«Formare i futuri preti? Serve l'aiuto di donne e laici»
La missione digitale e la cura dei percorsi verso il sacerdozio sono i temi dei primi due Rapporti finali presentati dai gruppi di studio nati dal Sinodo sulla sinodalità

Come vivere l’annuncio del Vangelo nel mondo digitale e come accompagnare nella formazione i futuri preti: sono dedicati a due temi fondamentali per la vita della Chiesa nel mondo i primi due rapporti finali consegnati a Leone XIV dai gruppi di studio voluti da papa Francesco per approfondire alcuni questioni emerse durante la XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (dedicata al tema della sinodalità e svoltasi tra il 2023 e il 2024). I due testi sono stati pubblicati ieri dalla Segreteria generale del Sinodo sul sito www.synod.va e sono il risultato del lavoro del Gruppo di studio numero 3 su “La missione nell’ambiente digitale” e quello del Gruppo di studio numero 4 su “La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis” in prospettiva sinodale missionaria». Il Papa, sottolinea la Segreteria, ha disposto che i documenti siano resi pubblici nel segno della trasparenza e della rendicontazione. «Oltre al valore dei contenuti – ha affermato il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo –, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto assieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. È la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica». Con la presentazione dei Rapporti finali, i gruppi di studio hanno concluso il proprio mandato e vengono sciolti. La pubblicazione dei Rapporti di altri gruppi è prevista per il 10 marzo.
I missionari della rete? Cambieranno il volto della pastorale
Quello del missionario “nella rete” è a tutti gli effetti un «ministero digitale» che la Chiesa deve imparare a riconoscere, formare e promuovere. A fare il punto sulle consapevolezze e le prospettive dell’evangelizzazione nel mondo digitale è il rapporto finale presentato dal Gruppo di studio 3, dopo un’ampia consultazione con persone da tutto il mondo. Una delle prime considerazioni è che gli spazi digitali devono essere riconosciuti dalla Chiesa come «parte integrante della sua missione», in quanto «ambienti di vita naturale» e «spazi d’incontro spirituale». Ai pastori, ai catechisti e ai missionari laici, il Gruppo chiede di «integrare il primo annuncio» anche nelle «comunità digitali», tenendo presente che «l’evangelizzazione digitale integra ma non sostituisce gli incontri di persona». Come ha ricordato spesso anche il Papa, una grande sfida della missionarietà in rete è quella dell’inclusione di coloro che spesso restano ai margini e, in modo particolare, in questo caso di anziani, poveri ed esclusi.
Nel rapporto si sottolinea ancora come la «cultura digitale» sia divenuta ormai «dimensione essenziale della missione», non solo come luogo di proclamazione del Vangelo, ma anche «come spazio da integrare nella vita e nella struttura ordinaria della Chiesa». Proprio in questa prospettiva i «missionari digitali» dovrebbero essere «riconosciuti, sostenuti e formati dalle loro comunità», e ciò richiede veri e propri «cambiamenti strutturali» nel pensare le modalità della missione. Quella del «ministero digitale» è una «vera e propria vocazione», i cui ministri «necessitano della stessa cura, accompagnamento e sostegno spirituale degli altri agenti pastorali». Le Conferenze episcopali, secondo il Gruppo di lavoro, «dovrebbero fornire una formazione olistica che coinvolga la dimensione tecnica, teologica, spirituale e sinodale», promuovendo soprattutto la presenza di giovani nei ruoli di leadership. A risultare “poco adatte” alla «natura senza confini» della cultura digitale, poi, sono le attuali strutture giurisdizionali della Chiesa, organizzate per territori geografici, come appunto le diocesi. Per l’evangelizzazione nella rete, piuttosto, si potrebbero immaginare «diocesi digitali», probabilmente più funzionali a una pastorale di questo tipo, anche se più complesse da supervisionare. In questo è da prevedere anche la formazione di vescovi, pastori e seminaristi in particolare per quando riguarda «l’etica digitale, l’accompagnamento spirituale, la predicazione e il discernimento delle vocazioni nella cultura digitale».
