Le regole d'ingaggio per l'uso delle basi Usa in Italia, da Sigonella ad Aviano

Nell'ipotesi in cui gli americani pensassero di compiere un raid anti-iraniano dall'Italia, far transitare nella penisola uomini, armi o rifornimenti o farvi decollare un velivolo, dovrebbero informarne prima il Governo, attendendone il nulla osta,
March 4, 2026
Le regole d'ingaggio per l'uso delle basi Usa in Italia, da Sigonella ad Aviano
ANSA
Ha ripercussioni meta-regionali la guerra anti-iraniana israelo-statunitense. Protende i suoi torbidi perfino sull'Italia, spingendo il governo a puntellare presidi fisici e digitali di siti vulnerabili a ipotetiche ritorsioni persiane. Si stringono in fretta le maglie delle reti protettive intorno alle basi americane nella penisola, a partire da Sigonella, Aviano, Ghedi Torre, Pisa e La Spezia.
Sigonella è polo americano per antonomasia, sentinella del Mediterraneo e portaerei terrestre d'oltreatlantico. Pullula mediamente di 2mila uomini, fra militari e civili. Vi è usuale imbattersi in marines poliedrici, alcuni inquadrati in team di sicurezza antiterroristica, altri appartenenti a pacchetti per missioni di assistenza umanitaria, senza dimenticare il mantenimento della pace. Vi muove inoltre un'unità di risposta repentina alle crisi afro-mediorientali. Pur priva degli stormi di cacciabombardieri di Aviano o di bunker di stoccaggio di armi termonucleari, Sigonella è altrettanto strategica perché poligono di manovra di pattugliatori marittimi, cargo, convertiplani e droni, a lungo raggio d'azione e quota di tangenza perfetta per operazioni di sorveglianza. Un mix pronto all’uso, certo, ma con vincoli e paletti, validi per la decina di avamposti americani in Italia, inquadrati in un patto ultrasettantennale (1954), in accordi tecnici e in un memorandum di fine secolo scorso, argine alla hybris troppo spesso eccessiva dell'alleato d'oltreatlantico. Sebbene americani siano controllo e comando operativi di basi e snodi logistici loro concessi, il vertice politico è in pugno italiano.
Nell'ipotesi in cui gli americani pensassero di compiere un raid anti-iraniano dall'Italia, far transitare nella penisola uomini, armi o rifornimenti o farvi decollare un velivolo, dovrebbero informarne prima il Governo, attendendone il nulla osta, baluardo di una sovranità nazionale azionata già in passato, come nel 1973 e nel 1986. In punto di diritto le basi sono sottoposte a giurisdizione nazionale, non soggette a canoni di affitto né a limiti temporali. Ma non giovano al controllo parlamentare e all'occhio vigile dell'opinione pubblica il segreto intorno al 1954, anche se gli americani sono tenuti a usare e chiedere le basi solo se mossi da collaborazione nordatlantica o impegni interalleati. Operazioni esulanti da tali canoni presuppongono avallo non meno che complicità italiane e nella dinamica convulsivo-anomica dello scenario internazionale potrebbe essere ragionevole ripensare natura e cavicchi di patti convenzionali forse caduchi. Pure i memorandum tecnici, architrave di struttura e spiegamento di forze, possono essere revisionati, se richiesto da una delle parti.
Invero, le basi americane confliggono con l'articolo 11 della Costituzione se concesse per impieghi bellici esulanti dal capitolo 5 della carta delle Nazioni Unite o privi di mandati internazionali d'azione difensiva. In fondo, le alleanze mutano col tempo, cangianti e talvolta somiglianti a gabbie collidenti con gli interessi nazionali. In passato, paesi come la Spagna recedettero orgogliosamente da accordi bilaterali; anche il furore sovranista dell'era Charles de Gaulle ricorda polarizzazioni transatlantiche non meno accese di quelle odierne. Costituzionalisti italiani, esperti e diplomatici eclettici si espressero talvolta critici sulla natura delle basi italo-americane, vulnus alla sovranità e all'indipendenza tous azimuts, piegate alle esigenze di alcune operazioni a trazione americana.

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