«Figli miei sacerdoti». La tenerezza del Papa verso di noi

Chiamati ad essere “padri” adottivi, come san Giuseppe, noi preti corriamo il rischio di dimenticare di essere pur sempre figli. Perciò sentirsi chiamati “figli” è come un soffio benefico al cuore e alla sua memoria buona. Siamo prima figli e perciò anche noi abbiamo bisogno di una guida, di un abbraccio
March 3, 2026
«Figli miei sacerdoti». La tenerezza del Papa verso di noi
L'incontro del Papa Leone con i sacerdoti nel giugno 2025 /Foto Siciliani
«Figli miei»: per tre volte papa Leone XIV si è rivolto ai preti di Madrid, nella sua Lettera di febbraio, chiamandoli «figli». Ma ha detto di scrivere a tutti, quindi anche a me. In quelle parole ho avvertito come una carezza di cui tutti abbiamo bisogno, in certi momenti ancora di più. Ed è arrivata con il tempismo di chi, come S. Paolo, sa essere padre e madre. Vorrei che provassimo a gustarla: «Non è il molto sapere che sazia l’anima, ma ciò che si gusta intimamente» (S. Ignazio). A pochi giorni di distanza dal Vangelo del sale e della luce, sono giunte dal Santo Padre altre parole luminose sul sacerdozio e sul sacerdote; parole che nutrono il “sapere” del nostro intelletto, ma soprattutto la “sapienza e il sapore” del cuore intorno alla verità del Sacramento di cui, non per nostro merito, ma per grazia e in vista di un servizio d’amore, ci è stato fatto dono. Stavolta, però, è soprattutto il sentirmi chiamato e ricordato come “figlio” che mi ha toccato. Del resto si potrebbe non essere mai padri e non avere né fratelli né sorelle, ma tutti siamo e saremo sempre figli: è il nostro statuto ontologico, radicale e radicato. Siamo figli di Dio, fatti eredi per sempre del Suo sconfinato e gratuito amore.
Spesso, soprattutto in Occidente, ci siamo illusi e ubriacati di autonomia; abbiamo cacciato il padre, in cielo e in terra, ma non ci siamo accorti che così facendo cadeva nell’oblìo la nostra condizione di figli. Per noi preti, poi, il rischio diventa maggiore: chiamati ad essere “padri” adottivi, come san Giuseppe; cercati e riconosciuti come tali talvolta anche da persone più grandi di noi in età, sapienza, ruoli sociali e tanto altro, corriamo il rischio di dimenticare di essere pur sempre figli. Perciò sentirsi chiamati “figli” da papa Leone XIV è come un soffio benefico al cuore e alla sua memoria buona. Siamo prima figli e perciò anche noi abbiamo bisogno sempre di un padre, una guida, un orientamento, un abbraccio e, talvolta, di un amabile rimprovero. Non perché non vogliamo crescere – è un rischio anche questo - , ma per gioire della figliolanza e riscoprirci fratelli: non solo dei confratelli, ma di tutte e di tutti, nella fede o nella comune umanità. Solo così potremo vivere una vera, casta e feconda paternità. Prima figli: perciò bisognosi di cure, a qualunque età, seppure in modo assai diverso e con sfumature niente affatto trascurabili. Siamo figli della nostra famiglia di origine, della nostra cultura, della geografia e della storia dei luoghi e del cuore, degli ambienti e delle persone significative nella gioia, come a volte nel dolore. Siamo figli della Chiesa, dei nostri Vescovi e figli in certo qual modo pure di noi stessi e delle nostre scelte. Figliolanze da riscoprire e, talvolta, da “ri-assumere”, purificare e riconciliare.
Intanto è bellissimo vedere come si sentono figli i sacerdoti giovani che cercano e trovano una paternità autentica nel Vescovo e nei confratelli più grandi; ma altrettanto dolce è ammirare i sacerdoti anziani che si affidano come figli. E come vorrebbero riscoprire la figliolanza quelli di mezza età, che subiscono maggiormente il rischio di identificarsi nel ruolo di padri. Tutti rendiamo visibile questo profondo bisogno del cuore quando ci cerchiamo come guide e confessori, per sperimentare nel confratello la paternità di Dio. Nelle tenere espressioni del Papa c’è l’eco di quel «figliolini miei» pronunciato da Gesù nel Cenacolo e possiamo fare l’esperienza di essere «come bimbi svezzati» (Sal 131) sereni in braccio a madre… Chiesa. Preti uomini, non “superman”, chiamati «a rimandare a Dio e ad accompagnare il passaggio verso il Mistero, senza usurparne il posto» (Leone XIV); preti la cui paternità sarà ancora più vera, più tenera, più forte e mite insieme, perché “ombra del Padre”, insaporita di figliolanza e fraternità.
Sacerdote, psicologo-psicoterapeuta

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