Sfratti e affitti alti hanno un impatto sempre più grave sulla salute degli studenti
A rischio anche i più piccoli. Il preside a Milano: «Alcuni minori vengono in treno da soli e dormono in aula». La madre: «Ho perso il lavoro per accompagnarli»

Ogni mattina Bouchra, una donna di quarant’anni, accompagna i suoi due figli a scuola. Prendono un tram e una metro, attraversano tutta Milano e, all’arrivo in aula, l’orologio segna un’ora di tragitto. «Ogni giorno spendo tre o quattro ore del mio tempo solo nei viaggi tra casa mia e la scuola elementare dei miei figli – racconta –. Per questo, ho dovuto lasciare il mio lavoro. Al momento cerco un impiego part-time, ma non lo trovo». Eppure, non è sempre stato così. Tutto è cambiato il giorno in cui a Bouchra e a suo marito, che vivono a Milano da oltre quindici anni, è arrivata la notifica dello sfratto: «Non sapevamo nulla – spiega –. Non ci era stato detto neppure che la casa fosse stata bandita all’asta. Siamo stati buttati fuori appena è arrivata la notifica». In realtà, nel 2017 il proprietario aveva manifestato l'intenzione di vendere la casa e Bouchra, che all’epoca ancora lavorava, si era proposta per l’acquisto. In tre occasioni si è rivolta alla banca per accendere il mutuo, ma ogni volta il proprietario aveva rimandato l’operazione, finché non è stato chiaro che «aveva debiti e non poteva vendere la casa». Così, tutta la famiglia di Bouchra in pochi giorni si è trovata senza un tetto. Adesso i quattro vivono in un alloggio temporaneo dall’altra parte della città, che le è stato trovato da una rete di genitori e operatori dell’istituto comprensivo "Francesco Cappelli", che i bambini ancora frequentano. «Non volevano cambiare scuola e neppure noi vogliamo spostarli anche se, in questo momento, frequentare una scuola così distante è molto pesante».
Nelle stesse condizioni di Bouchra si trovano centinaia di altre famiglie milanesi. Il capoluogo lombardo, del resto, ha anticipato decenni fa una crisi abitativa che riguarda ormai tutte le grandi città italiane. Il meccanismo è simile quasi ovunque: le case sociali sono in calo e gli affitti a reddito in aumento. Questo significa che, a fronte di una domanda di casa in crescita, sale anche il numero di famiglie in emergenza abitativa: persone sfrattate, o generalmente alla ricerca di un affitto sostenibile, che attendono una assegnazione anche per mesi o anni. Per quanto riguarda Milano, ieri, il sindacato Sicet Cisl ha tradotto il fenomeno in numeri. Negli ultimi cinque anni – denuncia la sigla – «sono andati persi 5mila alloggi popolari in città», ovvero ex case popolari che non sono mai state consegnate. Nello stesso periodo, d’altro canto, sono aumentati del 72% gli affitti a reddito a canoni più alti e sono stati eseguiti, solo nel 2024, 1.597 sfratti. In tutta Italia, i provvedimenti di sfratto hanno superato nello stesso anno quota 40mila, facendo registrare un aumento del 5,2% in cinque anni.
A farne le spese sono uomini e donne come Bouchra: «Una mia amica con tre figli e il marito è riuscita a trovare casa solo in un appartamento di 18 metri quadrati», racconta. Un’altra donna a Milano, in condizioni simili, si trova attualmente sotto sfratto con i cinque figli perché l’ex marito ha venduto casa a sua insaputa. Ma, con i genitori, a subire gli effetti della crisi abitativa sono anche i bambini, per i quali sfratto è sinonimo di dispersione scolastica o, nel migliore dei casi, discontinuità. «Alcuni docenti mi dicono che i ragazzini arrivano ogni giorno in grande ritardo o che si addormentano durante le lezioni – spiega Francesco Muraro, dirigente scolastico dell’istituto “Francesco Cappelli”, nella periferia settentrionale di Milano –. È cresciuto negli anni il numero di studenti che vivono lontani dalla scuola perché i genitori sono stati sfrattati o non trovano casa». In entrambi i casi si tratta di persone «escluse dalla città»: «Spesso – continua Muraro – è l’insostenibilità dei costi a portare molte famiglie fuori dalla “cintura milanese”». In attesa di una casa definitiva, perciò, molte famiglie tentano di non spostare i figli dalla scuola in cui hanno iniziato il proprio percorso educativo. «Ci sono capitati minori che viaggiano da soli in treno, che si svegliano alle 5.30 del mattino per venire a scuola o che si perdono alla stazione perché non sanno più dove andare – continua il dirigente scolastico –. Alcuni vivono in otto in un monolocale. Moltissimi hanno difficoltà a comprare libri o a curarsi. In questo contesto, è impossibile che a casa i bambini riescano a elaborare qualcosa di quello che è stato fatto a lezione». Così, la scuola diventa più un presidio umanitario che un luogo educativo. «A volte il docente è un mediatore sociale – conclude Muraro –. Noi parliamo con i servizi e con il Terzo settore ogni giorno per aiutare le famiglie in tutto, anche nella ricerca di una casa».
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