Dopo Khamenei, nessun piano: la nuova dottrina Trump del “fate da soli”
L'America archivia la tradizione del “nation building” che aveva accompagnato l’uso della forza dal 1947 in poi. Dall’Iran al Venezuela, Washington ora interviene, rimuove leadership ostili e si ritrae, senza un progetto di stabilizzazione

Per oltre settant’anni gli Stati Uniti hanno esercitato la propria potenza militare dentro una cornice ideologica riconoscibile, per quanto discutibile, che combinava la difesa degli interessi nazionali con l’ambizione di plasmare un ordine internazionale fondato sui valori delle democrazie liberali. Dalla Dottrina Truman al Piano Marshall, dalla costruzione della Nato fino alle controverse campagne in Iraq e Afghanistan, Washington ha provato a intrecciare l’uso della forza con un progetto politico per il “giorno dopo”.
Quel progetto è spesso tragicamente fallito o ha prodotto esiti ambigui, ma è diventato parte del Dna americano: l’idea che rovesciare un regime comporta la responsabilità di contribuire alla sua ricostruzione. Con il secondo mandato di Donald Trump, questo paradigma appare archiviato. L’America non si presenta più come potenza impegnata nel “nation building”, bensì come attore che interviene, decapita leadership ostili e poi si ritrae, lasciando ad altri, o al caos, il compito di riempire il vuoto. Il caso dell’Iran è emblematico. L’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, arrivata nelle prime ore dei bombardamenti statunitensi e israeliani sui siti nucleari della Repubblica islamica, ha collocato gli Stati Uniti in una posizione già vista, con la rimozione rapida di un avversario storico seguita da un’incertezza profonda sulle conseguenze. Ma, al contrario dei suoi predecessori, Trump ha subito invitato la popolazione iraniana a “prendere il controllo” del proprio governo, senza annunciare alcun piano americano di stabilizzazione né alcuna intenzione di sostenere movimenti pro-democratici.
La scelta segna una discontinuità rispetto agli interventi statunitensi del passato. In Iraq, l’Amministrazione di George W. Bush predispose un apparato per la ricostruzione vasto quasi quanto quello militare, con uffici dedicati alla formazione di un nuovo governo e alla riorganizzazione delle istituzioni. In Afghanistan, dopo aver provocato la rapida caduta dei taleban, gli Stati Uniti investirono per vent’anni risorse e uomini nel tentativo di costruire uno Stato democratico, poi naufragato tra errori e sottovalutazioni. Anche interventi più circoscritti, come Grenada nel 1983 o Panama nel 1989, prevedevano una gestione della transizione. Nulla di simile emerge oggi nella strategia politico-militare di Trump, tanto che nelle cancellerie europee cresce già il timore che “il piano Usa è non avere un piano”, lasciando spazio in Iran a lotte interne tra fazioni sciite, minoranze curde e baluci, con ripercussioni regionali e globali, geopolitiche ed economiche. Uno schema analogo si è visto in Venezuela, dove la cattura di Nicolás Maduro non è stata seguita da un progetto di ricostruzione istituzionale.
La nuova postura americana si inserisce in un più ampio riposizionamento internazionale che ha messo in discussione alleanze storiche, accordi multilaterali e strumenti di cooperazione, sostituendo una diplomazia fondata su valori condivisi con un approccio puramente transazionale. Il risultato non è solo la fine del “nation building”, ma anche l’erosione di un ordine stabilito dal 1947, quando Washington colmò il vuoto lasciato da Gran Bretagna in Grecia e Turchia, assumendo, con tutti i suoi limiti, la leadership del mondo occidentale. Oggi come allora i vuoti non restano mai tali a lungo. Altre potenze – dalla Cina alla Russia, fino a diverse realtà regionali emergenti – sono pronte a occupare gli spazi lasciati scoperti da Washington, offrendo modelli di influenza autoritaria.
Nessuno idealizza il passato, né ignora i fallimenti delle Amministrazioni americane precedenti. Ma un’America che distrugge, semina caos e genera vuoti fa paura. Non solo ai suoi avversari. Anche ai suoi alleati.
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