Stretto di Hormuz e petrolio: perché l'Iran può mettere in ginocchio l'economia mondiale

Il traffico navale è già crollato: centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto sono ferme. I rischi di una chiusura totale delle sue acque
March 2, 2026
Il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato di circa il 40-50% nel giro di poche ore già sabato
Il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato di circa il 40-50% nel giro di poche ore già sabato/ Ansa
L’Iran sigillerà lo Stretto di Hormuz, o la minaccia di farlo resterà un’arma retorica? Quali conseguenze avrebbe il blocco totale di quello che è considerato “il punto di strozzatura energetico” più critico al mondo? Quattro al momento sono le evidenze. Primo: siamo davanti a un corridoio - largo 33 chilometri nel suo punto più stretto, con le rotte di navigazione di appena tre chilometri in entrambe le direzioni - nevralgico dell’economia mondiale. Qualsiasi interruzione di questo “imbuto” si ripercoterebbe istantaneamente sui mercati globali e sulle catene di approvvigionamento. Secondo: la contrazione del traffico è già avvenuta. Come certificato dai dati citati da S&P Global Commodity Insights, il traffico navale è crollato di circa il 40-50% nel giro di poche ore già sabato, poiché le navi si sono affrettate a lasciare l'area mentre i nuovi arrivati esitavano ad entrarvi. Terzo: centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto sono ferme ai lati dello Stretto di Hormuz e le portacontainer commerciali dei colossi internazionali della logistica come Maesrk sono state costrette a deviare dal Golfo. Quarto: il prezzo del petrolio è già schizzato verso l’alto. Dopo aver toccato un rialzo massimo del 13% il Brent viene scambiato a 78,80 dollari con un progresso dell'8,28% mentre il Wti passa di mano a 72,24 dollari al barile con un rialzo del 7,79%.
I dati catturano l’importanza dello Stretto. Attraverso le sue acque transita un quinto delle riserve mondiali di petrolio, qualcosa come 20 milioni di barili al giorno. Le principali destinazioni del petrolio e del gas che attraversano Hormuz sono Cina, India, Giappone e Corea del Sud. L'India, che importa circa la metà del suo petrolio greggio attraverso lo Stretto, ha attivato piani di emergenza per salvaguardare le forniture energetiche. In particolare, chiudere l’imbuto danneggerebbe significativamente la Cina. La seconda economia mondiale acquista quasi il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano, soggetto a sanzioni internazionali.
Ma non basta. La via d'acqua è fondamentale anche per i mercati del gas, con circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) che attraversa il corridoio che collega il Golfo al mare aperto. E ancora: come sottolinea il sito di analisi The Conversation, “un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti passa attraverso lo stretto. Sia le catene di approvvigionamento energetico che quelle agricole sono già state destabilizzate dalla guerra in Ucraina. Ulteriori aumenti dei prezzi potrebbero avere conseguenze di vasta portata”.
La prima domanda è: Teheran vuole davvero la chiusura integrale dello Stretto? Secondo gli analisti, nonostante i proclami, la misura potrebbe essere controproducente per la stessa economia iraniana, intorpidimento anche i rapporti con Pechino. Sotto la pressione militare, Teheran potrebbe però essere tentata dall’azzardo: tenere in ostaggio l'economia mondiale. Come potrebbe concretizzarsi un’eventuale chiusura? La via più “facile”: minare le rotte di navigazione. Ma potrebbero essere sufficiente anche l’effetto dissuasione, se i rischi dell’attraversamento dello Stretto dovessero diventare troppo alti.
È uno scenario già diventato realtà. Il colosso cinese della navigazione Cosco ha ordinato alle navi dirette nel Golfo o in arrivo di cercare "acque sicure", dopo che il traffico marittimo è stato di fatto sospeso. La compagnia statale con sede a Shanghai è l'ultima tra i principali gruppi marittimi mondiali ad annunciare la sospensione delle sue operazioni da quando il traffico marittimo è rimasto paralizzato nello strategico Stretto di Hormuz, per il conflitto tra Washington e Teheran. Anche altri colossi della navigazione, tra cui Maersk e MSC, hanno annunciato la sospensione delle loro operazioni nella regione.
Come scrive Wired, “se lo Stretto venisse formalmente chiuso, la maggior parte delle esportazioni di petrolio dal Golfo verrebbe tagliata fuori dal resto del mondo quasi immediatamente. Anche se l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti spingessero al limite i loro oleodotti alternativi, gli analisti affermano che circa due terzi delle esportazioni del Golfo rimarrebbero bloccate”. È l’arma nelle mani di Teheran: innescare un'impennata dei prezzi del petrolio con un effetto inflazionistico quasi immediato negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Facendo lievitare i costi - anche politici - della guerra.

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