Parità, patriarcato, congedi parentali: le opinioni dei ragazzi che dovremmo conoscere

L’onda sollevata dal caso di Giulia Cecchettin, e poi l’esperienza in famiglia, coi coetanei, sui social: un rapporto dell’Istituto Toniolo sulla Generazione Z fotografa più consapevolezza che dubbi su come dovrebbero funzionare le relazioni
March 4, 2026
Una ragazza a una manifestazione contro i femminicidi
Una ragazza a una manifestazione contro i femminicidi
È diventato una linea di demarcazione, per i giovani italiani, il nome di Giulia Cecchettin. Non soltanto un caso di cronaca che ha scosso l’opinione pubblica, non uno dei tanti (troppi) casi di femmincidio passati sulle pagine dei giornali come sul maxischermo del Festival di Sanremo, sabato scorso, per poi essere archiviato nell’incapacità cronica del nostro Paese a mettere fine alle emergenze che lo attraversano. La professoressa Cristina Pasqualini, che insegna Sociologia all’Università Cattolica di Milano, se n’è accorta subito in quei giorni ormai lontani di novembre 2023 affrontando la vicenda accaduta a Padova coi suoi studenti, in aula, proprio come centinaia di altri insegnanti nelle scuole di tutta Italia: domande, email, dibattiti, rivendicazioni. «I ragazzi per primi erano sconvolti – spiega –. E si è come sollevata un’onda da allora, è iniziato un movimento dentro alla Generazione Z e al suo modo di guardare a se stessa, alle relazioni. Così è nata anche la nostra esigenza di seguire quel movimento, di monitorarlo e via via documentarlo con dati oggettivi». Il rapporto In nome di Giulia, promosso dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo – e realizzato con Ipsos tra il 2024 e il 2025 su 2.001 ragazze e ragazzi tra i 18 e i 34 anni – restituisce la fotografia di questa faglia. Tra chiari (molti) e scuri (fisiologici secondo la stessa Pasqualini, «visto che stiamo parlando di ragazzi in cammino verso la maturità»). Tant’è, alla vigilia dell’8 marzo vale la pena compiere un viaggio in quello che le nuove generazioni chiamano “parità” e soprattutto prendere atto di ciò che stanno chiedendo agli adulti per vederla realizzata.

Patriarcato questo conosciuto

Per una parte consistente della Generazione Z, lo si diceva all’inizio, l’omicidio di Giulia non rappresenta un’eccezione mostruosa, bensì la punta di un iceberg, la manifestazione estrema di un ordine relazionale ancora attraversato da asimmetrie profonde. È il “patriarcato”, vissuto però dai ragazzi con una consapevolezza tutta nuova: non più come una definizione astratta o un fantasma del passato quanto come una trama quotidiana che vive nelle aspettative familiari, nel linguaggio che associa la fragilità al femminile e la forza al maschile (anche sui social network e nelle canzoni), nell’idea che l’uomo debba “provvedere” e la donna “prendersi cura”. I giovani hanno difficoltà a fornirne una definizione univoca, ma lo riconoscono come un costrutto sociale e culturale ancora operante nella realtà in cui vivono che attribuisce agli uomini posizioni di potere, autorità e privilegio rispetto alle donne. In questa cornice il diario in 15 punti di Giulia Cecchettin, con l’elenco dei motivi per interrompere la sua storia con Filippo Turetta, è diventato per molti ragazzi una sorta di grammatica elementare della relazione sana: la richiesta ossessiva di attenzioni, il controllo dei tempi, le pressioni sessuali, la gelosia elevata a misura del sentimento. La ricerca mostra che la Generazione Z è in larga parte capace di riconoscere questi segnali come campanelli d’allarme. Tuttavia, qui, le differenze di genere sono nette. Controllare abitualmente il cellulare e i social del partner è giudicato “mai accettabile” dal 61% delle ragazze, ma solo dal 47,7% dei ragazzi. Vietare come vestirsi è rifiutato dal 73,7% delle giovani donne contro il 43,5% dei coetanei maschi. Le ragazze, insomma, sembrano aver interiorizzato con maggiore chiarezza il confine tra amore e controllo; una parte dei ragazzi continua invece a leggere alcune forme di possessività come segno di coinvolgimento. L’aspetto positivo è che c’è un modo di procedere nello sguardo verso la realtà più condiviso, una sensibilità comune in cui maschi e femmine non sono contrapposti. La divergenza si accentua, piuttosto, quando si chiede quanto la violenza di genere sia diffusa in Italia. Per il 50,1% delle ragazze è un fenomeno molto esteso; tra i ragazzi la percentuale scende al 22,3%. Anche sull’empatia emerge un divario sorprendente: quasi la metà dei giovani uomini si definisce capace di ascolto, ma soltanto l’8% delle ragazze riconosce questa qualità nei coetanei maschi. C’è però anche qui un dato positivo: il 40,7% dei ragazzi dichiara di aver provato vergogna dopo il femminicidio di Giulia. Non senso di colpa personale, ma disagio per l’appartenenza a un genere storicamente associato al dominio. Si tratta di un sentimento ambivalente: può irrigidire, trasformarsi in difesa identitaria, oppure aprire uno spazio di revisione. Molti intervistati raccontano di aver ripensato a comportamenti passati – controlli, pressioni, gelosie – riconoscendone la problematicità. È qui che l’onda evocata da Pasqualini assume un volto concreto: i maschi della Generazione Z si sono messi in discussione e non hanno alcuna reticenza nel raccontarlo.

