Iran, Arabia Saudita, Israele: quel che c'è da sapere sul triangolo dell'atomica nel Golfo
Il regime ha la capacità di arricchire l’uranio al 60%, soglia che lo colloca a un passo dal 90% necessario per l’arma atomica. Ma gli analisti stimavano un percorso di uno o due anni

Il panorama della sicurezza in Medio Oriente è di fronte a un bivio tecnologico e diplomatico senza precedenti, dove il confine tra nucleare civile e militare si fa sempre più sottile. Al centro di questa tensione resta il programma atomico dell'Iran, una questione che oscilla tra rischio concreto e incertezza strategica. Sebbene la Repubblica Islamica non abbia mai dichiarato ufficialmente il possesso di un ordigno (che comunque ancora non ha), le ispezioni dall'Aiea descrivono una realtà preoccupante: Teheran ha raggiunto la capacità di arricchire l’uranio al 60%, soglia che la colloca a un passo dal 90% necessario per scopi bellici. Con circa 400 chilogrammi di uranio arricchito a questo livello, il rischio di una rapida escalation verso la “bomba” è reale, sebbene manchino ancora prove definitive sulla fase finale di “weaponization”. I tempi effettivi restano incerti: in condizioni di normalità si potrebbe arrivare al 90% in qualche mese, ma per l'Iran, tra difficoltà economiche, instabilità politica e sanzioni, gli analisti stimavano un percorso di uno o due anni. Inoltre, l'arricchimento da solo non sarebbe sufficiente: serve anche il plutonio, più difficile da ottenere e di cui Teheran non dispone in quantità adeguate.
A complicare il quadro, è emerso che l'Iran aveva dichiarato all'Aiea la sospensione del programma, nascondendo quattro siti nucleari alle ispezioni. Scoperti grazie a immagini satellitari, quei siti hanno costretto Teheran ad ammettere di non aver comunicato all'agenzia tutte le strutture in attività, minando profondamente la sua credibilità e alimentando la convinzione che il programma abbia sempre avuto una componente militare non dichiarata. Il fallimento del Jcpoa, l'accordo del 2015 abbandonato da Washington nel 2018, ha poi aggravato la situazione: quella rottura unilaterale ha convinto Teheran che gli impegni internazionali non offrono garanzie sufficienti, spingendola ad accelerare l'arricchimento come leva negoziale. Oggi l'Iran apre alla possibilità di diluire le proprie scorte in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, confermando come l'atomo sia, prima ancora che un'arma, lo strumento di una complessa partita geopolitica esattamente come lo è per la Corea del Nord.
In questo scenario si inserisce il recente accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per lo sviluppo del nucleare civile. Il cosiddetto “Accordo 123” rappresenta il tentativo di Washington di mantenere la propria influenza nel Golfo, contrastando l’avanzata di Cina e Russia nella regione. Il patto prevede clausole di salvaguardia estremamente rigide: Riad si è impegnata a non arricchire l'uranio sul proprio territorio, a non riprocessare il combustibile esaurito e ad accettare la supervisione totale dell'Aiea. Un modello opposto a quello iraniano: niente arricchimento in loco, massima trasparenza, controllo esterno del combustibile. Eppure, la proliferazione nucleare in Medio Oriente rimane dominata da una profonda asimmetria. Il riferimento corre inevitabilmente a Israele, l’unica potenza atomica della regione, protetta da una politica di “ambiguità strategica” che dura ormai da decenni e che gode di un tacito avallo occidentale. Lo Stato ebraico non ha mai aderito al “Trattato di non Proliferazione” (Tnp), restando esente dalle ispezioni sistematiche dell’Aiea e mantenendo un arsenale atomico al di fuori di ogni controllo internazionale. Una condizione che gli Stati della regione percepiscono come una licenza unilaterale, concessa in virtù di alleanze politiche piuttosto che di principi condivisi. Questo “doppio standard” alimenta il risentimento di Teheran e spinge potenze regionali come l’Arabia Saudita a non escludere mai del tutto l’opzione militare qualora l’Iran dovesse varcare la soglia definitiva.
La stabilità del Medio Oriente non dipende dunque solo dalla capacità tecnica di monitorare le centrifughe, ma dalla volontà politica di costruire un quadro di sicurezza condiviso, basato su equità e trasparenza universale. Finché esisteranno potenze che godono dell’ombrello atomico senza alcun controllo, e altre che vengono sorvegliate e sanzionate pur non avendo ancora oltrepassato alcuna soglia formale, il rischio di proliferazione non potrà essere contenuto con soli accordi bilaterali o pressioni economiche. Serve un approccio diplomatico multilaterale che includa tutti gli attori della regione e affronti alla radice le percezioni di minaccia che alimentano la corsa all’atomo. Un obiettivo difficile, forse il più difficile in un quadrante già segnato da decenni di conflitti irrisolti, mentre l’ombra dell’atomo continua ad allungarsi sulle sabbie del deserto, minacciando di destabilizzare ulteriormente una regione già fragile.
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