A Milano il delivery ha un volto etico: «Qui non comanda l’algoritmo»
So.De. effettua consegne a domicilio con rider assunti e formati: «Non portiamo la cena perché è un modello insostenibile. Meglio l’ultimo miglio: siamo partner di Ikea». In Italia 40 progetti simili

Il volto umano del delivery ha il sorriso di Sandro Greblo. Ex cooperante internazionale, 47 anni, si è messo in sella dopo il rientro dall’Africa, in pieno Covid. «Cercavo soprattutto un modo per poter uscire di casa. Così iniziai a lavorare per Deliveroo. Dopo un anno però ho scoperto So.De, ed eccomi qui». Sandro è stato il primo rider della start up a pedali nata cinque anni fa grazie a un bando per servizi innovativi del Comune di Milano. Oggi So.De. (abbreviazione di Social delivery) conta 22 dipendenti, 16 dei quali sono ciclofattorini. «Le grandi piattaforme pagano a consegna, sfruttando i cottimisti della bicicletta. Qui invece siamo assunti, e a guidarci c’è una testa pensante, non un’app» dice Sandro. Niente algoritmi che gestiscono gli ordini, niente puntini che si muovono freneticamente su una mappa: nel quartier generale, ricavato in un ex spazio industriale del quartiere Dergano, sono sempre attivi due “dispatcher” che coordinano il servizio, senza seguire ossessivamente i rider metro per metro. Arriva la notifica dell’avvenuta consegna e tanto basta. Ci si fida. Al centro dell’open space c’è il tavolone attorno al quale si affaccenda lo staff di supporto. Portatili, fogli sparsi, un cartone con pizze e focacce. Una sede tangibile, in vetro e cemento, frequentata dai rider in carne ossa. Uomini, non numeri, che tra una corsa e l’altra qui trovano un tetto sotto cui ripararsi, cambiarsi, rifocillarsi e perché no, scambiare due chiacchiere. Insomma, niente ore passate sotto la pioggia ad aspettare una chiamata. Volendo, nelle pause si può anche prendere un libro dalla bacheca di book crossing aziendale.
Piccole cose che sembrano scontate, ma che diventano conquiste enormi per chi è abituato a rimbalzare da un angolo all’altro della metropoli per portare un panino caldo nel minor tempo possibile. «Non facciamo food delivery, perché si tratta di un modello insostenibile se si vuole mantenere una dimensione etica, rispettosa dei diritti dei lavoratori e delle persone - spiega Teresa De Martin, co-founder - meglio puntare su un modello più sostenibile, a misura di quartiere: ecco perché lavoriamo per molti panifici, portiamo la spesa a domicilio, copriamo il cosiddetto ultimo miglio». Ogni giorno arriva in sede un furgone dell’Ikea, che scarica una media di 100 ordini. I pacchi vengono caricati sulle “cargo bike” e recapitati nelle case dei milanesi. Con benefici per il traffico, visto che pedalando si arriva a destinazione senza bisogno di parcheggiare in tripla fila. Un servizio “green”, ma soprattutto inclusivo. «Il 30% dei nostri dipendenti arriva da un percorso di fragilità: abbiamo migranti, ma anche ex detenuti. Prima di mettersi in sella seguono un corso di formazione, per imparare il codice stradale e l’uso della bici. I mezzi alla sera rientrano tutti, sono nostri. La manutenzione la facciamo qui, nella nostra officina che una volta a settimana apriamo gratis alla gente del quartiere. Non è l’unica ricaduta sociale della nostra attività: raccogliamo libri usati e li portiamo nelle scuole e nei parchi periferici, così come recuperiamo le eccedenze alimentari di supermercati e mense per poi redistribuirli».
Un modello virtuoso, a dimostrazione che esiste un’alternativa al delivery su scala industriale, spersonalizzato e alienante. «I rider sono persone, non robot» sintetizza Sandro. So.De. è una delle 40 realtà mappate dal progetto Bumolds (Business model for local delivery platforms), avviato dall’Università di Bologna, Bergamo, Pisa e Cattolica di Milano per indicare una via etica al settore delle consegne a domicilio. Tra le best practice si segnala per originalità Cocai Express, che a Venezia utilizza dei runner al posto dei rider. Non solo per consegnare prodotti freschi ma anche per portare le chiavi delle case vacanza. Welly Eat, fondata a Bologna da quattro fratelli, prepara pasti in una “green kitchen” alimentata esclusivamente da fonti rinnovabili.
«Il capitalismo delle piattaforme sembrava un modello democratico, e invece ha favorito forme evolute di schiavismo - osserva Daniele Dalli, docente di marketing a Pisa, tra gli artefici di Bumolds - Noi abbiamo provato a identificare alcuni esperimenti virtuosi. Non sono molti ma dimostrano che ci sono altri modi per fare delivery, pagando il giusto e magari sostenendo la filiera commerciale locale. A patto che anche gli utenti siano sensibilizzati sull’importanza di tutelare chi lavora nel settore: pagare qualche euro in più garantisce più diritti e qualità. Ma anche gli enti locali possono e devono fare la loro parte, ad esempio concedendo spazi a canoni agevolati, come già accade a Bologna e Milano». Qualcosa si muove anche sul fronte della “gig economy”. Everli, principale operatore italiano per la consegna della spesa a casa che conta circa 1300 shopper, ha stabilito un compenso minimo (13,50 euro) per ogni consegna, fissandone la durata in un’ora. Un piccolo passo che però può rivelarsi un grande precedente.
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