Il Tribunale di Milano pronto a bloccare la produzione a caldo nell'ex Ilva: salute in pericolo
di Cinzia Arena
Un decreto accoglie le richieste dell'associazione "Genitori Tarantini": saranno necessarie delle modifiche all'ultima Aia presentata l'anno scorso

Sei mesi di tempo per limitare le emissioni inquinanti o la produzione di acciaio a caldo nello stabilimento dell’ex Ilva a Taranto si dovrà fermare. È il Tribunale civile di Milano a mettere una nuova pesante incognita sul futuro dell’acciaieria più grande d’Europa proprio mentre è in corso l’ennesima trattativa per la vendita al fondo americano Flacks. Il decreto emesso dalla sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale milanese ha indicato come data di sospensione della produzione il 24 agosto in virtù di “rischi attuali di pregiudizi alla salute”. Al momento non si tratta di un decreto esecutivo ma lo diventerà solo, cosa improbabile, non venisse impugnato da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Il presidente del Tribunale Fabio Roia e il presidente della Sezione Angelo Mambriani hanno spiegato che si tratta di un procedimento “per inibitoria” presentato da undici cittadini tra i quali un bambino aderenti all’associazione “Genitori Tarantini” che ha come effetto quello di «disapplicare parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva», vale a dire l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale 2025) con riferimento ad alcune prescrizioni specifiche che riguardano le emissioni di polveri sottili e di gas. Il decreto, emesso a tutela dei ricorrenti e dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi all’ex Ilva, anche «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea» del 25 giugno 2024.,I ricorrenti hanno chiesto la «cessazione delle attività dell’area a caldo» dell’acciaieria, la «chiusura delle cokerie, l’interruzione dell’attività dell’area a caldo fino all’attuazione delle prescrizioni» dell’Aia e la «predisposizione di un piano industriale che preveda l’abbattimento delle emissioni di gas serra di almeno il 50%».
In realtà gli impianti a caldo sono sotto-sequestro preventivo dal 2012, ma con facoltà d’uso, per via dell’inchiesta “Ambiente svenduto” che ha fatto luce sulla gestione della famiglia Riva, accusata di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Nei giorni scorsi il Tribunale di Potenza ha rinviato a giudizio 21 imputati. Nel corso degli anni diversi decreti “salva-Ilva” hanno consentito la prosecuzione dell’attività. Sequestrata è anche la parte del convertitore 3 dell’acciaieria 2 teatro lo scorso gennaio di un incidente mortale sul lavoro, costato la vita all’operaio Claudio Salamida. Inoltre, l’altoforno 1 è sequestrato senza facoltà d’uso a causa di un incendio avvenuto lo scorso maggio. Infine, la stessa Aia del 2025 di cui il Tribunale di Milano ha chiesto l’integrazione, è stata impugnata da alcune associazioni ambientaliste al Tar di Lecce.
«In un Paese democratico l’intero esecutivo darebbe le dimissioni, dopo una così misera figura, dettata da interessi alieni al benessere dei cittadini» ha dichiarato l’associazione Genitori Tarantini contestando il fatto che l’esecutivo abbia approvato l’Aia, definendola totalmente aderente alla sentenza della Corte di Giustizia Ue che invece, interpellata sull’argomento, ha ben specificato i limiti entro i quali muoversi per produrre pericolo per la salute dei cittadini.
Forte preoccupazione sia sul negoziato in corso con il fondo americano Flacks per la vendita che sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla commissione Ue sino a un massimo di 390 milioni, viene espressa da fonti vicine al dossier. Bisognerà anzitutto capire le reazioni degli americani, con i quali si sta trattando la vendita in esclusiva, si teme che possano defilarsi (come hanno fatto gli azeri di Baki Steel) di fronte ad un quadro mutato ed ad una riscrittura di alcune prescrizioni Aia che avrà un impatto economico non indifferente e pone limiti più severi alla produzione.
Mobilitati su più fronti i sindacati. A livello regionale chiedono l’istituzione di un tavolo permanente in Regione sull’amianto, questione non solo del passato ma emergenza sanitaria attuale», con particolare riferimento ai lavoratori ex Ilva. A livello nazionale in assenza di dialogo con il governo i confederali si sono autoconvocati a palazzo Chigi il prossimo 9 marzo. I segretari generali di Fim, Fiom Uilm vogliono conoscere il futuro della più grande azienda siderurgica italiana e il destino di 20mila lavoratori. «Ad, oggi, siamo ancora fermi al cosiddetto “Piano corto” che non prevede alcuna prospettiva oltre il prossimo mese di marzo» mentre dal governo «è arrivata esclusivamente la convocazione per proroga della cassa integrazione, atto dovuto per legge per 4.550 lavoratori, oltre ai circa 1.500 in Ilva in As ed alle migliaia di lavoratori del sistema degli appalti». Per il segretario generale della Fim-Cisl Ferdinando Uliano il decreto è «un ulteriore elemento di complicazione che non aiuta» ad affrontare il tema delle prospettive produttive. Nessun commento dall’azienda che si è limitata ieri a comunicare, «nel rispetto del cronoprogramma definito» la fermata temporanea dell’Altoforno 4 che riprenderà a funzionare il prossimo 30 aprile. La produzione al momento è limitata all’Altoforno 2 che dopo due anni di fermo per interventi di ripristino è stato riattivato nei giorni scorsi. Smentito lo sgombero preventivo dell’Acciaieria 2 a causa di una fuoriuscita di azoto da una conduttura che era stato denunciato sempre dai sindacati. Per il sindaco di Taranto Piero Bitetti non ci saranno ripercussioni né sulla vendita né sul piano di decarbonizzazione, di certo si dovrà intervenire sull’Aia per introdurre nuove tutele. «Noi la scorsa estate, votammo in modo non favorevole proponendo delle integrazioni che non furono inserite nel provvedimento finale che riguardavano la salute della popolazione». Adesso saranno obbligatorie.
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