Social e minori, un'alleanza che si è spezzata
Il processo contro Meta e YouTube a Los Angeles segna un punto di rottura nella fiducia tra famiglie e piattaforme. Le accuse di responsabilità nell’indurre dipendenza chiamano in causa un modello ed evidenziano l’inadeguatezza dei sistemi di protezione. Ne emerge una sconfitta collettiva

«Questi sono casinò per l’attenzione. E il banco vince sempre». È una delle frasi nei documenti al centro del processo in corso in questi giorni a Los Angeles contro Meta e YouTube. L’allusione è alla natura dei servizi online sotto accusa, che sarebbero responsabili di aver creato meccanismi per attrarre e gestire l’attenzione degli utenti più giovani fino a indurre alla dipendenza e a forme di disagio mentale anche grave. Nell’aula del tribunale, dove lo scorso mercoledì ha deposto Mark Zuckerberg, il capo di Meta – proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp –, si cercherà di stabilire se le aziende possano ritenersi colpevoli di aver progettato servizi in grado di creare dipendenza al pari del tabacco e delle slot machine e di averli proposti anche a utenti giovanissimi senza prevedere adeguate protezioni. Mentre nello stesso procedimento Snapchat e TikTok hanno già patteggiato, per bocca dei suoi vertici Meta si difende sostenendo che non ci sono prove scientifiche del fatto che i propri prodotti creino dipendenza patologica, anche se ammette un malfunzionamento del filtro che avrebbe dovuto impedire l’accesso al servizio al di sotto dei 13 anni. YouTube (di proprietà di Google) dal canto suo rivendica la propria natura di piattaforma per l’intrattenimento, ponendosi sullo stesso piano di Netflix e degli altri servizi di streaming video, sotto vari aspetti diversi dai social media.
La controversia proseguirà per alcune settimane e vedremo quale sarà il verdetto della giuria, ma un segnale è già chiaro. L’ingresso di Zuckerberg in quell’aula del tribunale di Los Angeles sancisce la fine di un’alleanza, data per scontata, tra i genitori e i servizi online, cui per anni – con troppa leggerezza – erano stati affidati in tutto il mondo i cuori e le menti di milioni di bambini e adolescenti, in una fase delicata della loro crescita. Questi servizi si sono dimostrati drammaticamente inadeguati al compito. E non particolarmente preoccupati di migliorare, stando alle carte processuali, dove in scambi di email e memo interni alle aziende si leggono fra l’altro frasi come “Se vuoi vincere con i teenagers devi prenderli fin da preadolescenti” (in una comunicazione di Meta del 2018). Zuckerberg ha risposto che sono documenti vecchi e ora le cose sono cambiate, che non c’è più quella corsa a guadagnarsi gli utenti sin da piccoli, quando è più alta la probabilità che rimangano “agganciati” al servizio. Ma sono stati proprio quelli gli anni in cui era online la ragazza – oggi ventenne – che ha citato in giudizio i social per averle causato ansia, depressione e problemi con la propria immagine corpórea. Era troppo presto per accedere a quei servizi. Ma nessuno se n’è accorto, nessuno ha vegliato. Non i genitori, non i social. Ora non restano che le carte bollate, come in qualsiasi contratto che si rompe.
Nei prossimi mesi sono già in programma altre udienze in provvedimenti analoghi a quello californiano, anche in Italia è stata promossa una class action – promossa dal Moige – contro Meta e TikTok. Comunque andrà a finire, la decisione di far partire una guerra legale è una sconfitta. E lo è per tutti gli attori di quel Villaggio necessario per educare, che funziona soltanto se ognuno fa la sua parte e si prende la responsabilità che gli tocca. Il mondo adulto ha sottovalutato i possibili danni lasciando spadroneggiare in modo avventato e inconsapevole i social nelle vite dei propri figli. Ma dall’altra parte c’erano grandi aziende, spesso anche istituzioni, che a lungo hanno sostenuto come la protezione dei minori fosse appannaggio esclusivo delle famiglie, e che regolare Internet fosse impossibile per la natura stessa del mezzo.
Ora si sta lentamente diffondendo una nuova consapevolezza e i tentativi di diversi Stati – prima fra tutti l’Australia – d’introdurre e far rispettare seriamente un divieto d’accesso ai social media al di sotto dei 15 o 16 anni, ne sono una chiara dimostrazione. Non basteranno però i sistemi di regole, i pur necessari divieti e le sacrosante azioni legali a ripristinare quella cruciale alleanza.
Davanti all’aula del tribunale di Los Angeles si sono radunati in questi giorni gruppi spontanei di genitori: alcuni di loro avevano in mano i ritratti dei propri figli, che ritenevano danneggiati – a volte fino a togliersi la vita – dall’uso problematico dei social. Molti sono arrivati di buon mattino al tribunale per assicurarsi un posto in aula (assegnato per estrazione) e sperare che assistere alle udienze potesse lenire almeno in parte il proprio dolore. Chi potrà ripristinare quella fiducia ormai irrimediabilmente tradita? Perché non è stato possibile garantire la sicurezza e la protezione cui i minori hanno diritto e che i genitori presumono quando affidano i loro figli al mondo? È la risposta che attendiamo dai capi dei social. Ed è ben più difficile che difendersi in punta di diritto, scrollandosi di dosso ‒ a colpi di cavilli legali ‒ le proprie responsabilità.
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