C'è una partita sul nucleare e gli Usa la stanno giocando con l'Arabia Saudita di Bin Salman
di Luca Foschi
Mentre si scatenava la guerra contro l’uranio arricchito di Teheran, Washington firmava accordi con Riad sul materiale fissile «per scopi civili»

Sotto il manto fragoroso delle bombe si preparano forse nuovi conflitti, e senza dubbio buoni affari. Recentemente il presidente Trump ha informato il Congresso americano della sua intenzione di stringere con l’Arabia Saudita un accordo sul nucleare civile che non prevede impedimenti all’arricchimento dell’uranio. Un messaggio dal tempismo ambiguo, se si considera che anche intorno alle misure del materiale fissile si è giocato l’innesco della guerra fra Washington, Tel Aviv e Teheran, e che i sauditi hanno sempre descritto lo sviluppo di armi atomiche come diretta risposta all’acquisizione della bomba da parte iraniana. La novità giunge due settimane dopo la scadenza del New Start, il trattato di controllo degli armamenti strategici fra Stati Uniti e Russia, si sovrappone alle speculazioni sull’espansione dell’arsenale cinese e alle nuove alleanze militari di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, strette con le rivali Pakistan e India, anch’esse dotate di arsenale atomico.
Per anni la Casa Bianca ha respinto le pressioni esercitate da Riad, poco incline ad accettare le restrizioni relative alla manipolazione domestica dell’uranio, primo stadio di una potenziale produzione di armi. Il corteggiamento era già ripreso durante l’Amministrazione Biden, disposta a vendere conoscenze e tecnologia per ottenere dai sauditi la normalizzazione delle relazioni con Israele. Il 7 ottobre ha interrotto tutti i processi sottesi all’estensione degli Accordi di Abramo, riattivati con il ritorno alla presidenza di Donald Trump: «Non abbiamo affrontato i dettagli dell’accordo, ma mi aspetto sviluppi significativi», affermava nell’aprile 2025 Chris Wright, il ministro dell’Energia americano in visita a Riad, mentre Gaza veniva rasa al suolo.
Per anni la Casa Bianca ha respinto le pressioni esercitate da Riad, poco incline ad accettare le restrizioni relative alla manipolazione domestica dell’uranio, primo stadio di una potenziale produzione di armi. Il corteggiamento era già ripreso durante l’Amministrazione Biden, disposta a vendere conoscenze e tecnologia per ottenere dai sauditi la normalizzazione delle relazioni con Israele. Il 7 ottobre ha interrotto tutti i processi sottesi all’estensione degli Accordi di Abramo, riattivati con il ritorno alla presidenza di Donald Trump: «Non abbiamo affrontato i dettagli dell’accordo, ma mi aspetto sviluppi significativi», affermava nell’aprile 2025 Chris Wright, il ministro dell’Energia americano in visita a Riad, mentre Gaza veniva rasa al suolo.
L’insistenza saudita e la disponibilità americana si spiegano con l’enorme volume di affari che il contratto nucleare è in grado di smuovere. La riduzione della dipendenza dal petrolio è uno degli elementi fondamentali di Vision 2030, il piano del principe ereditario Mohammad Bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita da rentier-state in un ricco centro logistico, finanziario e turistico. Secondo l’Energy Information Administration americana nel 2024 l’elettricità saudita è stata generata per il 68% dal gas e per il 32% dal petrolio. Le centrali nucleari permetterebbero di destinare importanti quantità di greggio alla vendita, diminuirne il costo come chiesto da Trump, e sostenere i poderosi investimenti in terra americana. I 600 miliardi promessi da Bin Salman durante l’ultima visita a Washington sono diventati in pochi mesi un trilione. Sul piatto si trovano anche la fornitura di terre rare, l’acquisto di carri armati e F-35, un accordo di difesa strategico e la collaborazione con il gigante dell’intelligenza artificiale Nvidia. Un passo indietro americano spalancherebbe le porte alla Russia, già firmataria di un accordo preliminare con Riad, e alla Cina, che per la costruzione di una centrale nucleare ha presentato un’offerta nel 2023. Pechino è già al lavoro sulla prospezione dell’uranio, custodito in abbondanza nel sottosuolo saudita. L’arricchimento, ha affermato il ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman nel gennaio 2024, «è più importante dei reattori». Il rapporto inoltrato da Trump al Congresso garantisce la presenza di tutte le norme dedicate alla non-proliferazione dalla legge americana, ma non sembra contemplare il severo “Protocollo addizionale” previsto dall’Aiea, l’agenzia di controllo sul nucleare dell’Onu.
Le preoccupazioni espresse nel quadriennio 2020-2024 da molti deputati democratici, e perfino dal senatore Marco Rubio, oggi segretario di Stato, sono state accantonate. Molto è cambiato dai tempi dell’Amministrazione Biden: la precaria road map per Gaza ha smussato gli attriti diplomatici, l’Iran e l’asse della resistenza sciita sono indeboliti e affrontano da ieri ciò che sembra essere un assalto finale, la debole coralità delle Nazioni Unite è sfidata dalla prospettiva oligarchica. Uno scenario più che mai adatto alla disinibita sovrapposizione di politica e finanza, e alla proliferazione degli armamenti.
In Medio Oriente i piani trumpiani di pace perpetua collidono con il germogliare di nuove alleanze. Il 17 settembre l’Arabia Saudita e il Pakistan, unico Paese musulmano a possedere l’atomica, hanno stretto un patto di mutua difesa che potrebbe essere presto esteso alla Turchia. La risposta dei rivali del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti firmatari degli Accordi di Abramo, è arrivata il 19 gennaio nella forma di un nuovo patto di collaborazione con l’India, che include il settore della difesa e la produzione di energia nucleare. Nei delicati teatri in Yemen, Sudan e Libia le due petro-monarchie supportano governi ed eserciti in conflitto. Prima che in risposta all’aggressione israelo-americana Teheran prendesse di mira Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Qatar e Kuwait, le potenze del Golfo spingevano perché i colloqui fra Iran e Stati Uniti portassero a una stabilizzazione regionale incruenta.
L’unica potenza atomica regionale, Israele, si è espressa pochi giorni fa per voce del primo ministro Netanyahu: «Siamo sfidati da un lato da un asse sciita ferito, ma anche dall'asse sunnita dei Fratelli Musulmani. E noi abbiamo un forte interesse a creare un nostro asse. Un asse dei Paesi che si oppongono ai due assi dell’estremismo islamico», ha affermato il premier durante la conferenza dei dirigenti dello Shin Bet. Ha così esteso il possibile raggio d’azione, riassunto con l’espressione biblica «dall’India all’Etiopia», cioè l’impero persiano di Serse I e la sua minacciosa vastità, l’eterno, utile principio di pericolo e accerchiamento.
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