Alessandro Bergonzoni in scena «per scavare in alto»

L’artista è in tour con lo spettacolo “Arrivano i dunque” in cui, col suo linguaggio surreale, mette stavolta in guardia dal baratro della disumanizzazione
March 4, 2026
Alessandro Bergonzoni in scena «per scavare in alto»
Alessandro Bergonzoni all’Auditorium Parco della Musica di Roma con “Arrivano i dunque” / MUSA Fondazione Musica per Roma
L’uomo dell’abracadabra, ovvero che crea parlando (secondo l’accezione etimologica aramaica), che ha fatto “voto di vastità”, che non ha “nessun dogma”, che non dà ordini ma disordini, che ribalta i comandamenti in “domandamenti” e l’ahimé in “hai me”, che ha invitato a “rifarsi il senno” e stigmatizzato in tempi non sospetti la tv quale “mezzo di distrazione di massa”, che più che la certezza della pena gli fa “pena la certezza”, insomma Alessandro Bergonzoni, non si smentisce neanche stavolta e alza l’asticella creando un’asta dei pensieri in cerca del «miglior (s)offerente per mettere all’incanto il verso delle cose: magari d’uccello o di poeta». E soprattutto tira le somme invitando alla sommità («Credo nel corpo-mente-spirito, non nel corpo che mente allo spirito») e chiamando in causa le congiunzioni per esternare la non più procrastinabile urgenza di congiungimento ed elevazione.
Arrivano i dunque (sua la regia insieme a Riccardo Rodolfi) è infatti il titolo del suo ultimo spettacolo che ha fatto tappa all’Auditorium Parco della Musica di Roma e chiuderà la tournée al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 26 al 31 maggio. I “dunque” in arrivo, o già presenti e urgenti, non sono però entità grammaticali astratte ma ineludibili concreti fomiti. Mettono in guardia dal “genio-cidio”, l’uccisione della parte geniale e artistica da tempo in atto e che viene prima del genocidio, invitano ad abbracciare “l’indimostrabiliante” («non lo dimostri ma è strabiliante»), esortano l’uomo a “scarnarsi e divinizzarsi”, a congiungere il divino all’arte annullando la distanza fra l’artista e la divinità, “Dalì - Allah”, e lanciano, infine, una “pro-vocazione” per provare a diventare l’altro. Ovviamente chi si è fatto trascinare negli anni dai bergonzoniani flussi creativi pungenti e pungolanti, densi e travolgenti, polisemici e poliedrici (da Madornale a Nel, da Urge a Trascendi e Sali) sa benissimo che se ne esce sempre frastornati ed esilarati (un esempio comico e arguto: «Scrive Joyce: per diventare fiume bisogna fare un corso d’acqua?») e stavolta è lo stesso Bergonzoni a chiedere esplicitamente l’ilarità senza rinunciare all’immancabile calembour: «Sbellichiamoci, cioè smettiamo di fare la guerra, e ridiamo a crepapelle!». L’artista emiliano continua a rappresentare dunque il funambolo della paronomasia, la pietra miliare e filosofale del pensiero creativo, l’alchimista verbale e ideale, il corto circuito delle sinapsi che si verifica senza soluzione di continuità anche in occasione dell’intervista in cui subito chiediamo lumi sul suo neologismo più recente che trasforma le norme in qualcosa di enorme: la “crealtà”.
Vogliamo spiegare che cosa è questa realtà aumentata con una “c”?
«La “crealtà” è l’invenzione che devi fare di un effettivo che non c’è, senza dimenticare quello che c’è, quindi non dici io vivo là, il mio sogno, il luogo dove io mi perdo. La “crealtà” viene appoggiata sulla realtà e ne forma un’altra, è una de-formazione, è una ri-creazione; molti la intendono come divertimento, merenda, ci si nutre di qualcos’altro, è fondamentale per non accettare una dimensione sola e per raggiungere una grande meta che è la meta-morfosi».
Cavalcando un altro suo vecchio neologismo si può dire che per poter vivere pienamente questa “crealtà” c’è bisogno di un “granme”?