Cercasi nuovo modello maschile

Dalle interviste emergono altri tratti di una maschilità che prova a ridefinirsi. L’uomo ideale, per la Gen Z, deve saper chiedere scusa (64%), ascoltare (63%), prendersi cura (58%), esprimere le proprie emozioni (50%). Il 42% ritiene che dovrebbe usufruire interamente del congedo di paternità (misura appena bocciata dal governo per la cronaca), segno che la genitorialità condivisa è percepita come banco di prova della parità dai giovani. Non è un caso che i giovani Zeta vedano la famiglia come uno spazio in cui i compiti possono essere scambiati liberamente (il 57,2% rifiuti l’idea che un uomo che resta a casa mentre la donna lavora rappresenti “la fine della famiglia”) e che siano nati gruppi di autocoscienza maschile, spazi nei quali confrontarsi su modelli interiorizzati e stereotipi. Non si tratta, ovviamente, di abiurare la propria identità, ma di sottrarla alla gabbia della “mascolinità vigilata”, che impone durezza e controllo come criteri di valore. La ricerca illumina anche un altro aspetto decisivo: la violenza economica. Impedire l’apertura di un conto corrente o vietare di lavorare fuori casa è giudicato inaccettabile dalla larga maggioranza degli intervistati, con una sensibilità più marcata tra le ragazze. L’autonomia finanziaria viene percepita come condizione essenziale di libertà. Ed è qui che la richiesta dei ragazzi si fa politica: congedi paritari, conciliazione tra lavoro e cura, superamento di modelli organizzativi che penalizzano la maternità.

La domanda che viene dai ragazzi

Lo si diceva all’inizio, il caso Cecchettin ha generato conversazioni diffuse: il 57,2% ne ha parlato in famiglia, il 67,1% con gli amici. È nato un movimento culturale, è stata istituita la Fondazione Giulia Cecchettin, il Parlamento ha introdotto il femminicidio come reato autonomo nel Codice penale. Alla vigilia dell’8 marzo la richiesta che sale da questa generazione è meno ideologica di quanto si creda. Chiedono educazione affettiva e sessuale nelle scuole, i ragazzi, che la parità non resti parola celebrativa ma si traduca in pratiche quotidiane, in politiche coerenti, in modelli familiari meno asimmetrici. Chiedono, soprattutto, agli uomini di assumersi la propria parte di responsabilità senza sentirsi accusati in blocco, ma allo stesso tempo senza sottrarsi alla revisione.  Il report In nome di Giulia proprio oggi, all’Università Cattolica di Milano, sarà al centro di una lezione aperta in cui interverrà Gino Cecchettin e a cui si sono iscritti oltre 6mila studenti (un altro segno dell’interesse verso i temi affrontati): «Non siamo davanti a un cambiamento che ha già preso forma, ma al suo inizio – spiega ancora Pasqualini –. Se la metamorfosi in corso sarà irreversibile dipenderà dalla capacità di noi adulti di accompagnare questo cammino».

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