Le voci degli iraniani che vivono in Italia: «Difficile credere alla caduta del regime»

Guardano l'evoluzione degli eventi da qui, provano a mettersi in contatto con i loro cari, ipotizzano cosa succederà adesso, ognuno a partire dalla propria esperienza. Domani intanto a Roma un flashmob per i prigionieri politici
March 2, 2026
Le voci degli iraniani che vivono in Italia: «Difficile credere alla caduta del regime»
Mandatory Credit: Photo by Adil Abass/ZUMA Press Wire/Shutterstock (16718346ae) Kashmiri Shia Muslims mourn the assassination of Supreme Leader Ayatollah Syed Ali Khamenei in a US-Israel attack during a demonstration in Srinagar. Demonstrations are held in various parts of the country following the announcement of the martyrdom of Ayatollah Ali Khamenei. People carry posters of Khamenei, chant slogans against the United States and Israel and call for revenge. Kashmir Mourns Assassination Of Ayatullah Khamenei, Srinagar, Jammu and Kashmir, India - 01 Mar 2026
«Vedere tutte quelle immagini delle esplosioni non mi fa dormire la notte. Vivo con angoscia all’idea che le bombe stiano cadendo sulla mia città, dove c’è la mia famiglia, i miei connazionali», a parlare è Parisa Nazari, farmacista di origine iraniana, che in Italia, dove risiede da 30 anni, fa anche la mediatrice culturale e la volontaria in associazioni che difendono i diritti umani. I suoi parenti, tra i quali anche la madre, vivono a Teheran. Dall’Iran arrivano pochissime notizie a causa di una sorta di blackout informatico che rallenta o rende del tutto impossibili le comunicazioni: «Ho saputo solo che i miei si sono spostati come tanti altri in una casa al mare, dove si ritiene sia meno pericoloso». Gli iraniani, spiega, in questo momento fanno fatica anche a dire la propria e persino a sapere che cosa sta succedendo esattamente nel loro Paese. «Molte persone pensano che questa potrebbe essere una guerra di liberazione. Hanno provato di tutto e sentono che non ci sia più niente che possano fare da soli», aggiunge, precisando che è segno della mancanza di prospettiva in cui vivono. Il timore però è che «rimangano solo delle macerie». A Nazari, da qui, non resta dunque che provare a tenere i riflettori accesi anche per chi è dall’altra parte. La prima iniziativa di cui ci parla, domani a Roma, è un flashmob: «Lo scopo è non far dimenticare i difensori dei diritti umani e la condizione dei prigionieri politici in Iran, la cui voce rischia di essere soffocata dai rumori della guerra». In Piazza di Montecitorio chiederanno ai parlamentari di concedere il patrocinio politico ai prigionieri politici arrestati in Iran dopo le ultime ondate di protesta: «Le loro condizioni sono già gravi e temiamo nuove esecuzioni capitali su larga scala».
Anche Shady Alizadeh è preoccupata sia per i propri cari «che si trovano in una città bombardata, ma per fortuna per ora stanno bene» sia «per i prigionieri, molti dei quali ancora minorenni». Avvocata di origine iraniana, sarà tra gli attivisti al flashmob per ricordare che questa guerra mette ancora più in pericolo le loro vite: «Se la pace e la libertà si potessero portare con le bombe allora l’Iran dovrebbe essere la terra più libera e pacifica. Mi auguro, invece, che nasca uno Stato libero e democratico autoderminato dal popolo». Tra le persone in allerta c’è anche il professore e primario di Cardiologia Kamran Paknegad, in asilo politico in Italia e lontano dall’Iran da 46 anni. In queste ore ha provato a contattare fratelli e nipoti lì, ma senza alcuna risposta. «Sono molto preoccupato perché abitano in una zona vicina a una base militare del regime», confessa. Da qui, fa fatica a credere al crollo del regime: «Il mio timore è che non ci sia ancora un’alternativa ben strutturata per condurre il Paese fino a delle elezioni democratiche».
Lo scenario geopolitico in cui oscilla il presente dell’Iran lo descrive infine Farian Sabahi, professoressa associata in Storia contemporanea all’Università degli Studi dell’Insubria: «Di certo non possiamo affermare che l’uccisione del leader supremo Khamenei abbia portato alla fine della dittatura. Nelle prossime settimane l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 esperti di diritto islamico, nominerà il nuovo leader supremo. In una situazione di guerra, saranno però probabilmente i pasdaran a guidare la scelta di questi membri del clero sciita. Si prospetta quindi un regime sempre più dei pasdaran». La professoressa, come tutti gli iraniani lontani, ha provato a mettersi in contatto con i propri cari: «Sabato sono riuscita ad avere notizie di parenti e amici a Teheran, ma oggi più nulla. Nella guerra dei 12 giorni, lo scorso giugno, mio cugino era riuscito a scappare dal confine con la Turchia, ma ora le autorità di Ankara hanno chiuso quel posto di frontiera». Di fatto, conclude, «gli iraniani sono chiusi in una gabbia, vittime al tempo stesso di un regime repressivo e dei bombardamenti decisi dal premier israeliano Netanyahu, a cui il presidente statunitense Trump si è accodato».

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