Molti, però, sono anche i rischi di questo tipo di impegno, tra cui, sottolineano, la «manipolazione, lo sfruttamento e la disinformazione», che devono essere affrontati «con protocolli chiari, responsabilità pastorale e formazione». In quanto «espressione integrante dell’azione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo», la missione digitale deve comprendere anche «la difesa dei diritti, l’educazione e l’impegno a livello sociale e politico», integrando le sollecitazioni proposte dalla dottrina sociale. Tra le proposte concrete alla Santa Sede, ad esempio, c’è la creazione di un ufficio responsabile della missione digitale, per l’accompagnamento e la formazione. Alle Conferenze episcopali e alle diocesi, invece, il Gruppo propone di promuovere il lavoro pastorale negli ambienti digitali facendo rete, prevenendo i rischi di abuso e accompagnando nella formazione chi vive il “ministero digitale”.
Per i futuri sacerdoti un cammino fatto di relazioni, nel cuore delle comunità
Il prete? È prima di tutto un uomo di relazione, una persona che è a servizio della comunità e che si lascia accompagnare dalla comunità. Anche nella propria formazione. Su questa convinzione si fonda il Rapporto finale del quarto dei Gruppi di studio istituiti dopo il Sinodo sulla sinodalità, composto da nove membri e chiamato a lavorare su una revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, ovvero il documento che detta le linee per la formazione dei preti. Ne è uscita una proposta che non consiste in un una riforma strutturale della Ratio, ma in un documento orientativo che ne favorisca l’attuazione. Il gruppo, infatti, riconosce che la Ratio del 2016 è «un documento recente, tuttora in fase di recezione» e che ha portato «importanti acquisizioni» per una Chiesa missionaria e sinodale. Per questo si ritiene più opportuno «non mettere mano alla Ratio come tale», ma offrire criteri aggiornati che aiutino le Chiese a realizzarla in modo più coerente al cammino sinodale.
Il cuore del Rapporto è la convinzione che la formazione non possa avvenire in mondi separati dalla vita reale delle comunità. Il Seminario rimane un luogo essenziale, ma non può essere «un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio»: accanto alla residenza tradizionale sono previsti periodi formativi in parrocchie, comunità ecclesiali o altri contesti pastorali, per «abitare la condizione umana ordinaria» e maturare nella responsabilità, nel servizio e nella prossimità. Tra le proposte più forti c’è l’inserimento stabile di laici, famiglie e donne nei processi formativi e di discernimento. Il documento afferma che è indispensabile «una partecipazione ampia e reale di tutte le componenti del Popolo di Dio», riconoscendo il valore dell’apporto femminile anche nelle équipe educative. Questa presenza, sottolinea il testo, aiuta a cogliere aspetti della maturazione umana e relazionale dei candidati che spesso non emergono in contesti esclusivamente clericali. È un passo che contribuisce a formare preti più equilibrati e capaci di collaborazione.
Il Rapporto insiste poi su un curriculum che sviluppi competenze fondamentali per una Chiesa sinodale: ascolto, dialogo, discernimento comunitario, corresponsabilità. Chiede che l’ecclesiologia sia riletta «in chiave sinodale e missionaria» e che si rafforzi la comprensione del presbitero come uomo inserito nel tessuto vivo delle vocazioni e dei carismi. Ugualmente rilevanti sono la formazione alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili e l’attenzione alla cultura digitale, oggi imprescindibile per l’annuncio.
La dimensione missionaria attraversa tutto il percorso. Il Rapporto parla della necessità di una «passione per la missione», da coltivare attraverso esperienze concrete accanto ai poveri, nei contesti di fragilità, nelle periferie sociali e culturali. Sono momenti che aiutano i futuri presbiteri a comprendere che il ministero nasce e cresce nella prossimità, non nell’astrazione. Infine, il documento propone un discernimento più condiviso in vista degli ordini sacri: la valutazione dei candidati non riguarda solo i formatori, ma coinvolge quanti li hanno incontrati nella vita pastorale, comprese donne e famiglie. È un modo per ribadire che la vocazione non appartiene al singolo, ma alla comunità che la riconosce. Il Rapporto indica così un cammino esigente e concreto: formare presbiteri che crescano dentro la vita del Popolo di Dio, capaci di lavorare con tutti, ricchi di relazioni autentiche e radicati nella missione.
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