I migliori algoritmi 
della nostra vita (sportiva)

Dalla gestione del “carico interno” all’uso dell’intelligenza artificiale, le discipline moderne trasformano la prevenzione degli infortuni in scienza esatta
February 26, 2026
I migliori algoritmi 
della nostra vita (sportiva)
Tennis, il movimento del servizio: una combinazione di forza, tecnica e concentrazione/Unsplash
Nel tennis di oggi l’infortunio non è più soltanto una sfortuna e quando si sa già come gestirlo. Sempre più spesso è un dato che in qualche modo “si annuncia”. Una spalla che si irrigidisce, un sonno che cala, un’accelerazione in meno, una frequenza cardiaca che resta alta quando dovrebbe scendere. Alle scorse Atp Finals andate in scena a novembre a Torino si è capito come il tennis stia diventando uno sport sempre più “mentale” anche perché l’informatica, ormai, non guarda solo la palla: guarda l’atleta mentre la colpisce. E qui sta la svolta: psicologia e tecnologia non servono solo a migliorare la prestazione. Servono a prolungarla. A rendere l’agonismo una questione di sostenibilità, non di eroismo. Anche per questo, ma non solo per questo, le carriere si sono allungante. Agli Australian Open vedere al terzo turno del tabellone principali, dopo due vittorie in rimonta, Stan Wawrinka a 41 anni e soprattutto Novak Djokovic in finale a 38, ormai, deve stupire fino ad un certo punto.
La prevenzione moderna, infatti, nasce da un incrocio semplice e rivoluzionario: carico esterno e carico interno. Il primo è ciò che fai (distanze, accelerazioni, frenate, cambi di direzione, volume e intensità di lavoro). Il secondo è ciò che ti succede mentre lo fai (stress, recupero, sonno, percezione della fatica, variabili fisiologiche). Quando queste due curve si allontanano troppo — quando il corpo “dice” che non sta recuperando quello che la tabella gli chiede — aumenta il rischio di rottura, non solo fisica ma anche psicologica. La letteratura scientifica più recente, che mappa l’uso dei wearable (i cosiddetti rilevatori elettronici) nello sport, mostra proprio questo: sensori e piattaforme servono a adattare l’allenamento e a intercettare segnali precoci prima che diventino stop. Carlos Alcaraz in Australia ha provato ad usarne uno in gara, ma gli è stato fatto togliere. Nel tennis, tuttavia, la rivoluzione è meno vistosa che nel calcio, ma sta diventando concreta. Uno studio in condizioni reali ha monitorato carico quotidiano e recupero di giocatori attraverso un dispositivo indossabile (misure inerziali e pulsazioni), con un obiettivo pratico: dare a coach e atleta indicazioni per modulare lavoro e riposo. È la logica del “non arrivare al limite”: non allenarsi di meno, ma allenarsi meglio, evitando quegli accumuli di fatica che spesso si pagano con un muscolo che salta o con un tendine che si infiamma.
E qui rientra in gioco ancora la psicologia, che non è un capitolo a parte: è il collante. Perché i dati, se non diventano linguaggio condiviso, restano rumore e posso come in fisica creare “un’interferenza distruttiva”. Gli psicologi dello sport lo hanno spiegato in modo quasi clinico: la forza mentale è anche capacità di scegliere in modo efficace e ripetibile. Ma questa “efficacia” non riguarda solo il punto: riguarda l’intero sistema atleta. Uno stress cronico abbassa la qualità del sonno, altera recupero e rigidità, cambia i pattern motori. In altre parole: la mente può diventare un acceleratore invisibile del rischio fisico. Ecco perché, paradossalmente, la tecnologia può aiutare anche la mente: oggettiva, mette a terra l’ansia. Trasforma il “mi sento” in “il corpo oggi sta dicendo questo”. E là dove non arriva la tecnologia arrivano le regole. È ancora il tennis ad insegnare: sempre in Australia al superamento di una certa temperatura atmosferica, scattava, per la salute degli atleti, ma anche del pubblico, uno stop all’incontro.
E il passo ulteriore è l’intelligenza artificiale, che non sostituisce l’intuizione dello staff ma prova a scovare correlazioni che l’occhio umano fatica a vedere nel tempo: micro-cali di freschezza, sequenze di carichi ad alta intensità, combinazioni di fattori che anticipano il non-contact injury (l’infortunio senza contatto). Nel calcio, per esempio, studi basati su machine learning e variabili di carico fisiologico-meccanico hanno proprio l’obiettivo di stimare il rischio di infortuni muscolari non da contatto. Non è una “palla di vetro” ovviamente: la previsione in medicina sportiva resta probabilistica, piena di falsi positivi e falsi negativi. Però cambia la cultura: si passa dall’idea di riparare un danno all’idea di governare un rischio.
Altri sport sono già più avanti. In NBA, l’uso di sensori e tecnologie di analisi del movimento è entrato nel dibattito ufficiale come strumento per aumentare la “player availability”: capire carichi, impatti, appoggi, angoli di taglio e stress su caviglie e ginocchia. Anche qui, la promessa è la stessa: non rendere l’atleta invulnerabile, ma ridurre gli shock e gestire la fatica.
Il tennis, intanto, sta vivendo una contraddizione che è quasi narrativa. Da una parte, i giocatori di vertice usano sempre di più dispositivi di monitoraggio e piattaforme di performance. Dall’altra, proprio agli Australian Open 2026, come già accennato con il caso Alcaraz, è esplosa la polemica sui fitness tracker al polso: diversi top player — e Sabalenka in testa — hanno dovuto rimuoverli perché gli Slam non li consentono in partita, pur essendo diffusi nel circuito e approvati dall’ITF. È una frizione che racconta il presente: lo sport vuole dati, ma non ha ancora deciso fino a che punto farli entrare nel rito pubblico della competizione.
Alla fine, però, il punto non è tecnologico: è antropologico. La longevità agonistica è diventata la nuova frontiera della performance. Non basta “picchiare” più forte, correre di più, spingere oltre. Serve una gestione intelligente del corpo e della mente, una medicina sempre più personalizzata, una prevenzione fatta di micro-scelte quotidiane. Il “tennista perfetto” non è quello che non sbaglia mai. È quello che sbaglia meno anche con se stesso: che non ignora i segnali, che non scambia la fatica per valore morale, che accetta l’idea più moderna e più difficile nello sport contemporaneo: durare è un gesto tecnico. E ormai anche scientifico.

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