«In Iran non ci sono masse pronte a sostenere chi bombarda. Rischia il Paese, non il regime»
Il politologo Acconcia: «Coinvolgere le minoranze porterà facilmente a una guerra di logoramento, come è accaduto in Iraq. Nel vuoto politico ad avvantaggiarsi sarà l'ala più vicina ai militari, non quella riformista»

Decapitata, con l’uccisione di Khamenei, la Repubblica islamica, questa forzata «transizione» porterà a una successione all’interno del potere teocratico e al, tanto auspicato a Washington, “regime change”? «La Repubblica islamica vive la fase di maggiore fragilità dalla sua creazione nel 1979. È retta da un Consiglio di transizione guidato dal presidente Pezeshkian, dal capo della magistratura MohseniEjei e dall’ayatollah Arafi ma al momento ad avere il polso della situazione è Ali Larijani, nominato da Khamenei come suo possibile successore. Vi sono, però, diversi personaggi che possono prendere le redini del potere. Lo stesso Mojtaba Khamenei, favorito nella successione alla Guida Suprema, potrebbe già essere nel mirino di Israele: gli iraniani da anni sono pronti a vari livelli di sostituzione per tenere in vita il sistema della Repubblica Islamica» osserva Giuseppe Acconcia, docente di Stato e società del Mediterraneo all’Università Statale di Milano.
Professor Acconcia, ma eleggere una nuova Guida Suprema dal profilo intransigente, come quello di Mojtaba Khamenei, piuttosto che un pragmatico, che implicazioni avrebbe nell'evoluzione della guerra?
Prima del conflitto si pensava, come in Venezuela, che si potesse far prevalere l'ala riformista, più dialogante con gli Usa rappresentata dagli ex presidenti Rouhani e Khatami, dai i riformisti Muossavi e Karroubi. Purtroppo una componente marginalizzata da tanti anni: difficile che possano avere un ruolo decisivo. Ad avvantaggiarsi, in questo vuoto politico, sarà l'ala più vicina ai militari. Mojtaba Khamenei li rappresenta bene perché ha dei buoni rapporti i Pasdaran, come con i tecnocrati e con i businessman del petrolio.
Ma aver decapitato una classe intera dirigente ha indebolito o ha ricompattato il consenso al regime?
Prima della guerra c'era un forte sostegno alle proteste iniziate il 28 dicembre contro il caro vita: giovani, attivisti e classe media hanno manifestato. Ma attacchi così aggressivi da parte di Israele e Usa hanno sortito l'effetto opposto: la guerra di Washington e Tel Aviv è considerata una ingerenza straniera. Un sondaggio di Reuters-Ipsos indica che solo il 27% degli iraniani considera positiva questa azione militare. Non ci sono masse, come inizialmente previsto, a sostenerla. Come durante la “guerra dei 12 giorni” gli iraniani si stanno ricompattando in una “unità nazionale” evidentemente dettata dalla disperazione, non da un sostegno ideale alla Repubblica Islamica.
Nessun ruolo politico per l’opposizione, dunque, mentre si tenta dall’esterno di rovesciare il regime?
Se i raid statunitensi e israeliani sono stati brillanti nel decapitare il regime, non stanno preparando in nessun modo a un dopo. Anzi, non è neppure chiaro se l'obiettivo sia un cambiamento di regime. Intanto le autorità iraniane stanno cercando di coinvolgere i Paesi del Golfo, attaccando basi e ambasciate statunitensi, e attivando le reti delle milizie sciite in Iraq, in Siria, in Yemen, e hanno chiuso lo stretto di Hormuz, perché più che una capitolazione temono il collasso dello Stato. I curdi iraniani, sul modello del Rojava siriano, possono chiedere la loro autonomia come anche gli arabi di Ahwaz e i Mojahedin-e Khalq che potrebbero addirittura formare un governo parallelo con il sostegno del figlio dello Shah. Il pericolo per il regime è la frammentazione dello Stato e un coinvolgimento coloniale di potenze che possono intervenire per cura nel Paese. L’Iran cerca di contrastare non la fine della Repubblica Islamica, ma la fine dello Stato iraniano.
Ma i curdi, o anche i separatisti baluci, sono forze affidabili per arrivare a una fine del conflitto, o non si va piuttosto, verso il rischio anarchia?
Le minoranze hanno sempre chiesto a gran voce i loro diritti e ci sono state proteste continue negli ultimi 20 anni nelle province arabe in Sistan e Baluchistan e nelle province curde e ora sperano di ottenere qualcosa: dovremmo però vedere chi li armerà, se faranno parte di una coalizione internazionale sul modello di quella contro lo Stato islamico in Siria. Tutto questo potrebbe però portare a una guerra logorante peggiore di quella in Iraq: un conflitto di lungo termine che va ben oltre i 4 giorni o i le 4 settimane che inizialmente Trump, come del resto Bush in Iraq, aveva previsto. Poi, però, in Iraq il “pantano” è durato anni.
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