In Iran ci sono tre gruppi etnici separatisti su cui Israele e Usa scommettono: ecco chi sono

Si tratta dei ribelli di Ahwaz, dei curdi iraniani e dei baluci: ogni minoranza rivendica autonomia e indipendenza sui propri territori di riferimento, lamentando diverse discriminazioni, anche religiose. L'obiettivo di Tel Aviv e Washington è finanziarli e armarli per destabilizzare da dentro il regime degli ayatollah
March 5, 2026
In Iran ci sono tre gruppi etnici separatisti su cui Israele e Usa scommettono: ecco chi sono
Secondo fonti di intelligence, Stati Uniti e Israele starebbero intensificando gli sforzi per armare diversi gruppi etnici in Iran con l’obiettivo di destabilizzare il regime degli ayatollah. Un gioco, questo, a doppio taglio che apre l’Iran a uno scenario di frammentazione territoriale e di guerra civile. Ci sono anzitutto i separatisti di Ahwaz, nome arabo della provincia sudoccidentale del Khuzestan, che rivendicano l’indipendenza del loro territorio annesso dalla Persia nel lontano 1924. Qui operano diverse sigle armate – come Asmla, Afla e altre ancora –, che balzano agli onori della cronaca in occasione di proteste antigovernative o di attentati sanguinosi.
Ci sono poi i curdi iraniani, probabilmente i meglio organizzati tra i gruppi etnici armati. Il 24 febbraio, cinque partiti hanno formato una “Alleanza delle forze politiche curde” con l’obiettivo di rafforzare il peso della minoranza nel panorama politico iraniano. Tra questi, il Partito democratico del Kurdistan iraniano (Kdpi), il Partito per la vita libera nel Kurdistan (Pjak) e il Partito della libertà del Kurdistan (Pak). Il testo che accompagna la nascita dell’alleanza indica una roadmap in 15 punti. Il primo riguarda il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione di quello che i firmatari chiamano “Rojhilate”, ossia il Kurdistan orientale.
Quanto basta per allarmare l’aspirante al trono, Reza Pahlavi, il quale ha esortato l’esercito iraniano a essere preparato «a confrontarsi con i gruppi separatisti per salvaguardare l’integrità del Paese». Tuttavia, lo stesso Trump si sarebbe intrattenuto martedì con il leader del Kdpi, Mustafa Hijri, mentre la Cia avrebbe promesso armi con l’obiettivo di fomentare una rivolta popolare. Immancabile il sostegno di Israele. Già durante la “Guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, un canale israeliano ha parlato di «centinaia di combattenti curdi desiderosi di stabilire un contatto con Tsahal (l’esercito israeliano, ndr)». I curdi iraniani hanno una lunga storia di sollevazioni sostenute da attori esterni. Che si sono sempre concluse tragicamente. Negli anni Quaranta il leader Qazi Muhammad si è alleato con i russi, i quali poi lo hanno abbandonato mettendo fine all’effimera repubblica rossa di Mahabad (1946-1947).
Un altro “ventre molle” dell’Iran è la provincia sud-orientale del Sistan-Balocistan in cui operano i separatisti baluci. La popolazione dei baluci lamenta discriminazioni in quanto sunnita in uno Stato che eleva lo sciismo a dottrina ufficiale. Recenti rapporti segnalano un’intensa attività di contrabbando di armi e munizioni a favore del neonato “Fronte dei combattenti del popolo” che ha riunito a dicembre diverse fazioni con lo scopo di proteggere «la dignità, la cultura, l’identità politica e la vita religiosa» dei baluci in Iran. Poco importa se il gruppo principale chiamato Jaysh-al-Adl (l’Esercito della giustizia) figuri sulle liste americane delle organizzazioni terroristiche. Come per il Kurdistan, la regione del Balucistan è decisamente più vasta e comprende parti degli attuali Pakistan e Afghanistan, essendo stata divisa nel XIX secolo tra l’impero persiano e quello britannico.
Da allora non sono mancate, al di qua e al di là di una frontiera molto porosa, insurrezioni e attentati da parte di gruppi. In Iran, Jaysh-al-Adl è responsabile di decine di agguati contro i pasdaran e le guardie di frontiera iraniane. Violenta anche la repressione subita. Il capoluogo Zahedan è stato teatro nel 2022 di uno dei più sanguinosi episodi di violenza in Iran, quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla che protestava contro lo stupro di un’adolescente, uccidendo 96 persone e ferendone 350.

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