«La logica della deterrenza ha fallito, fermare la corsa alle armi è possibile»
Ieri la Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione: la Rete Italiana Pace e Disarmo e il Movimento Nonviolento tracciano la via per rafforzare la pace in tempi di guerra

I cieli del Medio Oriente sono tornati a riempirsi di missili e droni, l’ombra dell’atomica si allunga fino ai programmi degli Stati europei, il mondo assiste a un’escalation che corre più veloce della diplomazia e intanto i bilanci militari lievitano. È in questo clima in cui il linguaggio della forza sembra aver sostituito quello del diritto che, proprio ieri, i movimenti pacifisti hanno rilanciato la richiesta di fermare la corsa alle armi, in occasione della Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, che si celebra ogni 5 marzo. L’escalation in Medio Oriente non è un incidente della storia, ma l’esito di una traiettoria, e «non bisogna fermarsi a guardare solo i singoli episodi senza collegarli alle ragioni che ci hanno portato fino a qui», avverte Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo.
I bombardamenti, le ritorsioni, gli strappi diplomatici sono solo l’ultimo tratto di «una trasformazione complessiva», un «piano inclinato» che da anni spinge il sistema internazionale verso la guerra. A inclinare questo piano, scelte politiche che hanno progressivamente smantellato il disarmo a favore di un riarmo strutturale. Tra queste, «il collasso nel 2019 del Trattato Inf per vietare i missili a medio raggio, la rottura dell’accordo con l’Iran per il nucleare, la perdita di efficacia del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), il mancato rinnovo dell’accordo New Start tra Stati Uniti e Russia per la riduzione delle armi nucleari mentre Mosca ha già spostato testate in Bielorussia, e infine la corsa al riarmo europeo, con il presidente francese Emmanuel Macron che ora ordina pure l’aumento delle bombe atomiche nel proprio arsenale e propone un ombrello nucleare francese per l’Europa, proposta già accolta da otto Paesi». Il punto, sostiene ancora Vignarca, è che si è creduto nella deterrenza come garanzia di sicurezza, ma non ha funzionato. Ne sono una prova il fatto che «da quando si è scelto di riarmarsi, stiamo passando da una crisi all’altra» e che «i conflitti coinvolgono soprattutto potenze nucleari».
Non è un paradosso, ribadisce, ma la prova di un fallimento: «Riarmarsi non ti garantisce niente, anzi crea instabilità su più fronti». Le conseguenze, infatti, sono sia militari che economiche e sociali. Come stiamo vedendo in questi giorni, basta un attacco per far salire il prezzo del gas: «Per tante famiglie vuol dire non arrivare a fine mese». E intanto, in Italia, «in due mesi sono stati presentati e approvati progetti per 20 miliardi di acquisti di nuovi sistemi d’arma, ma poi non ci sono 5 miliardi per il congedo parentale». È una scelta delle priorità, insomma. «Ci si arma per difendere la democrazia, ma la verità è che così la democrazia arretra», precisa, riferendosi in particolare a decisioni strategiche annunciate senza dibattito e in contrasto con l’opinione pubblica. E mentre la retorica della sicurezza si espande, la partecipazione democratica si svuota. Che fare, allora? «L’Italia ovviamente non può risolvere la situazione da sola, ma può spingere in una direzione invece che nell’altra, richiamare alle regole del diritto internazionale, rifiutare l’uso delle basi militari sul proprio territorio come sta facendo il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, sospendere la corsa al riarmo, ripristinare la trasparenza e il controllo sull’export di armi rafforzando la Legge 185/90 anziché provare a indebolirla». Non è solo una questione di principi etici. Sono scelte, insiste Vignarca, «che vanno anche a vantaggio nostro».
“Ve l’avevamo detto”, è dunque la frase retorica che viene ora alla mente ai pacifisti che da anni provano a costruire, quasi del tutto inascoltati, quelle istituzioni di pace che anche papa Leone XIV ha chiesto di preparare. «Non ci piace essere delle Cassandre, non ci compiacciamo di aver previsto l’attuale disastro», spiega invece Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, che come Vignarca vede tutti i passi precedenti e si interroga su cosa possono fare ora i singoli cittadini per contrastare la deriva bellicista e seminare la pace anche quando i venti di guerra soffiano più forti. «Non basta l’indignazione episodica, non basta un afflato morale che dura un paio di giorni. La non violenza è soprattutto prevenzione», precisa. Le grandi manifestazioni del passato hanno mostrato i limiti di una mobilitazione non strutturata: «Se non sono seguite da campagne che costruiscono davvero un’alternativa sul terreno, non resta niente». Anche di fronte all’escalation, dunque, i nonviolenti devono provare a rafforzare le reti internazionali costruite negli anni – come quella di War Resisters’ International – e «rifiutare la logica della tifoseria, che appiattisce la società israeliana o quella iraniana». Dentro ogni conflitto esistono minoranze che dialogano, obiettori che resistono, associazioni che tengono aperti dei canali. «Il nostro compito – spiega – è sostenerli, mettere in dialogo i pacifisti iraniani e quelli israeliani, come abbiamo fatto in ogni altro conflitto». Concretamente, vuol dire anche dare un supporto economico «come abbiamo fatto in questi giorni, per esempio, con una parte dei fondi, raccolti attraverso la nostra campagna di obiezione alla guerra, inviata a Capi», un’organizzazione israeliana che promuove la pace. La non violenza «funziona sia per la prevenzione che per la ricostruzione di un dopo». E durante i momenti più caldi del conflitto «non possiamo che continuare a sostenere chi ha deciso di agire con la non violenza». Ciò implica assumersi «la propria parte di responsabilità».
Rimettere al centro il diritto, ridurre gli arsenali, riaprire spazi democratici e, insieme, rafforzare le reti non violente che tengono vivo il dialogo quando tutto sembra perduto: è questa, insomma, la ricetta di chi rifiuta la violenza come soluzione delle controversie. Perché, come ricorda ancora Valpiana, «quando la bomba cade è tardi per fermarla». La pace – se ha un tempo privilegiato – si fa prima della detonazione.
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