«Se per “granme” si intende un ego smisurato no, io direi un altro me, un oltre me, infatti io mi definisco un “altrista” perché non riesco a lavorare senza gli altri, con gli altri e per gli altri e il teatro per me ormai è te-altro, te altro da te, te e l’altro. E arrivo al tema fondamentale dell’immedesimazione, io divento te, tu diventi me. Ovviamente l’immedesimazione richiede il lavoro urgente del cambio dell’umanità in sovrumanità. Tutti oggi dicono torniamo umani, il problema invece è che questo che vediamo, subiamo, ci connota e ci ferisce è già umano, disumano, subumano, è una condizione terminata, sterminata. Dobbiamo vedere la bomba atomica? È già scoppiata. Ho il terrore della parola pace perché ormai è infantile, nessuno ci crede più. Io la voglio chiamare “ra” che è la fine della guer-ra, voglio vivere la “ra”. Finché si fanno delle leggi definite “anti-Gandhi” ho un ottavo senso che mi si apre, il senso di nausea. Allora a questo punto la sovrumanità è richiesta. Tutti dicono “ho fatto il possibile”, non ci siamo ancora accorti che è proprio quello il problema: bisogna fare ormai l’impossibile, il sovrumano, bisogna dare la precedenza a chi viene dall’alto. Negli incroci delle razze dove ci sono neri, bianchi, gialli, marroni a chi do la precedenza? A chi viene da destra? Da sinistra? No, a chi viene dall’alto».
Si può definire un continuo invito a tendere verso il trascendente?
«Sì, ma l’elevazione non è un concetto di superiorità, è un cercare la grandezza, non dobbiamo vivere nell’epoca dell’immagine ma dell’immagina, il cambiamento deve essere ultra-televisivo, ultra-video, ultra-social che sono i mezzi di vera devastazione».
In Arrivano i dunque c’è anche la “congiungi-vite”, altra parola nuova che evoca l’ancestrale tema della comunione di gioie e dolori da cui scaturisce una domanda: per capire qualcosa di più del senso della nostra vita non dovremmo ricominciare a frequentare di più “sorella morte”?
«Assolutamente sì. Ci vuole uno shock pre-traumatico, cioè prima di soffrire di una certa cosa, prima di sapere che morirò devo vivere come se questo giorno fosse l’ultimo, devo sapere che c’è l’arto fantasma, che c’è una persona che quegli arti non ce li ha più, entrare in quella dimensione lì, è una ricerca. Io lo so che qualcuno dice “sì, ma così si rischia la pazzia”. Bene, ma quale pazzia? La uno o la due? La uno è la condizione in cui siamo: siamo solo noi, mio figlio sta bene, i soldi ce li ho, la salute ce l’ho. Siamo dei deglutitori, digeriamo tutto, abbiamo digerito 60 mila, 80mila morti, che una nazione può attaccarne un’altra, qualsiasi cosa mandiamo giù. E questa è la pazzia numero uno. Io la due me la rischierei».
Il concetto di “re-migrazione” è, citando lo spettacolo, figlio di un Occidente che diventa “Uccidente”?
«Non immaginavo si arrivasse a concepire questa parola dopo le torture estreme che abbiamo inferto a quei popoli in tre modalità: la prima, aver posto le condizioni per la disperazione col colonialismo e i nostri bisogni di crivellare e prosciugare i territori; la seconda, gli neghiamo quello che io chiamo “l’Erasmus culturale antropologico” che ai nostri figli permettiamo per andare in un altro posto per acculturarsi, per scoprire. Anzi abbiamo comprato in Libia dei centri di tortura dove ammazzano e stuprano delle ragazze che quando riescono poi ad arrivare qui ricevono la terza mazzata: vi riportiamo indietro».
Come vede il domani Alessandro Bergonzoni?
«Il domani degli umani sarebbe meraviglioso, incantevole se ci rendessimo conto che lavoriamo solo col 10% del nostro corpo spirituale lasciando inerte l’altro 90%. Abbiamo sedato i nostri sensori. Bisogna fare davvero un’operazione di speleologia, bisogna scavare in alto. Perché essere santi è un problema? Perché la santità deve essere ad appannaggio del prete, dell’eroe? Noi abbiamo un potenziale di santità che non è vivere con l’aureola. Mi è stato detto che la santità impaurisce, allontana, la gente dice “ah non è roba mia”. A forza di pensare che non è roba nostra c’è qualcun altro che ci ha derubato la roba nostra e sta facendo carneficina».

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