Abbracci e lacrime alla Malpensa: i 200 studenti bloccati a Dubai sono a casa
di Ginevra Gori, aeroporto di Malpensa (Milano)
Erano partiti per un progetto Onu, si sono ritrovati a scendere nei bunker mentre le sirene squarciavano la notte. Dopo giorni di paura e attese convulse il rientro dai genitori

Sono passate da un paio di minuti le venti quando dall’area attese del Terminal 1 parte un lungo applauso. La sala B, per una sera, sembra il piazzale di un scuola, pieno zeppo di genitori, amici, fratelli, persino animali domestici. Tutti attendono i propri figli e non sono mai stati così contenti di rivederli. Qualcuno ha portato persino un mazzo di fiori, come si fa ad una Laurea. E il telefono non prende, per il ritmo nevrotico delle videochiamate e dei messaggi a parenti e amici. Il volo partito da Abu Dhabi nel primo pomeriggio (ora locale) doveva atterrare alle 18.45 ma i tempi, si sa, specie in queste occasioni sono sempre più lunghi. Qualcuno inganna l’attesa leggendo, altri chiacchierano, dicono la loro sull’operato del governo e delle autorità si raccontano aneddoti. In molti hanno viaggiato di notte perché sono stati avvisati solo ieri che la disavventura dei loro figli, i 200 ragazzi del progetto ONU «Ambasciatori del futuro» rimasti bloccati a Dubai dopo l’escalation delle tensioni tra USA e Iran, era finalmente finita. Arrivano dalla Lombardia ma anche dal Lazio, dalla Basilicata, dal Veneto. Le storie di quel gruppo di adolescenti sono un piccolo mosaico del nostro Paese. «Non posso neanche descrivere cosa ho provato quando mia nipote mi ha scritto che erano iniziati gli attacchi e che avevano dovuto rifugiarsi dove potevano» spiega nonna Anna Maria mentre si guarda intorno aspettandosi di vederla uscire dalla porta del terminal da un momento all’altro. Martina, 17 anni, studentessa al liceo Tito Livio, era partita come i compagni lo scorso 21 febbraio e sarebbe dovuta rientrare l’1 marzo. «Ci teneva aggiornati costantemente. Prima si sono nascosti nel bagno, poi li hanno fatti scendere nei bunker e lì ha avuto una crisi di panico. Non sapevamo più cosa dirle per convincerla che sarebbe andato tutto bene ed eravamo costretti a sperarlo anche noi».
Ma tra le voci dei tanti genitori accalcati qui non tutti hanno soltanto parole di sollievo. Simona, da Roma, per tranquillizzare Rebecca è dovuta ricorrere alle conoscenze di suo marito, ex militare. E non si aspettava che la terza esperienza all’estero con il programma Onu per sua figlia, 16 anni, iscritta al Liceo Classico, potesse trasformarsi in un incubo. «Non avrebbero dovuto farli partire» tuona. «Sapevano che la situazione era delicata, mi chiedo perché non abbiano capito in tempo che non era il caso di questa volta». Rebecca racconta di aver preparato in fretta e furia un sacchetto con pochi averi, giusto documenti e spazzolino da denti, con cui insieme ai compagni è stata fatta scendere nel bunker dell’hotel, da cui poi sono stati trasferiti e infine scortati all’aeroporto, mentre tutto tremava e le esplosioni si facevano sempre più vicine. «Ormai siamo tranquilli- confessa pochi istanti prima che la ragazza compaia dalla porta a vetri- ma soprattutto per Sofia, la sorellina, saperla in pericolo è stata dura». Appena le forze dell’ordine lasciano passare i ragazzi si scatena un caos di abbracci, grida, pianti isterici. Tutti cercano di attirare l’attenzione del proprio congiunto che esce spaurito e sudato trascinandosi dietro la valigia. Pietro nota subito i suoi genitori e tra tutti si distingue perché il suo vocione risuona nel brusio indistinto della sala. «Ho mangiato una bella lasagna in aereo, non vedo l’ora di dormire nel mio letto» sono le sue prime parole mentre saluta mamma Daniela e papà Mauro venuti a prenderlo dal Veneto. È stato coraggioso. «Non ho mai avuto paura. Certo, la guerra l’ho sentita e ho visto anche qualche scia mentre ci trasferivano dal primo al secondo albergo. Ma ho cercato sempre di mantenere i nervi saldi, soprattutto per i miei compagni che invece erano davvero spaventati. La notte, mentre dormivamo, venivamo svegliati alle due dalla sirena e via giù nel sotterraneo. Nonostante quello che è successo però, e so che non si vive tutti i giorni, poteva andarci molto peggio. Tutti ci hanno rassicurato». Vivere la guerra mentre si va a scuola di diplomazia. È un’esperienza che non dimenticheranno.
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