Potere, slogan e giudizio. La protezione che incatena

Il crollo delle regole internazionali riporta la logica della forza e indebolisce le democrazie. La domanda di sicurezza giustifica la compressione delle libertà. Gli avvertimenti di Bonhoeffer
February 28, 2026
Potere, slogan e giudizio. La protezione che incatena
Il premier canadese Mark Carney /Fotogramma
Come ha detto il primo ministro canadese Mark Carney a Davos, prendere atto del crollo dell’architettura istituzionale internazionale che per decenni ha disciplinato i rapporti tra gli Stati è un atto di realismo. C’è il rischio concreto di tornare ai tempi della politica di potenza nella sua espressione più cruda, con la forza che decide senza rendere conto. Una sorta di “stato di eccezione” permanente in cui la sospensione delle norme diventa consuetudine e la decisione sovrana si afferma oltre ogni limite giuridico. Un contesto di questo tipo ha ripercussioni evidenti anche sulle istituzioni democratiche nazionali. I parlamenti vengono scavalcati, le magistrature delegittimate, l’informazione manipolata. In campo economico, la concorrenza cede il passo alla concentrazione oligopolistica, con intrecci sempre più espliciti tra le grandi corporation e gli interessi geopolitici.
La complessità e le dimensioni delle questioni da affrontare sembrano eccedere la capacità di risposta dei meccanismi democratici, che appaiono lenti, conflittuali, incerti. Difetti intollerabili in un mondo che esige decisioni immediate e perentorie. E che hanno la loro manifestazione più evidente in quella fragile e incompiuta costruzione politica che è l’Unione Europea. Il problema è che, in un contesto così turbolento, cresce la domanda di protezione. Di fronte all’instabilità, al timore del declino, alla percezione di minacce pervasive, gli elettorati cercano sicurezza, ordine, identità. La protezione diventa il nuovo fondamento della legittimità politica. In cambio della sicurezza, si accetta la compressione delle libertà, la concentrazione del potere, la semplificazione autoritaria della realtà (l’ordine esecutivo di Trump per l’abolizione dello ius soli per i figli degli immigrati, contro cui hanno fatto ricorso i vescovi Usa, ne è un esempio). Si spiega così l’avanzata generalizzata dei partiti di destra-destra che si registra un po’ dappertutto.
Questo progressivo slittamento sta, a poco a poco, cambiando il fondo psicosociale delle nostre società. Per capire quanto sta avvenendo, è istruttivo rileggere alcune pagine di Dietrich Bonhoeffer che nei testi scritti durante la prigionia (1943-45), e in particolare nelle Lettere dal carcere, osservava che di fronte al potere autoritario non sia tanto la malvagità a costituire il pericolo maggiore, quanto la stupidità. Intesa non come deficit intellettuale, ma come perdita della facoltà di giudizio, come abdicazione alla responsabilità personale. Lo stupido, osservava Bonhoeffer, non risponde ad argomenti ma a slogan, non pensa ma ripete, non valuta ma si conforma. E, soprattutto, si sente sempre dalla parte della ragione.
Il terreno è stato preparato per anni con la progressiva disgregazione della sfera pubblica, accelerata dall’esplosione comunicativa prodotta da internet, dai social e più di recente dall’Intelligenza artificiale. Secondo Bonhoeffer, in determinati frangenti storici, la stupidità da caratteristica individuale si trasforma in fenomeno sociale indotto dal potere. Ciò accade quando l’individuo viene assorbito da un sistema che, promettendo protezione totale, lo persuade a delegare la propria capacità di discernimento. Fino a smettere di giudicare e limitarsi a obbedire. La stupidità diventa così una risorsa politica: rende le persone governabili, prevedibili, mobilitabili. Ed è precisamente per questo che contro la stupidità siamo quasi inermi, perché essa si accompagna a una certezza morale che la rende impermeabile alla critica.
Dopo anni di instabilità e crescenti incertezze, le democrazie contemporanee sono messe a dura prova da una combinazione inedita di eventi: il ritorno della guerra come strumento ordinario di politica internazionale, la crisi ecologica che impone scelte radicali, la rivoluzione digitale con una accelerazione dagli esiti ignoti, la disuguaglianza sociale che corrode la fiducia reciproca. In questo contesto, la tentazione autoritaria si presenta come risposta “pragmatica” all’emergenza permanente. Peraltro, al di là di una qualunque razionalità, in una sorta di “stile libero surrealista”. Dove la realtà può essere manipolata a piacere da chi ha nelle mani le leve del potere. In simili congiunture, scriveva ancora Bonhoeffer, la democrazia non si salva con un semplice incremento di competenze o con raffinate tecniche di governo o di comunicazione, ma solo attraverso uno scatto di “libertà interiore”. Se la risposta democratica alla domanda di protezione ‒ che in questa fase non può che essere prioritaria ‒ non è capace di ricostruire il senso profondo del legame e della obbligazione sociale, in un rapporto vitale con la verità e con la coscienza, il tempo è destinato ad aprire la strada a una nuova forma di servitù volontaria. Bonhoeffer ricorda che la libertà ‒ con la sua struttura relazionale che comporta regole, istituzioni, obbligazioni, fiducia ‒ non è un patrimonio acquisito, ma una pratica fragile, che va rinnovata proprio quando la forza sembra avere l’ultima parola.

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