Le bandiere e gli atleti mescolati: all'Arena di Verona abbiamo visto lo spettacolo della pace

Dallo sport come moltiplicatore di nazionalismi, intuito già a fine Ottocento, al sogno olimpico di mescolanza e fraternità che prende forma nelle cerimonie di chiusura. Milano-Cortina rilancia la sfida dei Giochi: diventare uno spazio di cosmopolitismo
February 23, 2026
La sfilata degli atleti durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi
La sfilata degli atleti durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi
Era il 1896, prima edizione dei Giochi Olimpici moderni, e già allora Charles Maurras, fondatore del movimento politico di estrema destra, di ispirazione monarchica e nazionalista, Action Française, comprese e predisse che lo sport internazionale si sarebbe prestato a fini nazionalistici e sciovinisti. Sebbene Maurras in passato fosse stato un fiero oppositore dei Giochi Olimpici e dell’internazionalizzazione degli sport, ritenendo che il loro cosmopolitismo avrebbe finito per uccidere le patrie, dopo aver assistito personalmente ai Giochi di Atene, cambiò idea. Tornato dalla Grecia scrisse: «Ben lontano da spegnere le passioni patriottiche, tutto questo falso cosmopolitismo da stadio non fa altro che esasperarle. E io certamente non me ne lamento. Le madrepatrie non sono state distrutte. La guerra non è morta».gliIn effetti la previsione fu azzeccata: lo sport senza dubbio divenne acceleratore di nazionalismi e strumento di propaganda. Il 1936 rappresentò il culmine di quel processo, con entrambi i Giochi Olimpici organizzati dalla Germania nazista, a febbraio quelli invernali a Garmisch-Partenkirchen, ad agosto quelli estivi a Berlino. Traccia di quell’impulso nazionalista è ancora oggi ben rappresentato nella cerimonia di apertura di ogni cerimonia dei Giochi: il protocollo immutabile, la sfilata delle nazioni dietro la propria bandiera, i giuramenti solenni, il rituale ben scandito. Più o meno politicizzata che sia (ricorderete quanto si discusse dopo quella di Parigi 2024) ogni cerimonia di apertura rimane espressione di quella vocazione nazionalistica che poi trova sublimazione nelle giornate di gare con le premiazioni, gli inni, le bandiere che salgono sui pennoni. Nel caso dei Giochi di Milano-Cortina l’ultima giornata di gara ha vissuto un momento estremamente sensibile dal punto di vista geopolitico, con la finale del torneo di hockey su ghiaccio fra USA e Canada, in un momento tutt’altro che banale dal punto di vista dei rapporti fra i due Paesi. Eppure, lì all’Arena Santa Giulia stracolma di tifosi canadesi, ma con una robusta presenza di fan a stelle e strisce, nonostante una partita tiratissima e decisa all’overtime, il clima è stato gioioso, senza la minima percezione di tensione fra le tifoserie.  Un bell’incipit per la cerimonia di chiusura che sarebbe dopo poche ore andata in scena all’Arena di Verona e che, da settanta anni esatti, rappresenta il senso più alto di cosmopolitismo che lo sport possa rappresentare.
La modalità esecutiva della cerimonia di chiusura che abbiamo visto domenica, che elimina le distanze, che fa sì che le bandiere escano tutte insieme, che gli atleti sfilino mescolati fra di loro in un tripudio di colori, nacque infatti ai Giochi di Melbourne del 1956 grazie all’intuizione di un diciassettenne apprendista carpentiere, John Ian Wing, che scrisse in forma anonima al comitato organizzatore proponendo che, almeno durante la cerimonia finale, gli atleti di ogni etnia, nazionalità e religione potessero sfilare insieme senza divisioni, confondendosi l’uno con l’altro come membri di un’unica grande nazione, accantonando le tensioni politiche e offrendo al mondo un segnale di pace, armonia e buona volontà. Il messaggio cosmopolita è emerso, forte e chiaro, anche della cerimonia ospitata all’Arena di Verona. «La fiamma olimpica oggi si spegne, ma resta viva dentro ciascuno di noi» ha detto la Presidente del CIO, Kirsty Coventry. Speriamo sia davvero così, nonostante le tante contraddizioni prima, durante e anche dopo, pensando alla recente decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di riammettere gli atleti russi e bielorussi con la propria bandiera ai Giochi Paralimpici che inizieranno il prossimo 6 marzo. Nel frattempo, faccio mia una bellissima proposta dell’ex sindaco di Messina, Renato Accorinti, insegnante di educazione fisica e fondatore, presidente e allenatore della «Società Polisportiva Movimento Nonviolento» di Messina, che ha recentemente proposto al CIO di modificare il giuramento dell’atleta, quello che viene recitato proprio nella cerimonia di apertura di ogni edizione dei Giochi. Oggi, il giuramento recita: «Promettiamo di prendere parte a questi Giochi Olimpici rispettando le regole e nello spirito del fair play. Ci impegniamo a praticare lo sport senza doping e imbrogli, per la gloria dello sport, per l'onore delle nostre squadre ed in rispetto dei Principi Fondamentali dell'Olimpismo.» Basterebbe sostituire quel punto con una virgola e aggiungere proprio al fondo, dice Accorinti, una frase tanto semplice quanto rivoluzionaria: «Per rendere il mondo un posto migliore attraverso lo sport, ripudiando la guerra e scegliendo di essere costruttori di pace».

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