Perché dimenticare l'Ucraina è un lusso che non possiamo permetterci
di Nello Scavo, inviato a Zaporizhzhia
Da quando la guerra è deflagrata in tutto il Medio Oriente, in Europa i riflettori mediatici si sono spenti su Kiev

Da quando la guerra è deflagrata in tutto il Medio Oriente, nelle retrovie d’Europa si è rimessa in moto la più antica delle tentazioni: cambiare canale. Spostare lo sguardo dove l’incendio fa più rumore, dove le immagini sono più “nuove”, dove la tragedia sembra appena cominciata. E lasciare che l’Ucraina diventi un rumore di sottofondo, una sirena lontana, un’abitudine. È in quel momento che una guerra smette di essere un fatto e diventa un destino. A Zaporizhzhia e a Kharkiv, a Dnipro e lungo la linea che taglia il Paese come una cicatrice, nessuno ha avuto notizia di un cessate il fuoco. Le notti continuano a essere divise in allarmi. La gente ha imparato a riconoscere il suono dell’aria quando è attraversata da un ordigno. Ha imparato anche la lingua dell’attesa: quanti secondi hai per scendere nel rifugio, quante scale, quanta batteria nel telefono, quanta fortuna per arrivare fino al mattino.
La guerra, questo è chiaro a tutti, non si ferma perché altrove se ne apre un’altra. Eppure il rischio più concreto oggi non è solo militare. È politico, economico, industriale. Le guerre competono per attenzione e per risorse. Compete la diplomazia, competono i bilanci, competono gli intercettori. Se i governi occidentali considerano l’Ucraina una pratica da archiviare mentre si corre a tamponare l’altra emergenza, allora il Cremlino avrà ottenuto il suo risultato migliore senza avanzare di un metro: sarà riuscito a logorare la costanza di chi sostiene Kiev, trasformare la solidarietà in stanchezza, il diritto in calcolo.
Del resto la guerra moderna è anche guerra di consumo: munizioni, difese aeree, radar, manutenzione, equipaggiamento, collegamenti satellitari. E informazione. Ogni volta che l’attenzione cala, si alza il prezzo: per i civili che non evacuano, per i soldati che reggono la trincea, per gli ospedali che lavorano senza luce, per le scuole che insegnano ai bambini la geometria dei rifugi e il riconoscimento degli ordigni inesplosi. È la didattica della sopravvivenza: non dovrebbe esistere, e invece è diventata materia obbligatoria. Non si tratta di scegliere quale dolore meriti più attenzione. Si tratta di non rendere l’attenzione una moneta che si sposta dove conviene.
Il Medio Oriente brucia e va raccontato, capito, fermato. Ma proprio perché il mondo brucia, spegnere i riflettori sull’Ucraina è un lusso che non possiamo permetterci. Perché mentre noi cambiamo pagina, qualcuno — lungo il Dnipro, nelle cantine, nei villaggi sbriciolati dall’artiglieria — continua a contare i secondi. E a chiedersi se il silenzio degli altri sia già una resa. Qui entra in gioco anche il giornalismo nelle aree di crisi: non un turismo del dolore e neppure un bollettino di numeri, ma presenza, continuità, responsabilità verso chi non ha microfoni. È stare dove si decide la sorte di un villaggio, di un corridoio umanitario, di un reparto ospedaliero, e farlo abbastanza a lungo da distinguere la propaganda dai fatti. Quando i riflettori si spengono, non cala solo l’audience. A luce spenta aumentano gli spazi per i crimini: sparizioni, torture, deportazioni, punizioni collettive. La notte mediatica è il miglior alleato dell’impunità.
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