Guerra in Iran: cosa si nasconde dietro "l'inazione" della Cina

La strada lungo la quale può agire Pechino è molto stretta. Escluso l'intervento militare diretto, Pechino ha "attrezzato" Teheran, a partire dal sistema di navigazione satellitare BeiDou-3
March 4, 2026
L'informazione cinese segue lo sviluppo della guerra in Iran
L'informazione cinese segue lo sviluppo della guerra in Iran/ Ansa
È la grande "assente" dal teatro di guerra mediorientale. Ma quella della Cina è una “inazione” reale o soltanto apparente? Come si muove o muoverà il gigante asiatico dopo che la guerra scatenata dagli Usa e da Israele in Iran minaccia di tracimare e comunque non sembra destinata a finire presto? In realtà la strada lungo la quale può agire Pechino (e agire le sue leve) è molto stretta. Un sentiero impervio, che impone delicati equilibrismi, disegnato dai principi stessi che guidano la (cauta) politica estera del gigante asiatico. L’alternativa d’altronde – l’intervento armato in sostegno di Teheran – significherebbe di fatto il precipitare della guerra in una dimensione mondiale. E mentre a Pechino si riunisce la Conferenza politica consultiva del popolo cinese (Cppcc), l'organo consultivo, e subito dopo l'Assemblea nazionale del popolo (Npc), c’è chi suggerisce che la guerra potrebbe aprire delle finestre di opportunità per la Cina. Come quella di presentarsi come un "agente" di ordine e di stabilità. Ma non basta: gli Usa ingaggiati nella guerra in Iran (e già “provati” dal flusso di armi all’Ucraina) necessariamente saranno meno presenti nell’Indo-Pacifico. Un vantaggio per il Dragone.
A Pechino non sfugge che Washington ha inanellato una serie di interventi armati che stanno colpendo la Cina in un campo nevralgico: la sicurezza energetica. Come scrive la Cnn“in rapida successione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha eliminato due dei più stretti alleati di Pechino: il presidente venezuelano Nicolás Maduro e la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei”. Una serie di scossoni che hanno terremotato quel che resta dell’ordine internazionale. E minacciano di introdurre ulteriori “iniezioni” di caos e disordine in un sistema già agonizzante. Come si legge su China Files, “come nel caso del Venezuela, destabilizzare un alleato di Pechino significa mettere in discussione contratti sovrani, crediti energetici, infrastrutture strategiche. In Venezuela la Cina ha investito decine di miliardi di dollari, con prestiti da ripagare in petrolio. L’erosione della sovranità di un partner non è solo un fatto politico: è un precedente giuridico. Se un cambio di regime sostenuto dall’esterno può rendere revocabili accordi firmati con governi precedenti, l’intera architettura della proiezione economica cinese – dalla Belt and Road Initiative ai corridoi energetici – diventa strutturalmente vulnerabile. Per questo, attaccare Teheran significa indirettamente colpire Pechino”.
Quali sono i contorni dei rapporti tra Iran e Cina? Pechino è stata un'ancora di salvezza per l'economia iraniana, colpita dalle sanzioni internazionali. Nel 2025, la Cina ha acquistato oltre l'80% del petrolio iraniano spedito, con uno sconto significativo, pari al 13,5% di tutto il petrolio importato dalla Cina via mare. I due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione strategica (non militare) della durata di 25 anni nel 2021. Non solo: Pechino ha “assorbito” l’Iran nei BRICS e nell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, offrendo a Teheran “protezione diplomatica, integrazione istituzionale, una cooperazione militare visibile e un impulso economico, il tutto senza oltrepassare il limite di uno scontro diretto che innescherebbe una guerra più ampia”. Ma non basta. Dalla Guerra dei 12 Giorni dello scorso anno, il gigante asiatico ha silenziosamente intensificato il suo supporto militare all'Iran. In particolare, come sottolineano gli analisti militari, ha sanato uno dei punti deboli più significativi del Paese. “Prima del 2026, l'Iran si affidava ampiamente al GPS controllato dall'Occidente per il puntamento di droni e missili balistici, una condizione che in seguito si è rivelata il tallone d'Achille dell'Iran. Mentre molti missili iraniani raggiungevano Israele, il diffuso disturbo del GPS da parte di Stati Uniti e Israele ha ridotto drasticamente la precisione dei pacchetti di attacco iraniani e ha permesso ai jet israeliani di sorvolare l'Iran quasi senza opposizione. Questi eventi hanno portato l'Iran a disattivare formalmente la ricezione GPS a livello nazionale verso la fine della guerra, ma a quel punto era già troppo tardi”. La concessione all'Iran dell'accesso al sistema di navigazione satellitare BeiDou-3 (BDS) ha di fatto cambiato il corso della guerra.

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