«Cerco gente capace di parlare di dialogo anche sotto le bombe»
Non mi fido delle parole degli uomini in guerra. Tutto è ridotto a slogan, tutto è netto e sicuro e urlato. Vorrei fuggire. Cerco, per sopravvivere, fragili rifugi di parole dove possa proteggermi, costruzioni leggere e provvisorie che non schiaccino nessuno, imploro volti di uomini attraversati dal dubbio

Come parlare di dialogo quando dall’alto piovono bombe? Come osare cantare speranza per città nelle quali la violenza tramuta, ancora, per l’ennesima volta, case in macerie? Come istruire anche flebili discorsi di pace per città armate e violente e aggressive? E poi ho addosso una sensazione orrenda, che mi fa paura: non mi fido delle parole degli uomini. Non mi fido delle parole degli uomini in guerra. Tutto è ridotto a slogan, tutto è netto e sicuro e urlato. Vorrei fuggire. Cerco, per sopravvivere, fragili rifugi di parole dove possa proteggermi, costruzioni leggere e provvisorie che non schiaccino nessuno, imploro volti di uomini attraversati dal dubbio, trincee apparentemente debolissime da cui scagliare dardi infuocati e coraggiosi. Cerco persone capaci di sfumature e del coraggio di non voler tutto comprendere, tutto spiegare, tutto divorare. Cerco santi, poeti, gente capace di salvaguardare una città anche sotto le bombe. Mi viene in soccorso Francesco, una di quelle amicizie inattese e sorprendenti che compaiono in un preciso momento della vita e che poi rimangono, a distanza, nel silenzio, ma rimangono. Francesco tra le altre cose è un traduttore di poeti iraniani contemporanei. È lui che scrive «tradurre la poesia di una nazione è la via privilegiata per penetrarne l'anima”. Eccolo, il rifugio che cercavo. Ecco la resistenza di cui sentivo nostalgia: si può stare nel mondo allenandosi a tradurre le poesie di una nazione, atto umile e luminoso, paziente e carico d’amore.
Non voglio semplificare, non voglio prestare il fianco a chi facilmente dirà che con le poesie non si rovesciano le dittature, voglio solo dire che io mi fido di chi pazientemente ascolta. E che vorrei essere almeno un po’ così anch’io. Voglio solo dire che una società è salva solo se ci sono poeti che ascoltano e cercano di “penetrare l’anima” di una cultura per stupore e gratitudine e non per annientarla e “farla a pezzi”. Dico solo che io mi fido di queste persone. Francesco con lucidità offre la sua lettura politica degli ultimi avvenimenti e poi aggiunge: «In un simile frangente, non mi resta che rifugiarmi nella letteratura persiana, patrimonio universale dalla straordinaria vividezza metaforica». Mi alzo, seguo il suo consiglio, dagli scaffali della mia libreria dedicati alla poesia sfilo un’antologia di poeti iraniani, sfoglio, leggo, sto in silenzio. Prego. Provo a tradurre quelle immagini di vita in preghiere, provo ad avvicinarmi all’anima delle vittime, provo a consegnarle allo sguardo dell’Eterno sapendo bene che sono già lì. Che tutti siamo già lì, nel cuore della Sua divina pupilla. Mi accorgo che sto pregando per me, «liberami dal male», il male che mi abita, che abita anche me. Scrivo a Francesco, gli dico che ho in mente un articolo per Avvenire a partire anche dalle sue parole, gli comunico che vorrei sottolineare l’urgenza di opporre poesia a guerra, silenzio a violenza, qualcosa che dica l’apparente inutilità della mitezza… Poi gli chiedo una poesia, iraniana, per me, per noi. Lui me la manda. E forse tutto quello che ho scritto fino a qui ha senso solo per arrivare a contemplare queste parole. Prima di copiarla guardo il foglio bianco sullo schermo del mio computer, ho scritto un blocco compatto di segni neri, sembrano il profilo di un edificio, sento però che per stare in piedi, per stare “alto”, ha bisogno di parole altre, leggere e potenti, luminose e profonde, parole che lascino tanti spazi bianchi, parole radici, parole fondamenta:
Migrazione delle violette (1966)
Negli ultimi giorni di Esfand
la migrazione delle violette erranti
è bella.
Nel luminoso mezzogiorno di Esfand,
quando le violette
insieme a radici e terra
– la loro patria itinerante –
da fredde ombre migrano
verso la morbida seta primaverile
e in piccole casse di legno
s’affacciano agli angoli delle strade:
mille fiumi di fremiti e sussurri
sgorgano in me:
magari…
Oh magari potesse l’uomo
come le violette, la sua patria
(nelle casse di terra)
portar un giorno con sé
ovunque desideri.
Nella lucentezza della pioggia,
nella purezza del sole.
Mohammad-Reza Shafiei Kadkani
Negli ultimi giorni di Esfand
la migrazione delle violette erranti
è bella.
Nel luminoso mezzogiorno di Esfand,
quando le violette
insieme a radici e terra
– la loro patria itinerante –
da fredde ombre migrano
verso la morbida seta primaverile
e in piccole casse di legno
s’affacciano agli angoli delle strade:
mille fiumi di fremiti e sussurri
sgorgano in me:
magari…
Oh magari potesse l’uomo
come le violette, la sua patria
(nelle casse di terra)
portar un giorno con sé
ovunque desideri.
Nella lucentezza della pioggia,
nella purezza del sole.
Mohammad-Reza Shafiei Kadkani
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