Un’altra strage in Sud Sudan. I vescovi: fermate le vendette
Massacrate 169 persone, tra cui donne e bambini, nello stato del Jonglei. Sospettato un gruppo di etnia Nuer in un clima da guerra civile

Una strage degli innocenti infiamma quella che per l’Onu ormai è la guerra civile totale del Sud Sudan. E per fermarla ci vuole giustizia, chiedono i vescovi rivolgendosi con un appello alle autorità chiedendo di arrestare i colpevoli.
Una vera e propria vendetta interetnica ha portato domenica scorsa al massacro di 169 persone nella contea di Abiemnom, nello stato del Jonglei, quando un gruppo non identificato di uomini armati ha attaccato diversi villaggi. La maggior parte delle vittime, 90 persone, erano civili e, secondo quanto dichiarato dal ministro dell'Informazione regionale James Monyluak Mijok, tra i morti ci sono bambini, donne e anziani. Negli stessi attacchi sono stati uccisi anche 79 militari.
Nessun gruppo ha finora rivendicato l'eccidio, ma, secondo l'agenzia di stampa Afp, un gruppo di etnia Nuer potrebbe aver cercato vendetta per l'uccisione di diversi commercianti.
Negli ultimi mesi in Sud Sudan sono aumentati i combattimenti tra le truppe fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’oppositore, l’ex vicepresidente incarcerato Riek Machar. I due avevano condiviso il potere in passato, ma la fine dell’accordo ha fatto scoppiare il conflitto che solo nello stato di Jonglei ha provocato circa 280mila sfollati.
Lunedì Medici senza frontiere nell'ospedale di Abyei, che supporta, ha fornito cure di emergenza a 80 pazienti con ferite da arma da fuoco, tra cui donne e bambini. Alcuni feriti sono deceduti, tra cui una donna incinta. Msf ha dichiarato che sospenderà i servizi medici in alcune parti dello Jinglei dopo che una delle sue strutture è stata colpita da un attacco aereo e che 28 membri del suo staff mancano all’appello. Secondo Msf, le cui équipe hanno già assistito a scontri in passato, il numero delle vittime di questo incidente è particolarmente allarmante. Per fermare la catena di violenze mortali si è levata la voce dei vescovi sud sudanesi in un appello mandato all’agenzia Fides.
«Il sangue dei nostri fratelli e sorelle, madri e padri, figli e figlie, versato non su un campo di battaglia ma all'interno delle loro comunità, grida al cielo – afferma il messaggio firmato dai membri della Conferenza episcopale del Sudan e del Sud Sudan –. Siamo profondamente turbati non solo dall'entità della sofferenza, ma anche dal patente disprezzo per la dignità umana che tali atti rappresentano». Dopo aver espresso la loro solidarietà alla popolazione colpita dalla violenza, i vescovi lanciano un appello perché si rinunci alla «cultura della vendetta mortale che ha messo radici profonde in alcune parti della nostra società La vendetta non è giustizia». Per questo la Conferenza episcopale sud sudanese rivolge un appello urgente alle autorità perché si indaghi «in modo approfondito e indipendente» per identificare e portare di fronte alla giustizia i responsabili dei massacri del Jonglei. Parole che sembrano aver smosso qualcosa. L’esercito del Sud Sudan ha infatti annunciato che i soldati accusati di aver ucciso almeno 21 civili il mese scorso, sempre nello Stato di Jonglei, sono stati arrestati e saranno processati davanti a una corte marziale. La settimana scorsa, l’opposizione aveva accusato le forze governative di aver commesso un massacro di almeno 25 civili, tra cui donne e bambini.
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