Colori e sapori autentici, così il Roero conquista anche in inverno

Tour fuori stagione nel Basso Piemonte: le sfumature della terra e le eccellenze enogastronomiche. Si parte da Bra, patria di Slow Food. Base alle Cantine Ascheri
February 28, 2026
Colori e sapori autentici, così il Roero conquista anche in inverno
Roero, la vista sulle Rocche e il Monviso © Tino Gerbaldo - Archivio Ente Turismo LMR
Siamo nel basso Piemonte, in un paesaggio che dal 2014 è patrimonio dell’umanità Unesco. Langhe e Roero (poco più su il Monferrato) sono territori separati da un trattino e un fiume, il Tanaro. Così vicini da guardarsi negli occhi, ma nei tratti così diversi. Le Langhe disegnate con rigore: filari ordinati, monocolture di vite e noccioleti che tratteggiano geometrie sulle colline morbide. Il Roero, più spettinato, dalla terra sabbiosa, più chiara, più fragile: ai vigneti si alternano frutteti, orti, prati e boschi. E poi, le Rocche: ferita e meraviglia di questa terra, molto più di un fenomeno geologico. Una frattura antica, scavata dal ritiro del mare e dalla “cattura del Tanaro”, quando il fiume deviò il suo corso migliaia di anni fa. Guglie d’ocra, pareti nude color sabbia che in inverno sembrano scolpite e dipinte dalla luce bassa del pomeriggio. Camminarci accanto, tra sentieri che odorano di foglie umide e legna bruciata, è un’esperienza inedita, da vivere in silenzio, godendosi i suoni della natura. Dall’altra parte del Tanaro, le Langhe esprimono la loro quiete. Lì nascono vini che hanno fatto il giro del mondo: il Barolo, il Barbaresco, il Nebbiolo che sa di rose appassite e terra. Nel Roero, il Nebbiolo si fa accompagnare dall’Arneis, bianco giocoso e capriccioso.
Capitale discreta, gentile e gustosa di questo pezzetto di Piemonte è Bra. Trentamila abitanti e l’eleganza di «una dama plissettata di drappi barocchi», come raccontano le sue pagine di storia. Dalla piazza si alzano campanili, facciate mosse, palazzi nobiliari, musei (curioso quello die Giocattoli). La Chiesa della Santissima Trinità – che tutti chiamano dei Battuti Bianchi come la Confraternita che se ne prende cura e che si distingue da quella dei Battuti Neri (nella Chiesa di San Giovanni Decollato) – sorprende chi entra: esterno sobrio, interno luminoso, stucchi che sembrano ricami, e un raro crocifisso ligneo, con il Cristo vivo, senza ferite, lo sguardo rivolto altrove che un gioco meccanico unico, fa scomparire e apparire dietro l’altare. In centro la città parla di sé attraverso i suoi personaggi. Il più noto è Giuseppe Benedetto Cottolengo, nato qui e diventato a Torino il santo degli ultimi con la sua Piccola Casa della Divina Provvidenza. La sua statua in piazza non è monumento retorico, ma memoria concreta di una carità operosa, piemontese nel rigore e universale nel gesto. E poi c’è la Bra letteraria, quella di Giovanni Arpino, che raccontava pranzi di leva, bolliti fumanti e insalate di carne cruda tritata con poco olio, aglio e pepe. In inverno, seduti in una trattoria del centro, sembra di sentirlo ancora osservare la piazza.
 La Chiesa della Santissima Trinità della confraternita dei Battuti Bianchi custodisce un raro crocifisso ligneo, con il Cristo vivo, senza ferite / Giuseppe MatarazzoLe vigne del Roero / Tino Gerbaldo - Archivio Ente Turismo LMR (47)La stagionatura di forme di formaggio Bra da Giolito /G.MatarazzoLe Cantine (urbane) di Ascheri nel cuore di Bra: botti, accoglienza e ristorazione 
 La Chiesa della Santissima Trinità della confraternita dei Battuti Bianchi custodisce un raro crocifisso ligneo, con il Cristo vivo, senza ferite / Giuseppe Matarazzo
La storia, i monumenti, e il gusto. Bra è la città di Slow Food e di Cheese, una delle più importanti rassegne internazionali sui formaggi. Qui con Carlo Petrini è nato un movimento che ha cambiato il modo di parlare di cibo nel mondo, e a pochi chilometri, a Pollenzo, l’Università di Scienze Gastronomiche porta studenti da ogni continente a studiare il cibo come cultura, economia, paesaggio. E ce n’è di gusto a Bra: la salsiccia che si mangia cruda, di vitello, tenera e delicata, nata per rispettare le esigenze della comunità ebraica di Cherasco, che non poteva consumare carne suina. E il formaggio, che nelle botteghe storiche, come Giolito, diventa racconto e sperimentazione. E il vino of course in un continuum con le Langhe e il Monferrato.
Lasciando Bra, la strada sale verso Pocapaglia. Il castello, rivisitato dallo Juvarra, guarda le rocche con un’aria assorta. Qui aleggia ancora la vicenda di Michela, una povera donna di Barolo passata alla storia come la Masca Micilina, processata, impiccata e bruciata come “strega”: forse l’ultima donna bruciata in Italia, che ispirò anche un racconto di Italo Calvino.
Visitare il Roero in inverno significa arrivare a coglierne l’essenza: i filari sono spogli, emerge la nuda terra e tutte le sue sfumature, le rocche sono più nude, le colline delle Langhe sembrano disegnate a carboncino sotto un cielo celeste chiaro. Non c’è folla, non c’è fretta. C’è il passo lento di una Città Slow, il suono delle campane, il mercato del venerdì che resiste al freddo, il Monviso che appare all’orizzonte nelle giornate terse.
La base da cui partire è nel cuore di Bra. Nella cantina urbana di Ascheri, che oltre a straordinari vini “musicali” (il suo Barolo 2021 è stato selezionato fra i migliori 100 vini al mondo nell’ultima classifica di Wine Spectator) apre le porte dell’accoglienza, con un hotel che unisce storia e contemporaneità artistica, una grande spa e un’osteria dove gustare tutta l’autenticità di questa terra. Un’isola del gusto e dell’ospitalità. Un’esperienza nell’esperienza nel Roero, patrimonio (discreto e semplice) dell’Umanità.

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