In fuga dal sud del Libano: «Nessun posto è più sicuro. Neppure il convento dove ospitiamo gli sfollati»
di Giacomo Gambassi, Roma
La testimonianza di padre Toufic, il frate francescano parroco lungo il confine con Israele. «I carri armati vicino al villaggio cristiano sulla frontiera. Costretti a far partire gli evacuati che avevano trovato rifugio nella chiesa di Tiro»

Il telefonino continua a squillare, anche se la rete dei cellulari è precaria. E non potrebbe essere altrimenti quando si è nel Libano meridionale dove gli attacchi di Israele sono più intensi e i carri armati con la stella di Davide sono entrati nel Paese. «Mi chiamano dai villaggi più vicini al confine. La gente è terrorizzata. Ha appena ricevuto da Tel Aviv la comunicazione di evacuare i centri abitati», racconta padre Toufic Bou Mehri. Frate minore francescano della Custodia di Terra Santa, è il parroco dei libanesi di rito latino nel sud del Paese. Religioso di frontiera, in senso letterale: perché vive e resta lungo la linea “calda” che divide Libano e Israele dove il conflitto si fa sentire con maggiore forza. «Israele ha chiesto alla popolazione di lasciare l’intera zona a sud del fiume Litani, non soltanto i villaggi. C’è la minaccia di raid e di invasione in tutta l’area», avverte padre Toufic. Uno spicchio di territorio «davvero ampio», tiene a far sapere il sacerdote.
Da una manciata di giorni la guerra è tornata in Libano: “onda lunga” del conflitto che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato colpendo l’Iran. Libano che da mezzo secolo fa i conti con la lotta armata. «L’incursione di terra pianificata dal governo Netanyahu c’è già», assicura il frate minore. Giustificata da Tel Aviv per annientare le postazioni di lancio dei missili di Hezbollah che piombano su Israele e per creare una “zona cuscinetto”. Padre Toufic cita il villaggio di Deir Mimas sulle montagne a ridosso del confine. «Qui c’è una delle nostre parrocchie. È un agglomerato cristiano». Quasi accerchiato. «I residenti si sono raggruppati nelle case più in alto. Il resto delle abitazioni, tutte intorno, è stato svuotato». Le operazioni militari targate Israele hanno già provocato una prima massiccia fuga dal sud. «Persone costrette ad abbandonare le loro terre per il rischio di raid: sanno che cosa lasciano ma non che cosa ritroveranno», sostiene il religioso. Il primo “porto” sicuro doveva essere Tiro, città affacciata sul Mediterraneo dove si trova anche il convento di padre Toufic. «Di nuovo la nostra struttura è tornare a essere un centro di prima accoglienza, com’era accaduto nel precedente conflitto: in questi giorni abbiamo ospitato una sessantina di evacuati, per lo più donne, bambini e anziani». Poi ieri pomeriggio un ordigno è caduto a duecento metri dalla chiesa: l’esplosione, le fiamme e la nuvola di fumo che si alzava dietro il campanile. Ed è arrivato l’allarme che anche Tiro è un probabile bersaglio. «I rifugiati stanno lasciando il convento. Perché la situazione peggiora con il passare delle ore», denuncia il francescano. E riferisce del grande esodo verso Beirut. «Ci sono migliaia di persone per strada; auto ferme lungo le carreggiate perché scarseggia la benzina; arterie bloccate dal traffico in direzione della capitale».
Il Libano pensava di essersi lasciato alle spalle l’incubo di un conflitto, quando nel novembre 2024 era scattata la tregua fra Israele ed Hezbollah dopo un anno di scontri. «Una tregua violata spesso da Tel Aviv qui nel sud - ripercorre il parroco di Tiro -. Ogni giorno c’era almeno un paio di bombardamenti. E un mese fa un razzo è piombato di fronte a me. Eppure sull’intera nazione soffiava il vento della speranza e di un futuro pacifico. Però, quando è cominciata la guerra contro l’Iran, si è diffusa subito la sensazione che il Libano non sarebbe stato risparmiato». Così è accaduto: i missili del movimento filoiraniano Hezbollah su Israele; e la risposta di Tel Aviv. «Il Paese non è preparato a sopportare un nuovo conflitto. Pensiamo soltanto alla questione degli sfollati: non c’è la possibilità di garantire un’accoglienza adeguata a tutti», afferma il frate minore. Una pausa. «Il Papa ripete che la violenza genera solo violenza: verissimo. Ormai ti fa paura anche chi ti vive accanto perché può essere un potenziale target». Eppure, aggiunge il religioso, il Libano dice che «la convivenza fra chi professa religioni differenti è possibile. E lo ha testimoniato anche la visita di Leone XIV tre mesi fa: cristiani e musulmani insieme lungo le strade per accompagnare il Papa e ascoltare le sue parole. Anche in queste ore così drammatiche sentiamo il Pontefice particolarmente vicino a tutti noi». Impossibile prevedere quali effetti avrà l’attuale guerra sul Paese. «Forze esterne vogliono cambiare la fisionomia del Libano - conclude il francescano -. Ecco perché chiediamo che sia ascoltato il nostro grido: basta guerre, meritiamo di vivere con dignità nel nostro Paese».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






