Storia di Cesc Fàbregas, allenatore che progetta il futuro
Da calciatore ha fatto le fortune di Arsenal, Chelsea, Barcellona e della Spagna. I suoi maestri? Wenger, Guardiola, Mourinho e Conte

Cesc, è il diminutivo di Francesco in Catalogna, e nell’anno giubilare francescano (gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi) i riflettori del mondo dei fedelissimi del fútbol non possono che essere puntati su di lui, sull’uomo nuovo del pianeta football. Cesc Fàbregas, il condottiero del Como “grandi firme”, diventate grandi solo grazie all’hidalgo di Arenys de Mar, area metropolitana della grande Barcellona dove è nato, nel 1987. Non sappiamo ancora se l’hombre sarà l’allenatore che entrerà nell’albo d’oro dei migliori strateghi della panchina, però quello che gli abbiamo visto fare in questi ultimi due anni sul Lago dorato sono dei segnali importanti per il futuro. Il pallone da queste parti racconta che la prima promozione in A avvenne nella stagione 1948-’49, poi con la massima serie è sempre stata una storia di passaggio per poi tornare a giocarsela tra i cadetti. Tra le discese ardite e le risalite c’è stata anche l’onta del fallimento societario e la ripartenza dalla C dove i fratelli Hartono avevano trovato esanime la bella addormentata comasca. Come in una fola da mille e una notte, i munifici fratelli Robert e Michael Hartono in riva al Lago ci sono arrivati sbarcando dall’Asia, dall’Indonesia.
“Caro Djarium”, dicono ora i tifosi comaschi, infinitamente grati al gruppo degli Hartono (capitale stimato in 50 milardi di dollari) che nella società calcistica hanno investito oltre 400 milioni di euro, di cui 100 all’ultimo mercato. Piccolo è bello, è un dato di fatto parlando del Como Calcio, ma è anche vero che di provinciale qui c’è rimasto solo il bacino d’utenza e uno score che non l’ha mai visto entrare nella top five del calcio che conta. Il miglior piazzamento dei lariani risale al 6° posto della stagione 1949-’50, e allora il primo record che il “mago Cesc” dovrà infrangere sarà proprio quello. Riuscire ad eguagliarlo significherebbe entrare in Europa, ma dalla porticina della Conference League, mentre qui nella sala dei bottoni del nipotino di tacalabala Helenio Herrera si pensa e si sogna in grande: l’accesso alla Champions.
L’accostamento ad H.H. fino ad ora lo avevamo concesso solo a mister triplete Josè Mourinho, che non a caso per la sua scalata da “tituli man” era partito trent’anni fa da Barcellona come interprete, e poi analista e viceallenatore di sir Bobby Robson. Le strade dello Special One e quelle dell’Homo Fàbregas si sono inevitabilmente incrociate nella stagione 2014-2015 quando Mourinho tornò a guidare il Chelsea e assieme all’allora metronomo di centrocampo vinsero la Premier League e la League Cup. «Josè è un allenatore fantastico nella gestione dei calciatori», ha detto riconoscente l’ex allievo, il quale nel suo lungo apprendistato già da “allenatore in campo” può vantare di aver frequentato quasi tutte le migliori scuole tecniche europee del nuovo millennio. Un mister giovane, appena 38anni, ma prurilaureato avendo militato, da protagonista assoluto, nei quattro dei cinque maggiori Paesi del calcio mondiale: Inghilterra, Spagna, Francia e Italia. Alle sirene della Bundesliga, (la scorsa estate ha rifiutato il Bayer Leverkusen) ha resistito e preferito restare per far arrivare tedeschi e frotte di turisti-tifosi nel villaggio lariano della fantasia al potere, dove la partita è un’esperienza, anche per le star di Hoolywood, ospiti fisse dalla Hartono production . L’assioma “grande calciatore-grande allenatore”, spesso è stato annullato o malamente tradito, ma nel suo caso invece è una lieta conferma. Però, per comprendere il talento di bordo campo di oggi, bisogna risalire al craque di ieri, quando dal Matarò, a 10 anni, il piccolo Cesc entrò di diritto nella cantera blaugrana. A 14 anni era già il gioiello più prezioso della Masia, un ragazzino prodigio che conciliava alla perfezione calcio e studio, secondo la volontà imposta del padre e una promessa fatta alla madre che lo voleva «prima dottore e poi calciatore». Così mentre avviava la scalata al ranking dei migliori centrocampisti del mondo, Fàbregas continuava a sostenere esami per poi laurearsi in Economia. Promessa mantenuta da una promessa del calcio che ha avuto un solo momento di incertezza nel suo cammino, ed è stato quando i genitori si sono separati. Provvidenziale in quei giorni bui dell’adolescenza fu l’incontro con il suo idolo, Pep Guardiola, il quale venuto a sapere dell’improvviso stop psicologico del giovane Cesc andò a conoscerlo portandogli in dono la sua maglia che gli consegnò con un abbraccio e una profezia: «Tu sarai il futuro numero 4 del Barça».
