Castrogiovanni: «La meta in carrozzina del rugby azzurro»
L’ex pilone dell’Italia promotore della partita in programma sabato a Roma per lanciare la versione paralimpica della palla ovale

No, la palla non è ovale ma rotonda. Sì, anche qui si può placcare, ci sono veri autoscontri tra le carrozzine e si deve andare a segnare la meta. Il rugby in carrozzina è nato in Canada alla fine degli anni ‘70 ed è disciplina presente alle Paralimpiadi da Atlanta ‘96 come dimostrativo e poi effettivo da Sydney 2000. In Italia il tutto è sotto l’egida della Fispes, 10 squadre ufficiali nel campionato e oltre un centinaio di persone i praticanti. Chi vorrà vedere qualcosa di spettacolare può andare questo sabato mattina 7 marzo al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano a Roma, in scena il Wheelchair Rugby Challenge, alla regia niente meno che il pilone, ex azzurro (anche se nel rugby non si è mai ex), Martin Castrogiovanni, fisico imponente, cattiveria da vendere in campo, ma un cuore d’oro. C’è lui e la sua Rugby Castro Academy per questo evento dimostrativo che culminerà alle ore 13 con un match Ex Azzurri contro Wheelchair Rugby All Star.
Un gran bel modo per attendere il match dell’Olimpico delle 17.40, quarta giornata del 6 Nazioni tra Italia e Inghilterra. Martin si è avvicinato qualche anno fa al rugby in carrozzina: «Tento di copiare bene ciò che fa alla grande la mia splendida amica Bebe Vio con la sua Academy. Lei è multisport, dalla scherma o basket in carrozzina al sitting volley, l’atletica paralimpica e altro. Alle 12 sabato ci sarà anche lei al Palazzetto. Io mi limito al mio grande amore, al rugby. È iniziato tutto quattro anni fa con i Romanes, ma ora arrivano ragazzi un po’ da tutta Italia, stiamo cercando di dare visibilità e sviluppo a questo sport paralimpico davvero troppo poco conosciuto. Facciamo incontri internazionali con una squadra a inviti come fanno con i Barbarians nel rugby vero. Così respira aria internazionale anche chi non fa parte della nazionale».
Il pensiero è anche per i bambini e ragazzi normodotati che frequentano il suo Rugby Camp d’estate: «Crediamo che per imparare qualcosa bisogna viverla, nella vita come in campo. Il modo migliore per insegnare ai bambini che la disabilità non è inabilità è farli salire su una sedia a rotelle. Sono 240 ragazzi ogni settimana, gli facciamo fare allenamenti di Wheelchair Rugby, imparano che questo è uno sport vero e la percezione che hanno della disabilità cambia totalmente. Cerchiamo di creare uomini del futuro, non solo giocatori di rugby».
Il pensiero va subito alle ore 13 di sabato mattina: «Sarà una partita esibizione con tanti amici che hanno condiviso con me aspre battaglie sui campi da rugby di tutto il mondo e ora mi sono vicini per questo mio sogno. A giocare sulla carrozzina insieme a me ci saranno amici come Sergio Parisse, Gonzalo Canale, Fabio Ongaro, Valerio Bernabò, Leonardo Ghilardini, Santiago Dellapè e altri. Dopo andremo tutti insieme allo stadio Olimpico». Compagni di nazionale, avversari nei club, amici per sempre: «Vorrei che tutti i ragazzi disabili possano un giorno vivere lo sport come l’ho vissuto io, che possano avere uno standard alto dello sport. In Italia abbiamo tantissimi disabili ma in pochi fanno sport, bisogna promuovere il movimento paralimpico in generale. Il bello del rugby in carrozzina è che non c’è una età per finire, si può sempre fare e non sei solo. Hai la squadra, nuovi compagni. La maggior parte dei ragazzi sono diventati disabili nella vita magari per incidenti vari, questo o altri sport possono aiutare a uscire dalla depressione, dalla solitudine, può essere un gran bel motivo per ripartire, per andare avanti».
Rugby è la parola magica, con i suoi leggendari principi che valgono anche se devi segnare una meta in un campo di 28 metri di un palazzetto dello sport: «Credo che il rugby in carrozzina abbia una marcia in più rispetto a tante discipline paralimpiche, bisogna sacrificarsi per i compagni per andare in meta, bisogna dare sostegno e questo lo fai solo se si crea amicizia e unione di squadra. È una disciplina inclusiva perché il team è di 12 persone, in campo si va in 4 per volta e non bisogna superare mai gli 8 punti di disabilità. Ci sono delle tabelle, chi ha più menomazioni ha il punteggio più basso, si va da 4 fino a 1. Se in campo c’è chi ha 4, le altre tre persone devono essere fortemente disabili per poter rientrare nel regolamento. È davvero inclusivo così. Ma al di là dei tecnicismi, voglio solo dare il massimo affinché quante più persone possibili possano fare sport come ho potuto farlo io».
Castrogiovanni nel pomeriggio sarà anche commentatore per Sky Sport del match contro l’Inghilterra: «Lo dico da indipendente, non sono in nessun club e con alcun ruolo nella Federazione: credo che questa sia l’Italia più bella degli ultimi venticinque anni. Il coach Gonzalo Quesada sta creando grande identità, stiamo cambiando pelle, con la mischia siamo forti da sempre, ora siamo eccezionali davvero e anche con i trequarti siamo di altissimo livello. I frutti di tanto lavoro stanno arrivando, la Francia è vero ha vinto nell’ultimo match ma non ha certo giocato come aveva fatto con l’Irlanda o con il Galles che ha battuto con 54 punti. Siamo forti nei punti d’incontro che da sempre sono fondamentali nel gioco, migliorati in touche e i ragazzi si prendono le loro responsabilità. Siamo cresciuti nella mentalità, prima se prendevamo due mete crollavamo, ora reagiamo. Bisogna dare continuità a questo progetto di Quesada, non ci si fermi dopo soli quattro anni, bisogna allungare almeno a otto anni, diamo fiducia». Continuità, fiducia, responsabilità, mentalità vincente. Termini validi anche per il rugby in carrozzina.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






