Paralimpiadi: nessun atleta sfilerà con la bandiera
Stupisce la decisione del Comitato internazionale in merito alla cerimonia d’apertura: «Motivi organizzativi». Ma pesa il boicottaggio di tante nazioni per la presenza di russi e bielorussi

Venti di guerra funestano il pianeta, ma non c’è pace nemmeno per il mondo dello sport. Il clima di tensione internazionale si riverbera anche sulle imminenti Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Come dimostra la scelta destinata a far discutere del Comitato paralimpico internazionale (Ipc): alla cerimonia di apertura in programma domani all’Arena di Verona - secondo informazioni raccolte dalle agenzie di stampa ma non ancora confermate ufficialmente - nessun atleta farà da portabandiera per il proprio Paese. Al posto degli sportivi ci saranno solo dei volontari. Mentre le immagini degli atleti portabandiera registrate in questi giorni andranno comunque in onda nella trasmissione televisiva della cerimonia.
L’Ipc sostiene che questa decisione è stata presa «per la lontananza dai campi delle gare del giorno dopo» (sabato mattina sono previste le prime gare a Lago di Tesero e Cortina d’Ampezzo). In realtà sembra che a pesare sia stato di più l’annunciato boicottaggio di numerose delegazioni delle 56 presenti ai Giochi. La bufera insomma viene da più lontano e cioè da quando il Comitato paralimpico internazionale ha prima deciso di riammettere la Russia e la Bielorussia - fine settembre 2025 - e nelle scorse settimane confermato la decisione di far gareggiare atleti russi e bielorussi con inno, bandiere e colori nazionali.
Diverse nazioni, a partire dall’Ucraina, hanno annunciato subito che non avrebbero sfilato alla cerimonia d’apertura di Verona. E a seguire anche Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Paesi Bassi e Canada. Da ultimo anche lo sport paralimpico tedesco «per solidarietà alla delegazione ucraina». L’emittente televisiva pubblica polacca Tvp, in accordo con il proprio comitato paralimpico, ha addirittura dichiarato che interromperà la diretta della cerimonia di apertura quando saranno visibili gli atleti che sfileranno sotto le bandiere russa e bielorussa dichiarando che sostituirà le immagini in diretta con un messaggio sullo schermo che spiega il motivo della sospensione.
Era dal 2014 che gli atleti russi e bielorussi, in caso di partecipazione alle Olimpiadi, lo hanno fatto sotto una bandiera neutrale come anche negli ultimi Giochi olimpici di Milano Cortina. In questo caso il Comitato paralimpico internazionale ha intrapreso una strada diversa, così giustificata dal presidente Andrew Parsons: «Devono essere trattati come qualunque altro atleta paralimpico di altre nazioni».
Di fatto però la decisione ha scatenato un ginepraio ora reso incandescente dalle notizie che arrivano dal Medio Oriente: «Stiamo valutando l’impatto sulle operazioni dei Giochi, in particolare sui viaggi, mantenendo al contempo un chiaro focus sulla realizzazione dei migliori Giochi paralimpici invernali e sulla garanzia che l’evento continui a fungere da piattaforma per promuovere l’inclusione sociale per 1,3 miliardi di persone con disabilità nel mondo», ha spiegato l’Ipc, che ribadisce: «La nostra massima priorità è che gli atleti paralimpici siano al centro dell’attenzione mentre realizziamo Giochi sicuri, protetti e spettacolari nelle maestose sedi italiane». Ma è chiaro che un clima del genere rischia di turbare quella che dovrebbe essere una grande festa che avvicini i popoli tra di loro, tanto più una rassegna che celebra l’inclusione a tutti i livelli.
Sarebbe un vero peccato per una manifestazione sportiva di alto livello a carattere planetario: sei discipline (curling in carrozzina, para biathlon, para ice hockey, para snowboard, sci alpino paralimpico e sci di fondo paralimpico) con ben 79 gli eventi da medaglia (39 maschili, 35 femminili, 5 misti) e circa 665 gli atleti partecipanti, provenienti da oltre cinquanta Stati.
L’edizione del 2026 è peraltro già una rassegna storica: 50 anni fa, nel 1976, ci furono i primi Giochi paralimpici invernali in Svezia. Ad Örnsköldsvik arrivarono in quell’occasione 198 atleti provenienti da 16 Paesi che si sfidarono in due soli sport: lo sci alpino paralimpico e lo sci di fondo paralimpico. Una rassegna nata sedici anni dopo i primi Giochi paralimpici estivi di Roma 1960. In realtà la pratica dello sci alpino da parte di persone disabili iniziò a diffondersi dopo la Seconda guerra mondiale. Furono soprattutto gli invalidi di guerra, soldati e civili, che cercarono di tornare a sciare, usando protesi, stampelle e altre attrezzatura spesso inventate e costruite in proprio. La prima competizione documentata per sciatori disabili si tenne nel 1948 a Bad Gastein con 17 partecipanti. Ma notevole impulso avvenne durante gli anni 1970. Con l’introduzione di slitte modificate, monosci e skibob lo sci alpino diventò praticabile anche dai paraplegici e dalle altre persone in carrozzina.
Una storia che abbraccia tutti i popoli come richiama la bandiera paralimpica con i tre agitos: i colori rosso, blu e verde sono quelli più frequentemente presenti nelle bandiere nazionali del mondo. E gli agitos (dal latino agito, che significa “mi muovo”) rappresentano il movimento, l’energia degli atleti e appunto l’incontro delle nazioni. L’augurio è che sventoli forte in questi giorni, più alta di ogni divisione e di ogni conflitto.
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