Quella maglia l’avrebbe indossata in onore del Pep ma non era blaugrana, bensì la casacca biancorossa dell’Arsenal di Arsene Wenger, il suo primo vero maestro di vita e di strategia. Al Barcellona sarebbe stato il terzo incomodo lì tra il duo meraviglia Xavi e Iniesta, e così a 16 anni comprende al volo che è meglio fare le valigie. Lascia la Masia e vola a Londra. A 17 anni è titolare nei Gunners con cui resta in sala regia per 8 stagioni in cui si toglie molte soddisfazioni personali, compreso andare in doppia cifra (15 gol segnati nella stagione 2009-2010) ma non gli riesce l’assalto vincente alla Premier League. Si consola ampiamente con le “Furie Rosse”, la nazionale spagnola in cui debutta nel 2006, convocato dal ct Luis Aragonés. Con la Spagna, dal 2008 va alla conquista dell’Europeo per due volte di fila (2008-2012) e chiude con la vittoria del Mondiale di Sudafrica 2010, dove nella finale con l’Olanda è suo l’assist del gol vincente di Iniesta. Mandare in gol i compagni, studiare le geometrie più efficaci, l’occupazione degli spazi in campo, erano già le idee fisse e i segni premonitori di una vocazione da saggio della modulistica. Fàbregas ascolta e impara da tutti i cattedratici della panchina incontrati dopo Wenger. E quando Guardiola lo manda a chiamare per tornare a “casa” non ci pensa due volte a rimettere la camiceta del Barcellona che è stata la sua seconda pelle da ragazzo. Al debutto, subentra nella finale di Supercoppa spagnola vinta contro il Real Madrid di Mourinho. L’altro pigmalione che concluso il triennio con master in guardiolismo (filosofia del tiki-taka), lo vuole a tutti i costi al Chelsea che per averlo sborsa la bellezza di 33 milioni di euro. «Mourinho è il miglior mentalista che abbia conosciuto», ribadisce ammirato. Ma via Mourinho, al Chelsea arriva Antonio Conte che lo mette in discussione. «Conte non mi vedeva titolare, ma appena ho avuto l’occasione ho giocato e non sono più tornato in panchina. È stata una grande lezione, il lavoro sodo che ti porta a dimostrare che sei ancora il migliore per quel ruolo lo devo ad Antonio Conte». Con “FantAntonio” vince una seconda Premier e in panchina torna a sedersi solo quando i Blues vengono affidati all’alchemico Maurizio Sarri che ne decreta il fine corsa. Le parentesi finali, al Monaco e la chiusura in B con il Como, sono quelle del fuoriclasse ormai fiaccato nel fisico dalle mille battaglie in campo, ma è anche un Cesc sempre più forte mentalmente e con un progetto in testa pronto per essere realizzato.
Dalla tesi di Coverciano dove ha preso la sua “seconda laurea”, il patentino Uefa, alla costruzione della “squadra ideale”, il Como, è stato un guizzo del suo Martin Baturina. Con Jean Butez, il portiere dal rilancio di piede millimetrico, la regia essenziale di Perrone (un Fàbregas 3.0), fino alle fantasie del divin Nico Paz e del dribblante Lucas Da Cunha, Fàbregas sta emulando tutti quei tattici nucleari che ha incontrato nel suo apprendistato. Ringrazia l’Italia, perché a cominciare dalla pratica del «ti vengono a prendere alto, costringendoti al confronto uomo a uomo», gli sta insegnando quel che serviva a completare il suo pensiero forte fondato sul «controllo costante del gioco». Ogni talento (e sono tanti) dello scacchiere di Fàbregas deve stare disciplinatamente nella sua casella di appartenenza, con la consapevolezza di abbandonarla per tornarci rapido, ma mai in maniera automatica, perché li ha avvertiti fin dal primo allenamento: «Non amo il giocatore robot, anche perché il calciatore, anche quello giovane e meno esperto, ti osserva, ti analizza. Io do tutte le informazioni necessarie ai miei calciatori, ma poi loro, da soli, devono capire a trovare la giocata diversa che è poi la migliore».
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