiti previsti all’interno del Csm. Se un giudice può darmi l’ergastolo, allora può ben essere capace di amministrare le carriere e l’organizzazione di altri magistrati. E poi, oggi davvero le toghe sono libere di scegliere i propri rappresentanti? Macché, sono le correnti a selezionare e a spingere chi lo farà. E il caso Palamara ha mostrato a cosa porta lo strapotere correntizio…
Per i componenti laici, tuttavia, il sorteggio non sarà puro: i loro nomi verranno estratti da un elenco formato in Parlamento.
Mi pare sensato. Perché mentre l’estrazione dei magistrati avverrebbe in una platea omogenea di pares, sarebbe invece assurdo estrarre a caso i “laici” fra avvocati e docenti di diritto in tutto il Paese, perché provenienti da una platea disomogenea. Meglio fare una selezione fra chi ha profilo e competenze elevate, cercando possibilmente di inserire giuristi non targati politicamente.
Separare le carriere, per chi sostiene il No, è il primo passo per mettere l’operato del Pm sotto il cappello del Governo.
Dove sta scritto, nel disegno di legge costituzionale? Da nessuna parte. Nel testo è invece ribadito a chiare lettere il principio dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Anzi, la riformulazione della Costituzione sarebbe un passo avanti rispetto all’attuale, che dispone che il Pm goda delle garanzie previste dall'ordinamento giudiziario. Con la riforma, il Pm avrà garanzie fra le più solide al mondo. E chi lo nega usando toni apocalittici, non rende un buon servizio alla verità e al Paese.
A chi si riferisce?
All’Anm. Da cittadino, ritengo che si sia assunta una responsabilità gravissima in questo momento storico. Sta operando sostanzialmente come un partito d’opposizione politica al Governo. Parliamo di persone che fanno indagini o emettono sentenze e che torneranno a farlo dopo il referendum, comunque vada. Con quale fiducia i cittadini accoglieranno le loro pronunce, visto che arrivano da organi che si vogliono definire imparziali e che invece scendono in campo con un comitato contro una legge dello Stato?
Anche i magistrati sono cittadini. Non hanno diritto a sostenere le proprie idee?
Non è il diritto in discussione, ma l’opportunità e la continenza. Come avvocato, frequento i tribunali. E so che, di recente, un imputato ha assistito a un’udienza in cui il Pm e il giudice esibivano sulla toga la stessa coccarda antiriforma. Ma che messaggio è? È come quando sento importanti procuratori della Repubblica sostenere che i delinquenti voteranno Sì. Io invece auspico che votino Sì milioni di cittadini perbene, senza ascoltare le cassandre della paura e le loro tesi fantasiose. E che la riforma possa finalmente modernizzare la giustizia italiana.

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