Per disinnescare una guerra "inevitabile", torniamo al Servizio Civile
di Simone Romagnoli, responsabile Servizio civile Acli
Nel suo 25esimo anniversario, il Servizio civile nazionale risponde ai conflitti con le storie dei suoi ragazzi: tutti, davanti a un mondo che brucia, si difendono senza armi

Nel 2001 il Parlamento italiano ha dato un nuovo riconoscimento normativo alla lunga storia dell’obiezione di coscienza, della nonviolenza e della difesa non armata della patria, approvando, il 6 marzo di quell’anno, la legge 64 sul Servizio Civile Nazionale. A distanza di venticinque anni, mentre sentiamo la parola difesa pronunciata ogni giorno in termini militari, viene da chiedersi cosa significhi davvero difendere la patria.
La nostra Costituzione, all’articolo 52, dice che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». La storia repubblicana ha insegnato che questa difesa non coincide necessariamente con l’uso delle armi. Negli anni Sessanta e Settanta migliaia di giovani pagarono con il carcere la scelta di obiettare al servizio militare, rivendicando il diritto di servire il Paese in un altro modo. Tra loro c’erano studenti, lavoratori, credenti e non credenti, uniti dalla convinzione che la pace fosse una responsabilità concreta, da esercitare giorno dopo giorno. Grazie a loro, nel 1972, l’Italia riconobbe per la prima volta l’obiezione di coscienza al servizio militare. Ed è grazie a quelle persone e a quella stagione di impegno civile che, decenni dopo, si arrivò alla legge 64 del 2001.
In questi venticinque anni centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi hanno incarnato i valori del Servizio Civile, e lo hanno portato avanti con impegno e dedizione nelle periferie delle grandi città, nei centri per anziani, nei circoli delle associazioni, nelle cooperative sociali, nei progetti di educazione, nella tutela dell’ambiente, nella protezione civile e, non ultimo, nella cooperazione internazionale. Giovani che hanno insegnato italiano a chi arrivava da lontano, accompagnato persone fragili, animato spazi culturali, ricostruito legami nelle comunità sempre più sfilacciate. In molti casi hanno semplicemente ascoltato. Il Servizio Civile ha rappresentato per generazioni di giovani un momento di sperimentazione, in cui prendersi cura del bene comune nella quotidianità.
E oggi, mentre il mondo è attraversato da nuove tensioni e conflitti in ogni angolo del pianeta, questa intuizione appare più attuale che mai. Viviamo in un tempo in cui la guerra è tornata a essere raccontata come inevitabile, l’abbiamo normalizzata e il linguaggio pubblico si riempie di parole come deterrenza, riarmo, escalation, rendendo più urgente ricordare che esiste un’altra strada. Una strada già percorsa da tante e tanti, che tengono insieme le comunità, prevengono i conflitti sociali, costruiscono relazioni, si prendono cura dei territori creando nei fatti una difesa non armata.
Il Servizio Civile Universale (Scu), riformato negli anni più recenti per tendere verso l’universalità, non ancora raggiunta, rappresenta una delle infrastrutture civili più preziose che il nostro Paese possiede. È unicum in tutto il mondo, che offre opportunità formative ai giovani, costruendo cittadini responsabili. Alle criticità a livello internazionale si sommano quelle interne al Paese, dove crescono solitudini, paure e disuguaglianze. Un punto di partenza potrebbe essere guardare agli obiettivi raggiunti, celebrarli e ripartire da quelli. I venticinque anni dalla legge 64 del 2001 diventano quindi una ricorrenza per rilanciare la visione della pace come lavoro quotidiano. L’idea che la sicurezza di una società dipende dalla qualità delle sue relazioni e la convinzione che difendere la patria significa prima di tutto difendere la dignità delle persone e la coesione delle comunità.
È con questo spirito che, come Acli, abbiamo deciso di celebrare questo anniversario. In Italia e oltre i nostri confini, domani 6 marzo, promuoveremo 64 piazze per il Servizio Civile. Saremo nei quartieri, nei luoghi della nostra vita quotidiana per raccontare cos’è il Servizio Civile oggi diventato Universale, per chiedere alle persone cosa sanno del Scu, cosa ne pensano, cosa immaginano quando sentono parlare di difesa della patria: armi o comunità? Perché il Servizio Civile non appartiene solo alle organizzazioni che lo promuovono. Appartiene alla società tutta.
In questi giorni si è appena aperto il nuovo bando per il Servizio Civile Universale, che mette a disposizione 65.964 posti. Le Acli sono parte di questo cammino con oltre 800 posti disponibili tra Italia ed estero. Quest’anno i progetti saranno 35 e porteranno i nostri volontari ad operare in 22 Paesi del mondo. Una presenza che racconta cosa significhi prendersi cura delle persone e della Patria, quale sia il significato profondo del costruire comunità, promuovere diritti e solidarietà dentro i confini nazionali e oltre. Non è un caso che il claim scelto dalle Acli per la campagna 2026/2027 sia “Può nascere un fiore”. Siamo certi che anche nei terreni più difficili, nelle periferie sociali, nelle fragilità dei territori, nelle ferite dei conflitti, possa nascere e crescere qualcosa di nuovo e bello. L’unica condizione è che qualcuno decida di prendersene cura. Perché nelle Acli il Servizio Civile è un seme che ogni anno migliaia di giovani scelgono di coltivare, ricercando la pace in ogni ambito della vita quotidiana.
Dopo venticinque anni, la domanda più importante non è se il Servizio Civile abbia avuto successo. I numeri e le storie personali delle migliaia di ragazze e ragazzi parlano da soli. La vera domanda è un’altra: quanto abbiamo ancora bisogno di questa idea di difesa? La risposta, guardando il mondo intorno a noi che brucia, sembra evidente. Forse oggi più che mai abbiamo bisogno di giovani che scelgano di difendere la patria senza armi. Di giovani che credano che la pace non sia un sogno ingenuo, ma una responsabilità concreta e collettiva. Il Servizio Civile è questo, un modo per ricordarci che la pace non si delega, ma si costruisce insieme ogni giorno.
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